1. Non avere altri dèi oltre a me (Esodo 20,2-3)


Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me 
Nel leggere i Dieci Comandamenti è importante, anzi fondamentale, partire dalle parole che li precedono, il cosiddetto prologo, ovvero i vv. 1 e 2 di Esodo 20: «Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù». Solo dopo aver detto queste parole Dio dona i comandamenti.
Queste parole sono una sorta di presentazione: Dio si presenta, dice chi egli è: egli è il Dio che ha liberato Israele dall'Egitto. È il Dio liberatore che dona i comandamenti ed è il popolo liberato che li riceve. Questo fatto ci guida nella comprensione di tutti e dieci i comandamenti. Se leggendo i Dieci Comandamenti, perdiamo di vista questo fatto, rischiamo di fraintenderli: è il Dio liberatore che dona i comandamenti ed è il popolo liberato che li riceve.
Il Dio di Israele e di Gesù Cristo è il Dio liberatore. Dio libera dalla schiavitù, dal peccato, dal male.Tutto ciò che invece porta alla schiavitù, spinge al peccato, provoca il male, è quindi contrario alla volontà di Dio. Persino la religione, quando anziché liberare le coscienze le lega, le rende schiave, è contraria alla volontà di Dio, che è volontà di liberazione.
Dunque, Dio dona i dieci comandamenti al popolo di Israele dopo averlo liberato dalla schiavitù in cui era tenuto in Egitto. Siamo nel deserto, sul monte Sinai. Israele sta facendo dunque quel lungo cammino che dall'Egitto lo porterà nella terra promessa, da dove Giacobbe e i suoi figli erano partiti molti anni prima.
Israele non è più schiavo; dunque - potremmo dire - è libero. Ma la libertà non è solo assenza di schiavitù. Non essere più schiavi non vuol ancora dire essere liberi. Per essere veramente liberi, a Israele mancano ancora due cose.
Innanzitutto un luogo dove essere liberi, perché il deserto non è un luogo dove si possa vivere. A Israele manca una casa, la sua casa, la terra che era stata promessa già ad Abramo e dove Giacobbe e la sua famiglia avevano vissuto. Ma un luogo dove poter vivere la propria libertà non basta ancora. Non è sufficiente perché Israele sia e rimanga veramente libero. L'altro elemento che ancora manca a Israele per essere libero è la legge.
E non intendo solo i dieci comandamenti; anche se essi sono la parte più conosciuta della legge di Israele, la legge è molto di più dei dieci comandamenti. È tutto un complesso di indicazioni e di norme civili e religiose che devono dare un'impronta al popolo di Israele, che lo rendono il popolo particolare di Dio.
Noi leggiamo poco la legge, ma alcune sue parti dovrebbero essere meditate di più anche dai cristiani. Sappiamo del resto che lo stesso termine legge è fuorviante: gli ebrei chiamano i primi cinque libri della Bibbia, Torah, cioè insegnamento.
La Torah, che Dio dà a Mosè sul Monte Sinai, da un lato è il contenuto del patto, che Dio ha proposto al popolo poco prima di dargli i dieci comandamenti. Nel capitolo precedente, Esodo 19, tutto il popolo ha accettato solennemente il patto e ha detto: “Noi faremo quello tutto che il Signore ha detto”.
D’altro lato la Torah è un insegnamento che riguarda proprio la libertà: potremmo dire che i comandamenti sono le istruzioni per l'uso della libertà. Il libretto di istruzioni che accompagna questa difficile cosa che è la libertà, che Israele non si è conquistata ma ha ricevuto in dono da Dio.
E come un dono è la libertà, un dono è anche la Torah, cioè le sue istruzioni per l'uso.
La libertà è un grandissimo dono, ma vivere la libertà non è affatto facile, la libertà va sempre di nuovo imparata. Attraverso i comandamenti, Dio diventa quindi maestro di libertà. Dopo aver donato a Israele la libertà, gli insegna a usarla e soprattutto a mantenerla, a rimanere libero.
Il pericolo di ricadere in schiavitù è sempre in agguato; dopo essere stati schiavi degli egiziani, ora gli israeliti rischiano altri tipi di schiavitù, sia spirituale – come ad esempio l'idolatria – sia materiale - la povertà poteva costringere un ebreo che cadeva in miseria, per esempio a causa di una siccità, a vendersi come schiavo a un fratello ebreo.
La schiavitù causata dalla povertà continua a essere tragicamente attuale, e lo vediamo dal numero di persone che arrivano sulle nostre coste. Molti di loro fuggono dalla guerra, ma altri semplicemente dalla miseria.
Queste parole che precedono i comandamenti ci dicono che tutti i “Non” - cioè tutti i limiti – che i comandamenti pongono al comportamento degli israeliti non sono lì per limitare la libertà del popolo o dei singoli, ma anzi per salvaguardare la libertà di tutti i membri del popolo, in particolare dei più deboli, che tutta la legge di Israele difende dagli abusi dei più forti.
I più forti vivrebbero forse meglio senza legge, perché laddove non c'è una legge che regola la vita comune, è il più forte a fare la legge come piace a lui. Ma Dio che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, non vuole che i membri del suo popolo ridiventino schiavi, magari gli uni degli altri.
E così dona loro la legge, la Torah, le istruzioni per l'uso della libertà. I “NON” che Dio pronuncia, i limiti che pone, non diminuiscono la libertà del popolo, ma sono come degli steccati che impediscono di deragliare, di andare fuori strada, cioè di ricadere in qualche modo nella schiavitù.
Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù...”. È questo Dio liberatore che ha dato i comandamenti a Mosè e che ha inviato il suo figlio Gesù in mezzo a noi.
Vale la pena dunque rileggere e ripensare queste antiche parole, attualizzarle, mettendosi alla scuola di libertà del liberatore.


«Non avere altri dèi oltre a me»
Questa premessa ci introduce e ci spiega già in parte il primo comandamento: «Non avere altri dèi oltre a me». Dio ci chiede di non avere altri dèi perché lui solo è il Dio della libertà; lui solo è il Dio che dona libertà. Adorando altri dèi si cade invece nella schiavitù.
Questo comandamento vuole evitare che cadiamo nell’idolatria. Questo è un pericolo molto presente ancora oggi, non solo ai tempi della Bibbia.
Allora gli idoli erano statue o oggetti che gli esseri umani si costruivano per rappresentare una qualche divinità, oggi gli idoli non sono costruiti di materia ma esistono: la ricchezza o il denaro (“Mammona”, come dice Gesù) è uno degli idoli più forti e subdoli ora come allora.
Il possedere cose su cose, o sempre l’ultima uscita del mercato è un idolo molto diffuso nella nostra società capitalistica dove regna sovrano il mercato.
E poi altri idoli sono la sete di successo, di fama, di popolarità. L’essere “leader” del gruppo o del branco, tentazione molto forte a ogni età. Il lavoro può diventare un idolo. Ma in ultima analisi l’idolo vero che c’è dietro tutti questi idoli e tutti questi comportamenti è l’ “io”. Se la mia vita è orientata a soddisfare i miei bisogni e i miei desideri e a nient’altro, questa è idolatria, idolatro me stesso.
A volte invece in situazioni tragiche della vita – lutti, malattie, depressioni – c’è chi per disperazione si rivolge a oroscopi, guaritori, maghi, santoni di varia specie. Il primo comandamento ci avverte e ci dice che lì non troveremo né guarigione, né libertà dalle nostre angosce.
Il primo comandamento non va inteso in senso dottrinale, ma esistenziale. È un’indicazione per un’esistenza libera.
Lutero lo aveva capito molto bene e nel suo “Grande Catechismo” dà un'interpretazione molto esistenziale di che cosa dobbiamo intendere con il termine “Dio”:
Che significa “avere un Dio” o che cos’è “Dio”? risposta “Dio” significa: ciò da cui ci si deve attendere ogni bene e presso il quale si deve cercare rifugio in ogni avversità. Dunque “avere un Dio” non significa altro che confidare e credere in lui di cuore, … poiché fiducia e fede del cuore rendono tali sia Dio che l’idolo. Se la fede e la fiducia sono ben riposte, allora anche il tuo Dio è quello vero; e viceversa, dove la tua fiducia è sbagliata e mal riposta, lì non è il vero Dio. Infatti le due cose, fede e Dio, vanno insieme. Ciò da cui … il tuo cuore dipende e a cui si affida, quello è, propriamente, il tuo Dio”.
Il primo comandamento è come un cartello indicatore che si trova a un bivio della vita di ogni credente. Da un lato si va verso la libertà, dall’altro verso la schiavitù. Se poniamo la nostra fiducia e fondiamo la nostra vita su qualcosa altro che non sia Dio diventiamo schiavi, se non altro delle nostre illusioni e degli idoli che ci auto-costruiamo. Se invece poniamo la nostra fiducia e fondiamo la nostra vita sul Dio di Israele e di Gesù Cristo siamo liberi.


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