giovedì 13 luglio 2017

domenica 9 luglio 2017

Predicazione di domenica 9 luglio 2017 su Genesi 50,15-21 a cura di Marco Gisola

Genesi 50,15-21
15 I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?» 16 Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest'ordine: 17 "Dite così a Giuseppe: Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male". Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse. 18 I suoi fratelli vennero anch'essi, si inchinarono ai suoi piedi e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». 19 Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? 20 Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. 21 Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore 
 
Il libro della Genesi si conclude con la morte dei patriarchi: al cap. 49 viene raccontata la morte di Giacobbe, che chiede di essere sepolto nel paese di Canaan; e al cap 50 è narrata la morte di Giuseppe che chiude il libro della Genesi. Con il libro dell’Esodo inizierà una nuova storia, non più storia di una famiglia, ma storia di un popolo, che Mosè porterà fuori dall’Egitto, ecc.
Il brano che abbiamo letto viene immediatamente prima del racconto della morte di Giuseppe, è dunque il penultimo episodio del libro della Genesi. Prima di raccontare la pagina finale della vicenda dei Patriarchi con la morte dell’ultimo Patriarca, appunto Giuseppe, l’autore sente il bisogna di ribadire ancora una volta il senso di tutta questa vicenda.
Il racconto parte da una questione molto umana: morto il padre Giacobbe, i fratelli di Giuseppe vengono presi da un timore: hanno paura che, ora che il loro padre è morto, a Giuseppe venga voglia di vendicarsi di quello che loro gli avevano fatto quando hanno pensato prima di ucciderlo e poi lo hanno venduto a dei mercanti di schiavi che lo hanno portato in Egitto.
I fratelli pensano: magari Giuseppe è stato buono finora perché c’era nostro padre e non voleva deluderlo, ma ora che Giacobbe non c’è più…. Forse potrebbe venirgli voglia di farci pagare il male che gli abbiamo fatto.
In realtà la loro paura non è fondata, nulla nei capitoli precedenti fa pensare che Giuseppe voglia vendicarsi. Anzi: quando Giuseppe si è fatto conoscere dai fratelli il suo perdono era chiaro; Giuseppe aveva detto: “«Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita” (45,4-5)
Non solo il perdono, ma anche l’idea che era stato Dio a farlo arrivare in Egitto per poter salvare tutta la sua famiglia dalla carestia, c’era già in quell’episodio.
E questa idea – che esprime il senso di tutta la vicenda di Giuseppe e i suoi fratelli – è ribadita qui con forza. l'autore della Genesi vuole finire così: prima della fine, cioè della morte di Giuseppe, vuole riaffermare che il senso di tutto quello che è successo era la salvezza della famiglia di Giacobbe, che si sarebbe riunita di nuovo e sarebbe poi diventata un popolo.
Il senso di tutta la vicenda di Giuseppe è quindi che il piano di Dio ha la meglio su quello dei fratelli. Non trionfa il male fatto dai fratelli di Giuseppe ma trionfa il bene fatto da Dio.
E come fa Dio a fare il bene? A condurre a buon fine il suo progetto? In tutta questa lunga (dura 14 capitoli) e avventurosa storia, piena di suspense e di colpi di scena, l’azione di Dio si mescola all’azione umana. Anzi di più: gli esseri umani, soprattutto i fratelli di Giuseppe, hanno fatto il male (molto male, non solo un po’) e Dio si è addirittura servito della loro cattiveria per fare il bene.
Giuseppe dice: “Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene”. Gli esperti ci dicono che il verbo qui tradotto con “pensare”, non indica soltanto l’azione di pensare, appunto, con la mente, ma implica già anche l’azione.
E l'autore della Genesi usa lo stesso verbo per i fratelli di Giuseppe e per Dio: voi, fratelli, avete progettato, architettato, il male, Dio ha progettato, architettato il bene a partire dal vostro male.
Nemmeno questo ultimo episodio è così limpido: i fratelli prima mandano degli ambasciatori a Giuseppe, che era pur sempre il vice del faraone, e gli mandano a dire che è Giacobbe che, prima di morire, aveva detto che Giuseppe avrebbe dovuto perdonarli; sarà vero oppure no? Perché Giacobbe non l’aveva detto direttamente a Giuseppe? E perché avrebbe dovuto dirlo, quando Giuseppe aveva già perdonato i fratelli?
E poi vanno a prostrarsi davanti a lui, si inchinano ai suoi piedi, in ebraico si dice “cadono con la faccia a terra”, segno di grande umiliazione, davanti al fratello e davanti all’uomo più potente di Egitto dopo i faraone.
Insomma, i fratelli non sono così trasparenti nemmeno qui, nemmeno dopo la morte del padre. La paura li porta a mettere in atto una serie di comportamenti non proprio limpidi.
Ma non importa. Tutta la storia ci dice che è proprio una caratteristica degli esseri umani – soprattutto i fratelli di Giuseppe, che rappresentano un po’ tutti i fratelli… - quella di non essere limpidi, anzi spesso sono decisamente malvagi.
La storia di Giuseppe e i suoi fratelli ci dice che nonostante la meschinità umana e la miseria umana, Dio fa passare il suo bene.
Il bene di Dio ha due aspetti: quello collettivo, oggi diremmo globale: Dio salva dalla carestia non solo la famiglia di Giacobbe, ma tutto l’Egitto. E quello invece indirizzato alla famiglia di Giacobbe: la salvezza dalla fame prima di tutto, ma poi la riconciliazione.
Una famiglia di Giacobbe viva ma in perenne lotta non sarebbe potuta diventare il popolo di Israele.
La salvezza dalla carestia e la riconciliazione sono gli obiettivi di tutta la storia di Giuseppe e i suoi fratelli.
Un commentatore ha scritto su questo brano che in esso incontriamo da un lato un grande realismo e d’altro lato una grande speranza. Realismo, perché come già abbiamo detto di cattiverie e di odio in questa storia ce n’è in abbondanza.
Tutta la Bibbia è molto realista sulla natura umana: dalla disobbedienza di Adamo ed Eva, al fratricidio di Caino su Abele e poi tutta la storia di Giuseppe emerge chiaramente che l’essere umano non è certo buono ed innocente.
La Bibbia ci insegna che dobbiamo fare i conti con la malvagità o almeno l’egoismo umano, a partire dal nostro.
Ma c’è anche speranza, perché in questo complesso insieme di egoismo e di malvagità, Dio non rinuncia ad agire. Arriva persino a servirsi del male che i fratelli hanno progettato per portare avanti il suo piano di bene e di salvezza.
La storia di Giuseppe, come la storia di ciascuno e ciascuna di noi e la storia umana, non è in bianco e nero, ma è piena di sfumature. Presunzione, invidia che diventa odio, odio che diventa voglia di eliminare, addirittura di uccidere, riempiono questo racconto.
Leggendo tutta questa storia ci verrebbe forse da dire: ma guarda come sono questi patriarchi! Da Giacobbe e Esaù e le loro liti fin dal grembo materno, fino a Giuseppe e i suoi fratelli, sembra proprio che Dio abbia scelto la peggior umanità che c’era!
Sì, Dio ha scelto non la peggiore umanità, ma l’umanità così com’era, esseri umani così come erano per portare avanti i suoi progetti. Ha scelto e sceglie l’umanità così come è per portare avanti i suoi progetti. l’evangelo di questo brano è che nonostante la malvagità e la miseria umana non sono i cattivi progetti umani a trionfare, ma i buoni progetti di Dio.
Dunque c’è speranza; non c’è illusione, non c’è in questa storia e nella Bibbia una illusione infantile sulla bontà dell’umanità, questo no, c’è un sano realismo che tiene conto del peccato umano. Ma c’è speranza e questo è ciò che conta: dietro le quinte della nostra piccolezza, delle nostre invidie, dei nostri rancori, della nostra malvagità, Dio agisce per portare avanti i suoi progetti. Per questo c’è speranza.


Questo è il grande messaggio della storia di Giuseppe.
Ma c’è ancora un dettaglio che vorrei sottolineare: Giuseppe potrebbe sembraci l’eroe di questa vicenda e di certo è il personaggio positivo della storia, a partire dal fatto che lui è la vittima della cattiveria dei fratelli. Ma anche lui non è perfetto: quando faceva i suoi sogni in cui sognava che tutti (fratelli e genitori) si inchinavano ai suoi piedi, Giuseppe era molto orgoglioso e piuttosto presuntuoso.
E anche qui Giuseppe potrebbe apparirci il “buono” che perdona i “cattivi”. La sua bontà non è però tanto una qualità umana, ma è la fiducia di chi riconosce che Dio è all’opera. Giuseppe è così uno strumento del progetto di bene di Dio, che si oppone al progetto di male portato avanti dai fratelli.
Giuseppe non è certo perfetto, ma riconosce che Dio è all’opera. Questa è in qualche modo la sua fede.
Giuseppe perdona i fratelli, nel senso che rinuncia a vendicarsi, cosa che avrebbe potuto fare facilmente visto il potere che aveva nel paese di Egitto. Ma rinuncia a vendicarsi e perdona i fratelli, perché riconosce che questo è il progetto di Dio.
Anzi: perdona perché riconosce che Dio ha perdonato: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio?», dice ai fratelli.
Giuseppe non si mette al posto di Dio, ha capito che il progetto di Dio porta alla riconciliazione e non vi si oppone. Non si oppone perché non può opporsi, non può negare il perdono che Dio stesso ha dato. Se lo facesse, prenderebbe il posto di Dio. Se lo facesse sarebbe una misera vendetta umana, che pesca dentro ai sentimenti più negativi come il rancore e la voglia di vendetta.
Ma Dio ha deciso altrimenti. E allora: «Non temete», dice Giuseppe. «Non temere, non temete» sono parole che nella Bibbia spesso pronuncia Dio stesso;
«Non temere» è un’espressione che ritorna in momenti decisivi della storia biblica, da quando Dio rinnova la sua promessa ad Abramo (Genesi 15), alle molte parole del profeta Isaia quando annuncia il ritorno di Israele dall’esilio in Babilonia; lo dice l’angelo che annuncia la nascita di Gesù a Maria e lo dice Gesù stesso risorto quando incontra le donne al sepolcro.
«Non temere» è parola divina per eccellenza, parola che annuncia grazia e consolazione.
Giuseppe stesso si fa annunciatore di parole di consolazione: “Così li confortò e parlò al loro cuore”.


Questa antica storia ci insegna dunque a essere molto realisti e a tener conto della malvagità umana, ma ancor più ci insegna a nutrire grande speranza nei progetti di Dio, che agisce dietro e dentro le azioni umane, addirittura a volte trasforma il male in bene per portare avanti i suoi progetti di salvezza e riconciliazione.
Che il Signore ci aiuti riconoscere la sua azione nella storia e voglia servirsi anche di noi per portare avanti i suoi progetti.

lunedì 3 luglio 2017

Predicazione di domenica 2 luglio 2017 su Luca 15,1-3.11-32 a cura di Marco Gisola (Tempio di Piedicavallo)

Luca 15,1-3.11-32
1 Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3 Ed egli disse loro questa parabola:
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". Ed egli divise fra loro i beni. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. 16 Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi'". 20 Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa. 25 Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. 27 Quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Il padre gli disse: "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato"».


Questa parabola è un testo molto bello e a cui siamo molto affezionati, è la parabola della misericordia di Dio per eccellenza. Un racconto semplice, ma se guardiamo bene non elementare. Semplice perché la grazia di Dio è descritta e rappresentata in modo davvero eloquente nella figura del padre che corre incontro al figlio, che prima ancora lo vede da lontano - cosa che ci fa quasi sembrare che lo stesse aspettando - che lo abbraccia… Insomma perdono come accoglienza: accoglienza immeritata e incondizionata. Accoglienza del figlio che si sarebbe accontentato di vivere d’ora in poi come un servo, cioè come un salariato, un dipendente dell’azienda (diremmo oggi) del padre e invece viene accolto come figlio a tutti gli effetti, come figlio come era prima.
Accoglienza come reintegrazione nella stessa identica situazione e relazione che aveva lasciato prima di andare a sperperare tutti i suoi averi. Accoglienza senza rimproveri, senza punizione, senza predicozzo del tipo “ora ti riprendo in casa però, d’ora in avanti fai quello che dico io…!”, accoglienza senza se e senza ma, accoglienza gratuita, dunque grazia. In questa immagine il testo è molto semplice, immediato.
Racconto semplice ma non banale e non superficiale. Racconto che tiene conto della complessità della realtà umana e delle complesse conseguenze del perdono. Infatti a “complicare” - nel senso di rendere complesse - le cose c’è l’altro fratello. Il racconto sarebbe più semplice se il figlio fosse soltanto uno, quello che se ne va e poi decide di tornare indietro e viene riaccolto dal padre. Per raccontare la misericordia di Dio, per rappresentare la misericordia di Dio sarebbe bastata la relazione Padre-Figlio. La grazia di Dio è già tutta lì.
Se Gesù aggiunge il personaggio del secondo figlio, significa che sa che la realtà umana e la realtà del perdono è complessa; dico complessa non nel senso di difficile, ma nel senso che riguarda molti aspetti della nostra vita e delle nostre relazioni. C’è anche il fratello di cui tener conto. Il perdono di Dio riguarda Dio e me, ma non riguarda mai soltanto Dio e me. Riguarda anche me e gli altri, e gli altri sono rappresentati dal fratello. E riguarda anche la relazione tra Dio e mio fratello.
La storia dunque non è solo una, ma sono due. Anzi tre. C’è la relazione tra il figlio minore – quello che se ne va di casa - e il padre; quella tra il figlio maggiore, che rimane a casa a lavorare, e il padre; e quella tra i due fratelli, che nel racconto non si parlano mai, anzi sembra che non si incontrino neppure. E infatti la storia non è finita: finisce la parabola, ma non finisce la storia. c’è un pezzo di storia ancora da scrivere.

1. la prima storia, la prima relazione è quella centrale, quella tra il padre e il figlio minore, che va via di casa e poi torna e viene riaccolto. Accoglienza come metafora del perdono. Come accennavo prima, il perdono è rappresentato dal fatto che il figlio che si sarebbe accontentato di essere trattato come un servo pur di avere un tetto e qualcosa da mangiare in cambio del suo lavoro, viene invece riaccolto come figlio. Non viene declassato. Il figlio minore ci sta anche un po’ simpatico: a occhi moderni è uno che vuole cavarsela da solo, che vuole cercare la sua autonomia, che si mette in gioco anche per diventare autosufficiente, per diventare grande. Agli occhi della parabola è invece uno che pecca di presunzione, pensando di vivere senza il padre e la sua protezione.
Ma nonostante il figlio abbia fatto un enorme errore, abbia peccato di orgoglio, abbia pensato di poter fare a meno del padre (ovvero di Dio), viene riaccolto come prima. Nonostante la colpa è trattato come era trattato prima, cioè da figlio e non da servo. Questa è la grazia. La grazia non cancella la colpa o l’errore, cancella le sue conseguenze. “Nonostante tutto” e “come prima”: queste sono le due espressioni che ci raccontano che cosa è la grazia secondo questa parabola.

2. E fin qui la storia corre liscia. Ma c’è il fratello. E il fratello non è contento del fatto che il padre abbia riaccolto il fratello nonostante tutto e lo tratti come prima, anzi che faccia addirittura una festa per lui, anziché fargli una sonora ramanzina. Per noi è forse più facile metterci nei panni del figlio minore. È consolante pensare di poter essere riaccolti dopo che abbiamo fatto qualche sciocchezza, o dopo aver fatto un grosso errore. Pensare che Dio ci riaccolga quando sbagliamo è molto consolante.Ma come la mettiamo quando ci mettiamo nei panni del fratello maggiore e vediamo che Dio riaccoglie nostro fratello che – magari – non sopportiamo tanto volentieri? O che ha fatto un errore che ci sembra molto grave e che noi sicuramente non avremmo fatto…?
La grazia di Dio è anche per mio fratello. Anche per quel fratello che non mi è per nulla simpatico, anche per quello che ha fatto una cosa che a me sembra terribile. Qui c’è la prova del nove della nostra fede nella grazia. È facile credere alla grazia di Dio finché essa è per me, finché sono io a essere riaccolto, perdonato, salvato. Ma la grazia è anche per mio fratello che sbaglia più di me. Anzi è sopratutto per mio fratello o mia sorella che sbaglia più di me. Perché “dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata”. Perché il padre dona il suo perdono a chi ne ha bisogno. E dona più perdono a chi ne ha più bisogno. Il fratello maggiore ha fatto bene a rimanere a casa, ha fatto bene a comportarsi bene, a lavorare sempre insieme al padre senza avere grilli per la testa. Ha fatto la cosa giusta. Ma chi fa la cosa giusta deve accettare che chi fa la cosa sbagliata ritorni a casa e sia ri-accolto e sia di nuovo considerato e trattato come fratello, come prima. Il fratello che ha sempre fatto la cosa giusta deve accettare anche lui suo fratello che ha sbagliato, come lo ha accettato il padre.
Fuor di metafora: Dio ci chiede di accogliere e accettare e amare chi lui accoglie, accetta, ama, spogliandoci dei panni del giudice e indossando quelli del fratello. Il fratello minore aveva capito il suo errore, si era “convertito”, se vogliamo usare questa parola. Il figlio maggiore ha ancora bisogno di essere convertito. Ha bisogno di conversione perché sta rifiutando suo fratello, lo sta disconoscendo come fratello: dato che ha sbagliato, dato che ha fatto una sciocchezza non è più mio fratello, pensa il fratello maggiore.
Il padre lo invita invece a riconoscerlo di nuovo come fratello, ad abbracciare il fratello come ha fatto lui e a partecipare alla festa; questo invito è l'appello alla conversione. La conversione consisterebbe riconoscere che quell’essere umano che ha sbagliato è ancora tuo fratello. La parabola è molto profonda in questo: chi ha toccato il fondo e è arrivato a disperare di se stesso riesce a riconoscere il proprio errore e a tornare indietro, a convertirsi. Chi è sicuro di sé e dall’alto di questa sicurezza giudica l’altro, non riesce a fare il passo che lo porterebbe dentro la festa, dove potrebbe ritrovare suo fratello.

3. E così abbiamo già toccato il terzo punto, la terza storia, la terza relazione. Quella che non troviamo nella parabola, che è quella tra i due fratelli. Non la troviamo proprio perché il maggiore rifiuta di partecipare alla festa, si sente vittima di un’ingiustizia e quindi rifiuta di incontrare il fratello minore.
Questa è la storia che non è ancora scritta. Il lieto fine della storia non è ancora scritto. C’è un primo lieto fine che è il ritorno e il ritrovamento del figlio da parte del padre. Ma non c’è il secondo lieto fine, quello che sarebbe il grande lieto fine e che renderebbe completa la gioia del padre: l’incontro e l'abbraccio tra i fratelli.
Nella nostra esistenza quotidiana siamo a volte il fratello che ha sbagliato, che ha toccato il fondo e si è reso conto del suo errore e torna indietro. Torna indietro perché sa che il padre lo riaccoglierà almeno come servo, ha almeno questa fiducia. E invece la parabola ci dice che, quando ci capita di fare grossi errori, il padre ci riaccoglie come figli e fa festa per noi e con noi. A volte siamo invece come il fratello che è rimasto a casa e si è sempre comportato bene. In tal caso, la parabola ci dice che la festa è anche per noi, che siamo anche noi invitati a festeggiare per il fratello ritrovato. E che faremmo un grosso errore a non volerlo come fratello solo perché ha sbagliato più di noi.
L’invito alla festa del perdono è per tutti, perché ha sbagliato di più e per chi ha sbagliato di meno. Ma è il padre che dà la festa, è il padre che invita. Se pensiamo di poter decidere noi chi sta dentro e chi sta fuori, finirà che rimarremo noi fuori, come il fratello maggiore.
Se invece riconosciamo fratelli e sorelle tutti e tutte coloro che il padre ha invitato, allora sarà una bellissima festa e nessuno rimarrà fuori.