sabato 28 febbraio 2009

Culto a BIELLA - Domenica 1 marzo 2009



CHIESA CRISTIANA EVANGELICA VALDESE DI BIELLA
Via, Fecia 9/c
Domenica 1 marzo 2009
1a DEL TEMPO DI PASSIONE - INVOCAVIT 
(Egli mi invocherà, e io gli risponderò - Salmo 91,15)
Culto di Adorazione e Lode
ore 10.00

Predicazione a cura di: Ludovica Pepe Diaz

Culto a CHIVASSO - Domenica 1 marzo 2009

CHIESA CRISTIANA EVANGELICA VALDESE DI CHIVASSO
Via, Ivrea 3
Domenica 1 marzo 2009
1a DEL TEMPO DI PASSIONE - INVOCAVIT 
(Egli mi invocherà, e io gli risponderò - Salmo 91,15)
Culto di Adorazione e Lode
ore 10.30

Predicazione: Evangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 4,1-11

predicazione a cura di: Maurizio Abbà

giovedì 26 febbraio 2009

IL CATECHISMO secondo CALVINO

“ISTRUIRE A VIVA VOCE”
– Il catechismo di Ginevra del 1537 -

La parola catechismo indica una
“istruzione a viva voce” sulle dottrine
fondamenti del cristianesimo. La Riforma e
stata, nel suo crescere, un tentativo riuscito
di alfabetizzazione biblica del popolo, là dove
è riuscita ad affermarsi. Lutero durante una
uscita pastorale in Sassonia (1528) riscontrò
una diffusa ignoranza delle Scritture, per
questo scrisse, stampò e diffuse un
catechismo popolare. Il “Piccolo Catechismo”
(1529) in quaranta anni venne diffuso in
100.000 copie, in diciassette lingue diverse.
In campo riformato vi furono tentativi di
catechismo da parte di Ulrico Zwingli (1484-
1531) e Guglielmo Farel (1489-1565). Nel
1537 Calvino scrisse un catechismo, tradotto
in italiano dallo storico valdese Valdo Vinay
(1906-1990) e pubblicato dalla Casa Editrice
Claudiana nel 1983. In pieno fascismo (1935)
la rivista barthiana “Gioventù Cristiana” aveva
pubblicato come quaderni: “Il Catechismo di
Ginevra del 1537 a cura dello stesso Valdo
Vinay.
Il catechismo del 1537 è una sintesi
della prima edizione dell’Istituzione della
Religione Cristiana del 1536. Secondo
l’intenzione dell’autore il Catechismo assunse
il significato di una confessione della fede
evangeli:

“Noi ci siamo adoperati non già a
presentare le nostre opinioni personali, ma a
servire con semplicità e fedeltà la pura parola
di Dio”.

Non facile per dei fanciulli, Calvino lo riscrisse
nel 1541, in forma più dialogata ed
elementare.
Il Catechismo si divide in cinque parti:
1) l’uomo e il suo peccato;
2) la legge;
3) la fede;
4) la preghiera;
5) i sacramenti disciplina ecclesiastica e
politica.


L’intenzione di Calvino era quella
biblica: “come bambini pur ora nati” appetite
il puro latte spirituale” (1 Pietro2,2).
Il Catechismo inizia con la considerazione
biblica che “tutti gli uomini sono nati per
conoscere Dio” e termina con la
considerazione teologica che è meglio
obbedire a Dio che agli uomini (Atti IV,19). Il
riformatore parte sempre nelle sue
considerazioni bibliche teologiche da un Dio
che si fa conoscere all’umanità in Cristo Gesù
(Giovanni 17,3s) e termina, a differenza di
Lutero, con una valutazione positiva di questo
mondo, oggetto della grazia divina anche
nelle istituzioni civile e quindi politiche.
Tuttavia solo “Il Signore è il re dei re, e
quando ha aperto la sua bocca sacra, deve
essere ascoltato da tutti e sopra tutti”. (p.
64).


L’importanza della istruzione a viva voce”
nella Chiesa Valdese è data, per tre secoli
circa, dalla riunione pomeridiana domenicale,
dove il pastore, servendosi del famoso
“Catechismo di Heidelberg” (1563) dialogava
con la propria comunità. I catechismi
evangelici rispondono dunque all’imperativo
evangelico: “Gesù” disse loro: Andate per
tutto il mondo, predicate l’evangelo ad ogni
creatura. Chi avrà creduto e sarà stato
battezzato sarà salvato; ma chi non avrà
creduto sarà condannato.” (Marco 16,15).


Eugenio Stretti (terzo articolo)






tratto da: TEMPORANEA,
Anno 3 - numero 1 - XVII febbraio 2009, p. 2;

Redazione:
Chiesa Metodista di Genova Sestri
Chiesa Valdese di Genova Sampierdarena
Chiesa Valdese di Genova Centro
Chiesa Ispano americana

lunedì 23 febbraio 2009

domenica 22 febbraio 2009

SULLE ORME DI PAOLO 3


SULLE ORME DI PAOLO 3

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DAVANTI ALL'AREOPAGO

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PAOLO SCEGLIE I PAGANI

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DUE ANNI A EFESO

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è una iniziativa editoriale della Rivista mensile: Jesus
mensile di cultura e attualità religiosa
- Anno XXXI - Febbraio 2009 - n. 2

nel n. di febbraio 2009:
I Cristiani di fronte alla crisi
Libero mercato:
un mito in fumo



www.stpauls.it/jesus

sabato 21 febbraio 2009

Culto a BIELLA - Domenica 22 febbraio 2009

CHIESA CRISTIANA EVANGELICA VALDESE 
di BIELLA
Via Fecia 9/c - Biella
DOMENICA 22 FEBBRAIO 2009
ore 10.00
- ESTOMIHI (Sii per me una forte rocca  - Salmo 31,2)


Testo Biblico della Predicazione: I Pietro 2,1-10

1 Sbarazzandovi di ogni cattiveria, di ogni frode, dell'ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza, 
2 come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, 
3 se davvero avete gustato che il Signore è buono. 
4 Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, 
5 anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. 
6 Infatti si legge nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chiunque crede in essa non resterà confuso». 
7 Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli «la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, 
8 pietra d'inciampo e sasso di ostacolo». Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati. 
9 Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; 
10 voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia. 


Predicatore: Leo Sandro Di Tommaso
della Chiesa Cristiana Evangelica Valdese di Aosta

Presentazione del libro di Leo Sandro Di Tommaso

Leo Sandro Di Tommaso,
Dissidenza religiosa e Riforma Protestante in Valle D'Aosta
Roger Sarteur Editore - Aosta


Domenica 22 febbraio 2009, ore 11.00
 a BIELLA, 
Chiesa Cristiana Evangelica Valdese di Biella, 
in Via Fecia 9/c - Biella
presentazione del libro:
Leo Sandro Di Tommaso, 
Dissidenza religiosa e Riforma protestante in Valle D'Aosta
Roger Sarteur Editore  -  Aosta

sarà presente l'autore.

ingresso libero

venerdì 20 febbraio 2009

RISPETTO PER LA VITA



Tra lotta all’Aids e epidemia di colera

È ormai nota a tutti la tragica epidemia di colera nello Zimbabwe a stretto confine con il Sud Africa. Il numero di vittime del colera che quotidianamente attraversano la frontiera ed entrano in Sud Africa in cerca di rifugio, cibo, cure mediche e acqua è attualmente difficile da calcolare. Fino a una quindicina di giorni fa i dati ufficiali riportavano di oltre duemila persone che erano state accolte nei servizi sanitari ed erano state assistite almeno per la reidratazione. Il governo ha posto al confine con lo Zimbabwe gruppi di pronta assistenza composti da medici, epidemiologi e infermieri; 5 centri di cura accolgono i colpiti già gravi

Febe Cavazzutti Rossi


È ormai nota a tutti la tragica epidemia di colera nello Zimbabwe a stretto confine con il Sud Africa. Il numero di vittime del colera che quotidianamente attraversano la frontiera ed entrano in Sud Africa in cerca di rifugio, cibo, cure mediche e acqua è attualmente difficile da calcolare. Fino a una quindicina di giorni fa i dati ufficiali riportavano di oltre duemila persone che erano state accolte nei servizi sanitari ed erano state assistite almeno per la reidratazione. Il governo ha posto al confine con lo Zimbabwe gruppi di pronta assistenza composti da medici, epidemiologi e infermieri; 5 centri di cura accolgono i colpiti già gravi.

Assai più difficile è monitorare l’impressionante numero di profughi privi di tutto, che vagano qua e là nelle baraccopoli. Già prima di questa terribile crisi il Sud Africa contava circa sette milioni di immigrati irregolari, tutti comunque accolti nel servizio sanitario nazionale che ora è praticamente al collasso. La politica governativa è di prestare le prime cure sanitarie e poi rimandare i profughi al loro paese. La conseguenza è che i disgraziati scampati al colera nel loro paese si raggruppano e si barricano in luoghi fuori da ogni controllo nel terrore di essere ricacciati verso morte sicura. Fra quelli che in qualche modo si sistemano anche nelle baraccopoli di Pietermaritzburg, ci sono nuovi portatoti di Hiv/Aids.

Dure conseguenze di questa situazione ricadono anche sul nostro Progetto metodista di cura e lotta all’Aids, che si trova ora nella impotenza di includere altri ammalati nel numero degli assistiti benché sia ormai bene organizzato e attrezzato per farlo, semplicemente per la esiguità dei fondi. Ciò nonostante, alla fine di gennaio il servizio aveva visitato tutti gli ammalati nelle zone di Edendale, Imbali, Sobantu, Sinathging, Machibisa & Pmb City. 55 famiglie di colpiti dal morbo hanno ricevuto i soli pacchi di cibo sufficiente per un mese, vestiario, coperte e farmaci. I volontari visitano gli ammalati quotidianamente e li soccorrono nelle loro necessità: li lavano, distribuiscono le medicine per la giornata, tagliano i capelli e la barba, puliscono il locale dove vivono, fanno il bucato, se sono allettati li spingono a fare un poco di moto e non lasciarsi andare, li aiutano a mangiare. Le infermiere controllano le cure su base settimanale e il medico interviene quando la condizione del paziente lo richiede. Il pastore Jacob presiede l’organizzazione del servizio, provvede al reperimento dei medicinali e del cibo, visita i pazienti prestando un servizio di consiglio e di sostegno spirituale, e si occupa dei bambini che restano orfani e/o sono a loro volta ammalati.

La Scuola Merryland

La nostra scuola ha ripreso le attività dopo il riposo estivo il 19 gennaio scorso. Tali e tante sono le richieste e le necessità che non si ha avuto cuore di mantenersi entro i 110/120 piccoli alunni. Quest’anno sono 135: 64 nuovi con 71 degli anni precedenti. 60 sono i bambini che hanno lasciato la scuola nel 2008 perché ormai bene avviati e inseriti nel sistema scolastico pubblico. Per i nuovi entrati sono richiesti una serie di atti pubblici affinché i bambini siano registrati nel sistema scolastico secondo le leggi governative e rientrino nel Dipartimento della previdenza sociale. Ognuno riceve una visita medica e un certificato medico sul proprio stato di salute con il controllo delle vaccinazioni già fatte o da fare. Quest’anno le insegnanti sono tutte nuove: hanno riorganizzato i programmi e le tecniche pedagogiche con materiale aggiuntivo che è venuto dal ministero dell’Istruzione della Repubblica del Sud Africa. Ogni bambino viene rifornito di tutto quanto gli serve per disegnare, scrivere e imparare a leggere e far di conto.

Quest’anno ci sono tanti bambini di tre anni ed è stato necessario assumere un’altra maestra assistente per prendersi cura di questi più piccolini. La scuola apre alle sei e mezza del mattino e chiude fra le cinque e le sei di sera. I bimbi ricevono la colazione, un pasto, merende di frutta e bevande a metà mattina e al pomeriggio, secondo i criteri di una dieta bilanciata.

Dal 1977, attraverso i tempi più duri, Merryland è un ambito interamente inter-razziale e inter-religioso ed è considerata esemplare per la sua conduzione e per i risultati scolastici che ottiene; quasi ogni anno riceve riconoscimenti pubblici a livello regionale. Ne possono essere fieri anche le chiese valdesi e metodiste che contribuiscono con una offerta dall’8%° e tutti i donatori che con fedeltà e generosità danno il loro prezioso e insostituibile sostegno.

Per le offerte: Febe Cavazzutti

c. c. postale n. 13276357

c. c. b. 00000117338 Banca Etica

Padova IT72 X050 1812

1010 0000 0117 338


tratto dal settimanale: Riforma,
Anno XVII - numero 7 - 20 febbraio 2009.
 www.riforma.it

giovedì 19 febbraio 2009

Firma la petizione

il sito qui

19° Convegno della diaconia

Firenze, 7 marzo 2009

La diaconia trasforma. Percorsi di volontariato nella Chiesa


Stiamo attraversando anni di rapida trasformazione. Scenari che ci sembravano consolidati sono spazzati via in poche settimane lasciando il posto a frammenti sociali cui fatichiamo a dare un qualche ordine.

La Diaconia è strettamente legata alle strutture sociali in cui agisce e subisce i contraccolpi legati alla crisi dello stato sociale, al diffondersi di vecchie e nuove povertà, all'impoverirsi del tessuto sociale delle relazioni. Questo convegno vuole centrare l'attenzione sull'azione trasformatrice della diaconia sia nei confronti del contesto sociale in cui opera sia nelle persone che sono coinvolte "nel fare diaconale" sia in ultimo in relazione alla sua connessione con la comunità ecclesiastica.

Un "fare" quello diaconale che opera "per un mondo migliore". La diaconia si sente chiamata ad agire per lanciare segnali di cambiamento, di trasformazione delle relazioni, delle situazioni di marginalità, dei modi con cui ci si propone in aiuto al prossimo.

La diaconia è anche chiamata a contagiare la comunità ecclesiastica portando al suo interno le tensioni e contraddizioni che il contesto sociale propone. In altri termini, si connota non solo come "braccio" della chiesa nella società, ma anche come "orecchio" e "occhio" della chiesa per vedere, ascoltare, comprendere quello che sta succedendo.

Il volontariato è il modo attraverso il quale i credenti fanno diaconia e si mettono al servizio degli altri e il convegno intende analizzarne gli aspetti più rilevanti per la vita delle nostre comunità e per la loro testimonianza.

Programma

Sabato 7 marzo - Foresteria valdese di Firenze, Aula Magna

Ore 9,00 Culto di apertura

9,30 Saluti del Presidente della CSD Marco Armand-Hugon e presentazione del Convegno

9,45 Anche la diaconia trasforma
Intervento a cura del past. Salvatore Ricciardi

10,30 Diaconia, volontariato e chiesa locale
Intervento a cura della past. Eliana Briante

11,15-11,45 Coffee break

11,45 Manifestazioni del volontariato nella diaconia
Intervento a cura di Davide Rosso, vicepresidente CSD

12,30 Volontariato fra motivazioni e tempi di vita
Intervento a cura di Roberto Locchi, responsabile dell'Agenzia formativa Kaleidos di Firenze

12,50 Il volontariato nell'organizzazione
Intervento a cura di Gabriele De Cecco, direttore della Diaconia valdese fiorentina
13,10 Dibattito

13,30-15.00 Pausa pranzo

Ore 15,00 Gruppi di lavoro

1) Aspetti personali e biografici nell'approccio al volontariato e al lavoro
2) Motivare i volontari attivi e cercarne di nuovi
3) Chiesa locale e servizio, testimonianza e diaconia

17,00 Sintesi plenaria

18,00 Conclusione comunitaria del Convegno

mercoledì 18 febbraio 2009

martedì 17 febbraio 2009

17 febbraio 1848

L'immagine è tratta dal fumetto
(di prossima pubblicazione a cura della Chiesa valdese di Biella e Piedicavallo):
Il Tempio di Piedicavallo.

Disegni di Alessandro Pagliero


L'abuso o uso improprio della immagine sopra raffigurata sarà punito a norma di legge. E non solo...

lunedì 16 febbraio 2009

Nemesi Medica - da La storia siamo noi

Presentazione del libro di Poesie di Tavo Burat


BATTESIMO E CENA DEL SIGNORE

In copertina
Cristo in casa di Marta e Maria, di Johannes Vermeer, 1656.


CENTRO STUDI "ALBERT SCHWEITZER", 
Centro Culturale evangelico,

IL SIGNORE FRA NOI. 
Il mistero della presenza di Dio nel suo popolo,

 a cura di Dario Fiorensoli,
(collana La Vite e i tralci, 22. Giovanni 15,1-5), Il Segno dei Gabrielli editori, S. Pietro in Cariano (VR), pp. 264;

dal contributo di Paolo Ricca, teologo valdese:
Il battesimo come fondamento della vita cristiana,
p. (23).

PAOLO RICCA:

   A mio giudizio, ogni chiesa cristiana dovrebbe adottare due forme di battesimo: quello delle persone che, venute alla fede, chiedono di essere battezzate e in questo modo mettono in luce l'importanza del "sì" dell'uomo;  e quello dei bambini, che mette in luce il grande "sì" dell'uomo; e quello dei bambini, che mette in luce il grande sì di Dio che non solo precede, ma anche permette e fonda il "sì" dell'uomo.
Detto questo indicherò sommariamente l'essenziale di quello che penso del battesimo.

1. Due definizioni: 
a) Lutero: Wort im Wasser = Parola nell'acqua che illustra bene l'iniziativa divina nel battesimo.

b) Barth: «Fondamento della vita cristiana» - non della fede, fondata sulla parola, ma della vita, che mette bene in luce la portata esistenziale del battesimo.

2. Un fatto: il nome santo e benedetto di Dio è unito al mio essere. Essere battezzato vuol dire questo: una cosa meravigliosa, lo sposalizio (per così dire) del nome di Dio con il mio nome.

3. Un segno. Di che cosa? 
a) Della nostra morte e risurrezione in Cristo nella sua morte e risurrezione.

b) Del patto di Dio che mi accoglie. 

c) Del battesimo dello Spirito Santo, che invoco, e quindi della nuova nascita che mi aspetta.


************************

Il volume raccoglie i contributi riferiti a due convegni teologici svoltisi a Trieste nel novembre del 2006 e nell’ottobre 2007, a cura del Centro Studi Albert Schweitzer 
e della Comunità Luterana di Trieste.

Il volume risulta così suddiviso
nella Prima parte: 
Il Battesimo come Fondamento della Vita Cristiana 
contributi di: 
Paolo Ricca, Il battesimo come fondamento della vita cristiana; 
Rinaldo Fabris, Il battesimo fondamento della vita cristiana; 
Giovanni Carrari, Il battesimo nel pensiero di Karl Barth;
Carmine Napolitano, Il battesimo. Una prospettiva pentecostale; 
Martin Ibarra y Perez, Il battesimo fondamento dell’unità dei credenti: una prospettiva battista; 
Lorenzo Magarelli, La visione cattolica del battesimo; 
Constantin Eusebiu Negrea, Il battesimo nel rituale ortodosso;
Liberante Matta, I battisti e il battesimo dei credenti; 
Dieter Kampen, Dio opera mediante il battesimo; 

nella Seconda parte: 
La Cena del Signore e il mistero della sua presenza,
contributi di:
Paolo Ricca; Il Signore fra noi;
Giovanni Carrari, Dalla Cena pasquale ebraica allo spezzare il pane insieme dei primi cristiani; 
Rinaldo Fabris, La Cena del Signore nelle chiese paoline; 
Gianfranco Hofer, La Cena del Signore: una svolta nel VI secolo nel percorso delle chiese d’occidente; 
Dieter Kampen, Spunti da Lutero per una comprensione della presenza reale oggi; 
Raško Rádovic, L’Eucarestia; 
John Flack, Gli anglicani e l’Eucarestia; 
Dario Fiorensoli, Una testimonianza. 

dal contributo del curatore del volume Dario Fiorensoli:
(p. 257).


DARIO FIORENSOLI:

Ho riletto recentemente questa frase di un famoso e importante autore del '500, ma che di tutto cuore sottoscrivo: «La dignità della Cena è esaltata in modo adeguato quando la consideriamo ausilio e strumento per incorporarci in Gesù Cristo ovvero, essendo incorporati in Lui, per fortificarci in tal comunione finché Egli ci unisca a sé in modo perfetto nella vita eterna.»
   Questa Cena è un dono del quale abbiamo bisogno. Ci è dato di rincuorarci., per riprendere fiducia nella vita che ci avvolge e che richiede da parte nostra una continua risposta. Essa colma la nostra solitudine, ci aiuta nella nostra debolezza, nella nostra incertezza. È il dono per eccellenza offerto ai credenti riuniti nella chiesa, che li accompagna nel percorso verso il mistero immenso di Dio, guidati dallo Spirito.
   Dunque il Risorto visita la comunità suscitata dallo Spirito: da quello spirito promesso e dato che sempre del Cristo ci parla. La gioia di questo incontro reale non può essere sacrificata o guastata dall'abitudine o dall'indifferenza, perché una comunità di credenti non potrebbe causarsi un danno maggiore.  



1 Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana
Libro IV, cap. XVII, Basilea, 1536, p. 33.
      
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dalla quarta di copertina: «Il Centro Studi “Albert Schweitzer”, Centro culturale evangelico di Trieste, promuove da anni incontri teologici tesi ad approfondire tematiche essenziali della fede cristiana e dil loro rapporto sia con le fedi di altre religioni che con la cultura contemporanea. Si tratta di un dialogo assolutamente libero, che può assumere in taluni autori anche toni critici nei confronti della tradizione, ma senza che traspaia una tradizione iconoclasta o quella di una archiviazione superficiale di valori fondanti. I temi e lo stesso linguaggio della fede sono riesaminati senza ignorare gli sviluppi delle ricerche storiche, antropologiche, sociologiche e psicanalitiche»

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www.gabriellieditori.it

domenica 15 febbraio 2009

La felicità di ritrovare delle persone amate

– GRAZIE, SIGNORE -

Grazie, Signore,
per la gioia di questa mattina.
Grazie per la felicità di ritrovare
Delle persone amate.
Grazie per il dono di riconoscere in loro
la tua presenza.
Grazie perché sei il Risorto, il Vivente,
colui che ama ciascuno di noi,
affinché possiamo portare un po’ di amore,
un po’ di gioia, un po’ di speranza,
nel nostro mondo.

Da “Pières pour mon village”

tratto da: 
raccolta di testi di fede,
In Attesa del Mattino,
Comitato Italiano per la CEVAA,
Torre Pellice, 1991, Stampato ma non pubblicato, p. 35.

sabato 14 febbraio 2009

Culto a CHIVASSO - Domenica 15 febbraio 2009



CHIESA EVANGELICA VALDESE di CHIVASSO
Via Ivrea, 3
Domenica 15 febbraio 2009
SEXAGESIMA
(60 GIORNI PRIMA DI PASQUA)
Culto di Adorazione e Lode
ore 10,30

predicazione di: PAOLO RICCA

questa Domenica il Culto a CHIVASSO è unificato con
il Culto della Chiesa Evangelica Valdese di BIELLA

segue Agape fraterna, sempre a CHIVASSO.



Donami, Gesù, la pace interiore, perché anch'io possa portare la pace attorno a me.
Quando sento in me la tua pace, l'assenza di pace attorno a me non mi fa paura.
Sono in grado di andare incontro ai contendenti senza lasciarmi coinvolgere nel conflitto.
                                       
             Anselm Grün

tratto da: 
Un Giorno Una Parola. Letture bibliche quotidiane per il 2009,
edizione italiana: Claudiana editrice, Torino, 2008, p. 78.
Nessuna congiura valdese

Il teologo Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma, scrive al direttore di Avvenire, Dino Boffo, in riferimento ad un presunto "Grande Valdese"
Inutile "attribuire le maiuscole ad 'avversari' di fatto minuscoli"

"Che poi, per ben servirvi, il Grande Valdese sia subito pronto ad impartirci – ad onta di ogni bon ton e garbo interconfessionale – l’ennesima lezioncina sul Concilio Vaticano II, è solo il mesto coronamento di un'acida torta". 
Questa frase, a firma di Dino Boffo, direttore del quotidiano cattolico "Avvenire", pubblicata ieri in prima pagina, non è piaciuta al decano della Facoltà valdese di teologia, il prof. Daniele Garrone.
Senza mai nominarlo, il "Grande Valdese" sarebbe per Dino Boffo il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, che l'11 febbraio su "La Repubblica" ha rilasciato una lunga intervista sul caso Englaro. Seppur non entrando in merito alla diatriba tra "Avvenire" e "La Repubblica" - anche oggi il direttore Ezio Mauro dalle colonne del suo giornale risponde a Dino Boffo -, Garrone, in una lettera inviata oggi al direttore di "Avvenire", esprime la sua preoccupazione per l'infelice citazione. Segue il testo della lettera:
«Ciò che mi incuriosisce e preoccupa sono la G e la V maiuscole. Come Grande Vecchio. Quale esternazione "valdese" può muoverLa ad adottare le maiuscole? Quella specifica di un singolo valdese in una determinata occasione? Oppure la somma di tutti gli articoli e le dichiarazioni pubbliche di esponenti della chiesa valdese (sparuta schiera alla quale mi onoro di appartenere) negli ultimi mesi o anni o decenni? Non si allarmi: una o molteplici, sono pressoché ininfluenti, e comunque con risonanza nulla o scarsa nella gran cassa mass mediatica, che invece ogni giorno ci propina dosi di magistero romano inimmaginabili in qualunque altro paese del mondo. In ogni caso – anche qui, non si allarmi – i valdesi sono poco più di 20.000.

Non resta che una spiegazione: Lei ridà fiato ai toni di cento e più anni fa, quando le voci che dissentivano dalla unica verità su ogni cosa che il pontefice ritiene di detenere per tutti (stavo per scrivere "riteneva", ma purtroppo oggi come ai tempi di Pio IX ritiene, eccome!) venivano attribuite ad una sorta di congiura che vedeva alleati massoni, ebrei, protestanti, potenze liberali ecc., tutti con la maiuscola, se non nella grafia, per lo meno nell’enfasi, perché le congiure contro la verità devono essere maiuscole per forza, altrimenti minuscola sarebbe la verità. 
Può così verificarsi il singolare paradosso che, in una provincia papalina quale è oggi l’Italia, con una classe politica che pullula in entrambi gli schieramenti di chierichetti - spesso atei, ma sempre proni - e in cui le posizioni che Lei rappresenta vincono su tutti i fronti, dai finanziamenti all’ideologia, che i "cattolici" o "il popolo della vita" si sentano accerchiati al punto da attribuire le maiuscole ad "avversari" di fatto minuscoli. Non si allarmi, le maiuscole le avete voi: voi siete la Chiesa; noi – per voi - non siamo neppure chiese. Eppure continuiamo, con le minuscole, la nostra minuscola testimonianza, come cittadini e come credenti.
Quanto alle torte acide e ai loro mesti coronamenti, provi a pensare che gusto avevano quelle che abbiamo dovuto mangiare noi quando erano egemoni le posizioni di cui Lei si fa portavoce».

Nel suo editoriale pubblicato oggi su "La Repubblica" in risposta ad "Avvenire", Ezio Mauro, ricordando giustamente che Gustavo Zagrebelsky non è valdese, ma "un cittadino libero di pensare e di esprimersi", scrive: "Ora, essere valdese non è né un merito né una colpa, non toglie e non aggiunge nulla alle considerazioni di un costituzionalista che è stato anche presidente della Corte, e che senza essere gravato degli obblighi del dialogo interconfessionale spettanti tutt'al più alla gerarchia, ha diritto di pronunciare le sue opinioni sullo Stato e la Chiesa senza che vengano bollate come 'lezionicine'".


Tratto dal comunicato:
 NEV - Notizie evangeliche del 13 febbraio 2009

www.fedevangelica.it
www.chiesavaldese.org
www.avvenire.it
www.repubblica.it

venerdì 13 febbraio 2009

INCONTRO ECUMENICO A PETTINENGO

SABATO 14 febbraio 2009
INCONTRO ECUMENICO
a
PETTINENGO (Biella)
Villa Piazzo - GB Maggia, 2
ore 17.00

www.pacefuturo.it



TESTIMONIARE LA FEDE 
IN UN MONDO CHE CAMBIA
cattedra dei pacifici

PACEFUTURO INCONTRI


Thomas Merton, Martin Luther King, Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer hanno lasciato tracce per un cammino ancora da svolgere nella chiesa e nella società

con:
 
Guido Dotti (Comunità Monastica di Bose),
Maurizio Abbà (Chiese Valdesi Biella e Chivasso)
Paolo Ricca (teologo valdese)


ingresso libero, si raccomanda la puntualità

CRISTIANESIMO E POLITICA

CHIVASSO - venerdì 13 febbraio 2009
alle ore 20,45
presso la
S A L A  C O N S I L I A R E
di  C H I V A S S O
(Piazza C. A. Dalla Chiesa)

Vi invitiamo a partecipare
Per informazioni: www.cisiamo.org - info@cisiamo.org

CRISTIANESIMO
e POLITICA
CATTOLICI e VALDESI
a CONFRONTO
Incontro pubblico con
Raniero LA VALLE
(teologo cattolico)

Paolo RICCA
(teologo valdese)

Venerdì 13 Febbraio 2009 
ore 20,45

Iniziativa a cura di
LEZIONIdiPOLITICA
...per un laboratorio
nel chivassese
Il dibattito sul
rapporto fra
religione e politica
è particolarmente
sentito in Italia,
dove si infiamma
con frequenza.
Ne parliamo con
due protagonisti
in campo cattolico
e valdese.

Raniero LA VALLE
Paolo RICCA

La poesia generosa di Tavo Burat


LASSOMSE NEN TAJÉ LA LENGA

Intervista a Costanzo Preve
NON LASCIAMOCI TAGLIARE LA LINGUA
a cura di Luis Magnani e Alberto 'Vento' Brizio
Gli editoriali di Tavo Burat "Sautabachëtte" (1975-2004)
apparsi su ALP

(La fotografia in copertina: si riferisce al cippo di fra Dolcino.  
  La bandiera rosso, blu e arancio è della Nazione Piemontese fino al 1802).





sull'avventura intellettuale di Tavo Burat,
si veda il libro:

Anna Piovesan, Lingue perdute (e parole ritrovate),
(il pensiero creativo), prefazione di Domenico Maselli,
 Sovera Multimedia, Roma, 2007.
www.soveraedizioni.it


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ieri, giovedì 12 febbraio 2009, alla Sala Convegni del Museo del Territorio - BIELLA
si è svolta la presentazione del libro di:
Tavo Burat 
Poesìe,
Collana di Letteratura Piemontese Moderna 
del Centro Studi Piemontesi - Ca dë studi Piemontèis

(si veda il post di presentazione inserito su questo blog 
 in data: 6 febbraio 2009)

Un pubblico numeroso ha partecipato alla qualificata ed approfondita presentazione del suo libro,
la parola è passata poi direttamente all'autore: Tavo Burat che con tutte le sue forze, 
(ha potuto uscire in permesso dall'ospedale di Biella dove si trova ricoverato da alcuni giorni)
ha delineato alcuni passaggi fondamentali del suo percorso di vita, 
iniziata nel bergamasco Tavo nasce a Stezzano, ed è poi biellese a Chiavazza.
Una vita generosa a difesa di persone e di cause a volte apparentemente marginali, ma che sono, invece, centrali per importanza e significati.

giovedì 12 febbraio 2009

PER IL TESTAMENTO BIOLOGICO


riflessione di:
Maria Bonafede
Moderatora della Tavola valdese e metodista


A poche ore dalla morte di Eluana la tentazione sarebbe quella di tacere, raccogliere le idee e - per chi come me crede nella vita eterna alla luce di Dio - pregare

Tuttavia questi non possono essere soltanto i giorni della preghiera: la lezione del caso Englaro ci dimostra quanto sia importante ed urgente definire una norma certa e condivisa sul testamento biologico, che eviti ed impedisca che attorno al letto di un malato terminale si scateni il circo politico-mediatico che abbiamo visto in questi giorni. Di fronte al dolore ed al dramma di una persona, in questo caso - così come era accaduto per Pier Giorgio Welby - la politica ha dato il peggio di sé, ricomponendo e allargando il partito degli atei devoti da una parte e allargando l'influenza politica dei vertici cattolici dall'altro. Nei giorni scorsi abbiamo sperimentato la violenza dei simboli ed il corpo sofferente di Eluana si è trasformato nell'icona della battaglia per la vita contro la cultura della morte.

In questa polarizzazione lo spazio della compassione, del rispetto e della laicità si è ridotto ai minimi termini, ed è stato garantito soltanto - lo affermo con convinzione - dall'iniziativa del Capo dello Stato che ha saputo tutelare l'autonomia della magistratura e la laicità delle istituzioni evidentemente pressato dall'iniziativa della Cei e del Vaticano.
Ci auguriamo che nei prossimi giorni il confronto sul testamento biologico abbia toni meno virulenti e ideologici; osiamo sperare che, in un clima di maggior rispetto reciproco, si evitino le deliranti accuse di "omicidio" a chi difende le ragioni di una morte nella dignità, senza accanimenti terapeutici anche mascherati e senza la sofferenza che una certa tradizione teologica intende imporre nel nome del valore assoluto della vita. Lo speriamo e, come valdesi e metodisti, lavoriamo in questo senso. Siamo una chiesa e non un partito politico: per questo non sta a noi proporre disegni di legge o interferire con il processo legislativo. Siamo però una voce della società italiana, una storica componente della sua cultura e della sua articolazione religiosa. 
E, in questo spirito, sentiamo nostro pieno diritto richiamare a beneficio dei partiti e dei legislatori, che nei prossimi giorni discuteranno la legge sul testamento biologico, tre principi fondamentali. Il primo è quello di laicità. L'Italia non è uno stato etico, non ha una "religione ufficiale" legittimata ad imporre valori e norme universali. La legge, pertanto, non potrà essere la traduzione giuridica di un magistero ecclesiale, ma dovrà necessariamente essere la risultante di un libero confronto tra diverse visioni del mondo, della vita e della morte, e pertanto - ecco il secondo principio - dovrà assumere la pluralità di visioni teologiche e non, che si esprimono nella società italiana. Tra le altre vi è anche quella dei Valdesi e dei Metodisti per i quali la vita è un dono e una grazia di Dio, che si vive nella relazione con il prossimo e con il Signore che ci ha creati. Ma la vita biologica - un cuore che pulsa in un corpo spento e mantenuto vitale solo con degli artifici - è un'altra cosa. Come per noi un ovulo fecondato è un'altra cosa rispetto ad un feto, e un feto al terzo mese è cosa diversa da un feto al quinto o da un bambino nato. 
Insomma, da credenti sentiamo il pericolo di un'idolatria biologica che finisce per essere strettamente apparentata all'accanimento terapeutico e al rifiuto di ogni legislazione sull'interruzione di gravidanza. Nei giorni scorsi questa nostra posizione ha avuto pochissimi spazi per esprimersi. Nessun conduttore di talk show, nessun direttore di tg, nessun editorialista ha pensato di richiamarla e valorizzarla. Nello schema bipolare della cultura e della politica italiana - laici e cattolici - non sembra esserci spazio per dei cristiani diversi, che oltre a confessare Gesù Cristo si dichiarano anche convintamene laici. 
Il terzo principio che voglio richiamare è quello della libertà di coscienza. Quando si legifera su quello spazio eccezionalmente sensibile che sta tra la vita e la morte, ogni norma deve ammettere una "riserva etica". Riconoscere la libertà di disporre un testamento biologico che respinge terapie invasive e ogni forma d'accanimento terapeutico non significa che si debba necessariamente agire in questa direzione. Questo vale per chi farà il testamento biologico ma anche per i familiari che, in assenza di un'esplicita volontà del malato, dovranno decidere per lui; così come per il personale sanitario che dovrà eseguire le volontà testamentarie. Come accade per l'aborto la possibilità di abortire non significa che si debba necessariamente farlo. E proprio in questo spazio ristretto - tra la disponibilità di una norma e la libera scelta individuale - il cristiano può rendere la sua testimonianza per la vita. Per affermare i suoi valori non ha bisogno dello scudo della legge, ma solo della forza disarmata della sua fede.


  



tratto da: Liberazione
11 febbraio 2009, pp. 1 e 5.

mercoledì 11 febbraio 2009

Volontariato in Germania: 4 posti da settembre 2009 - 09/02/2009 Nelle strutture sociali della Evangelische Landeskirche in Baden

La CSD Diaconia Valdese cerca 4 giovani fra i 18 e i 26 anni interessati a svolgere, a partire da settembre 2009, un anno di servizio volontario nel sud della Germania (Baden-Württemberg; vicino alle città di Heidelberg o Friburgo).

Tra le sedi della Evangelische Landeskirche in Baden dove si può svolgere il servizio: un centro diurno per persone anziane con difficoltà sociali e di salute, una casa di riposo per anziani e una struttura di accoglienza per senza tetto.

Le strutture garantiranno vitto e alloggio, argent de poche, formazione, assicurazione e rimborso delle spese di viaggio dall'Italia alla Germania. È richiesta una discreta conoscenza della lingua tedesca.

Per informazioni (entro il 20 marzo 2009):
CSD Diaconia Valdese - tel. 0121 953122 o volontariato@diaconiavaldese.org

martedì 10 febbraio 2009

VITA: DIGNITA' E RISPETTO SEMPRE. PER TUTTI

Nascita morte o vita?
di Giorgio Tourn

Il caso sofferto e doloroso di Eluana Englaro è stato seguito con spirito partecipe e fraterno dalle persone rispettose, molto meno dai mass media.
Ha comunque posto all’attenzione del pubblico italiano un problema di grande portata non solo sul piano etico ma anche spirituale, quello della morte. Suggeriamo qui una riflessione sulla scorta di alcuni documenti fra i molti che ci è stato dato leggere in questi ultimi tempi.

Il quotidiano La Repubblica pubblicava il 4 gennaio u.s. due articoli di Eugenio Scalfari e Adriano Sofri. Il primo, sul tema dell’etica della morte e della vita, faceva il punto sul dibattito in corso. Scalfari rivendicava la legittimità dell’etica laica nei confronti della posizione della chiesa e contestava la sua pretesa di essere l’unica autorizzata a dare normativa in questo campo. Nulla da eccepire, è la posizione di tutti i paesi civili e su questo terreno gli evangelici non hanno alcuna fatica a dialogare. Ma si potrebbe però far osservar a questi amici laici che l’esistenza è troppo complessa per potersi ridurre nello schema di una scelta responsabile di tipo kantiano. Creature ragionevoli, responsabili di noi stessi, guidati dalla nostra coscienza, sappiamo cosa dobbiamo e vogliamo fare di fronte alla morte che è tutto sommato il termine logico, naturale di una esistenza. Certo, ma tutto qui? Fatto il testamento biologico abbiamo risolto gli interrogativi dell’esistenza? Siamo kantiani anche noi ma il maestro di Koenigsberg conosceva anche il male assoluto; l’esistenza non si riduce alla scelta responsabile del soggetto. Il cristianesimo non è un umanesimo spiritualizzato. Si tratta, è vero, di un tema di riflessione da valutare più avanti, per ora la battaglia è per il testamento biologico.
Un secondo spunto di riflessione ci viene invece da un singolare lavoro dello scrittore svedese Wijkmark, La morte moderna che immagina la creazione di una Commissione governativa incaricata di pianificare la morte dei cittadini riutilizzandone le spoglie per regolare la popolazione e ridurre i costi del Servizio Sanitario. Romanzo paradossale possibile solo in una cultura nordica così intrisa del tema della morte. Può lasciare interdetti e pieni di orrore solo gli sprovveduti perché il problema della organizzazione e gestione del morire esiste in concreto, e del morire non terminale, ma comune, non siamo forse tutti organizzatori del nostro morire nel curare il corpo, nell’intervenire medicalmente chirurgicamente, trapiantando organi? E’ la ragionevole e doverosa cura di sé, della salute, si dirà, certamente ma è pianificare un futuro il cui orizzonte di morte è allontanato sempre più.

Il terzo testo che ci fornisce materia di riflessione, pubblicato sul n. 1 della rivista Confronti, ci viene dal professor Daniele Garrone della Facoltà valdese di teologia che qui riproduciamo:

«Non voglio fare un discorso in generale. Voglio dire come la penso io, per me e per nessun altro. E sostenere al tempo stesso che questa mia personalissima posizione, che posso articolare razionalmente, eticamente, spiritualmente e teologicamente, è universalizzabile non nel senso che deve valere per tutti, ma nel senso che l’accoglimento della mia richiesta non esclude, anzi comprende l’analogo rispetto di quella opposta. Il viceversa, purtroppo non vale. Rispettare la volontà di Giorgio Welby ed Eluana Englaro non obbliga nessun altro, mentre accogliere in etica pubblica i dettati delle gerarchie cattolico-romane obbliga Giorgio ed Eluana a morire come altri ha deciso, per di più – dico io – in nome di una astratta ideologia della vita a cui si pretende sia conferito uno status sovraordinato rispetto ad altre ideologie o visioni del mondo altrettanto rispettabili. Trattare l’altro come un fine e non come un mezzo è un criterio fondamentale di un’etica che si voglia universalistica.

Potrebbe capitare anche a me di trovarmi nella situazione di Eluana. Voglio anch’io, in piena libertà e responsabilità, per me, che siano sospese le cure che potrebbero tenermi, anche per decenni, nello stato di Eluana. Rifiuto, per me, l’interpretazione secondo cui sarei fatto morire di fame e di sete. Quel tipo di alimentazione – come spiega con pacatezza e ragionevolezza esemplari il Dottor Marino – fa parte di una serie di sofisticatissime cure, possibili solo da pochi attimi – se misuriamo il tempo sullo sfondo dell’evoluzione dello homo sapiens sapiens – grazie ad una del tutto "innaturale" tecnologia. È uno dei risultati dello sforzo umano di contrastare il corso naturale degli eventi e di combattere malattia, morte e dolore (che per me cristiano evangelico non ha alcun valore redentivo).

Proprio dicendo questo, rifiuto espressamente di attribuire all’idea di "natura" un valore etico dirimente. Ho cinquantaquattro anni e – statisticamente – ho raggiunto questa età "contro natura". In Italia, la speranza di vita alla nascita era, nel 1910, di circa 44 anni per i maschi e 46 le femmine, per poi passare, nel 1990, rispettivamente a 73 e 80 anni. Speranza di vita alla nascita vuol dire che si doveva già aver superato una prima prova naturale, il parto. Una volta nato, statisticamente, ognuno di noi avrebbe potuto esser portato via da una delle malattie "naturali" che nel frattempo abbiamo debellato con vaccini e cure. E vogliamo e speriamo di potere andare ancora più avanti, non soltanto nel senso di scoprire altre cure, ma anche di estendere a tutti gli umani i livelli "innaturali" di sopravvivenza e la qualità "innaturale" della vita che oggi sono appannaggio di una parte soltanto dei figli e delle figlie di Adamo.

Non si può parlare di morte "naturale" (che le cure palliative affretterebbero) nel caso di un malato terminale che sia giunto fino a quel punto grazie ad interventi chirurgici, cure chimiche e radiologiche e che magari avesse in precedenza sofferto di altre malattie un tempo incurabili. La "natura" avrebbe già risolto ogni problema con largo anticipo e con metodi drastici. I seri problemi che dobbiamo affrontare non sono dunque "naturali", ma legati all’interazione dell’uomo con la "natura". Non possiamo contrastare la natura con le cure mediche, per poi invocarla quando dobbiamo affrontare i nuovi interrogativi che esattamente questo contrasto ha sollevato. Né sul fronte dei problemi, né su quello delle soluzioni – e sarebbe meglio parlare di scelte – la "natura" può essere invocata come criterio sufficiente e dirimente. Comunque, non per quel che riguarda la mia vita e la mia morte.

Per me, è fondamentale un aspetto etico di cui mi sembra non si parli punto: se si tengono occupati per me, per anni e decenni, il macchinario e il personale necessari a tenermi in quella "vita", le stesse risorse sono precluse a qualcun altro che forse potrebbe poi uscire dal coma. Io non voglio che quella eventualità si presenti in nome mio. Io voglio lasciare libero quel posto, senza peraltro negare ad un altro il diritto di tenerlo occupato sine die se lo preferisce. Rivendico però la legittimità e la drammaticità etica dell’interrogativo: che fare se c’è una macchina sola e due o più persone che ne hanno bisogno? Per quanto sta a me, scelgo l’opzione di lasciare libere le cure e i macchinari messi a mia disposizione. Questo indirizzo ha come unico presupposto il parere medico che la situazione è "a viste umane", come si dice, irreversibile. Le mie e le nostre decisioni responsabili sono sempre "a viste umane". Per me io accetto, anzi richiedo, questo margine di valutazione medica e per me lo riconosco come valido sin da ora.

Vivo e dico tutto questo a testa alta, davanti a Dio e con Dio, nella libertà che mi ha donato e nella responsabilità a cui mi ha chiamato, fidandomi di lui. Lo vivo e lo dico in preghiera, nella riconoscenza per tutto ciò che mi è stato donato; e con la volontà di non idolatrare la mia vita; e nella speranza che "ciò che è mortale sia assorbito dalla vita" (2 Cor 5,4). Ritengo che in tutto questo Dio non mi respinga come un nemico della sua legge, ma mi accolga come un peccatore perdonato, cosa che del resto fa in ogni momento della mia vita. Insomma, vivo anche questo nella prospettiva della fede, che non è adesione ad un complesso di dottrine e valori, ma relazione personale con colui al quale devo la vita e la libertà. Amen.

Se dovessi trovarmi nella situazione di Eluana, credo dovrebbe bastare leggere questi pensieri – che ora pubblico in questa forma, ma che più volte ho espresso davanti ad una platea di uditori, dunque davanti a testimoni, e dunque in situazioni in cui era di palmare evidenza a tutti che esprimevo liberamente la mia volontà e che ero in pieno possesso delle mie facoltà mentali – per dirimere ogni dubbio circa la mia volontà per me. Posso capire che ci siano obiezioni di tipo giuridico a questo tipo di esternazione, e comunque non tutti hanno la fortuna di pronunciarsi di fronte ad un pubblico. Per questo è necessario che ci sia la possibilità, per tutti, se lo vogliono, di formalizzare le proprie volontà, anche in questo ambito.

È proprio questa libertà responsabile che il papa – autoproclamatosi garante e arbitro di quei diritti umani che la sua Chiesa ha avversato fino all’altro ieri, e interprete autentico della dichiarazione di cui celebriamo il sessantenario – vuole che non passi. Lo asseconda nel nostro paese una nutrita schiera bipartisan di chierichetti atei, che a Dio non credono, ma che al papa piegano se non la schiena e le ginocchia almeno la coscienza, più spesso entrambe. Speriamo vinca la libertà.»

La dichiarazione di questo teologo evangelico si colloca perfettamente nella linea del dibattito attuale ed esprime molto bene la posizione di un cristianesimo evangelico maturo. A far riflettere non è pertanto il contenuto di questo intervento ma la forma; non si tratta di un discorso, una predica, un insegnamento ma una dichiarazione, non insegna agli altri cosa dovrebbero fare,dice semplicemente: io farò, o cercherò di fare, così. Forse su questo tema così dolorosamente personale come la morte non si disquisisce ma è quello che si è. La vita può forse essere tema di discussione e dibattito, la morte no perché di quella degli altri non sai nulla e della tua neppure.

Ma a proposito di vita, nello stesso numero de La Repubblica citato in apertura, Adriano Sofri nella riflessione sul dramma di Gaza notava che "la nostra sensibilità bioetica" si concentra sul nascere e morire dando scarsa attenzione a ciò che sta fra i due: la vita. Nel quadro del suo intervento è chiaro che il riferimento era al problema contingente delle vite distrutte ma il pensiero può essere prolungato in un contesto più ampio. Il senso che diamo all’origine e al termine della vita, al nascere e morire, è in relazione diretta con il senso che diamo alla vita o meglio all’esistenza. Non a caso i testi evangelici hanno fatto un uso accorto dei due termini greci bios (da cui biologia) e zoé, la prima vita nell’ordine naturale, fisico, la seconda con valore di esistenza. La prima è un dato, l’altra un progetto, si guarda al nascere e morire fisico partendo dall’esistenza e la fede attiene all’esistenza non alla biologia.


6 febbraio 2009


tratto dal sito: www.riforma.it

lunedì 9 febbraio 2009

a Teatro ROMEO E GIULIETTA: a Milano




L'attualità del contrastato amore 
tra Romeo e Giulietta

Può Romeo e Giulietta, la più bella storia d’amore uscita dalla letteratura occidentale, essere considerata una metafora dello scontro originato dall’odio senza fondamento, dall’odio che alimenta se stesso? Proviamo a confrontarci con questo immortale testo shakespeariano, recentemente portato in scena a Milano.

Paolo Fabbri

PRomeo e Giulietta, la più bella storia d’amore uscita dalla letteratura occidentale, essere considerata una metafora dello scontro originato dall’odio senza fondamento, dall’odio che alimenta se stesso? Ferdinando Bruni, direttore artistico di TEATRIDITHALIA, nelle note di regia per la rappresentazione della tragedia shakespeariana al Teatro dell’Elfo risponde sostanzialmente di sì. Romeo e Giulietta infatti si muove su una vasta serie di contrasti, che trovano il loro filone portante in quello fra l’amore purissimo tra i due giovani, incastonato come una gemma lucente nella morte quando l’adolescenza si apre ingenuamente ai primi vagiti della maturità, e l’odio senza fine tra le due famiglie, che trova alimento solo in sé stesso. Un odio che si manifesta nelle risse tra le diverse fazioni, esplose nelle occasioni più banali perché volute, cercate da almeno qualcuno dei facinorosi, che finisce per coinvolgere chi, talora, vorrebbe la pace e non lo scontro.

La regia anima la scena con gli scontri fra Capuleti e Montecchi, fra Mercuzio e Tebaldo ed è terribile constatare come gli eventi si sviluppino a cascata, quasi seguendo una traccia di ineluttabile fatalità. Sono paragonabili queste risse a quelle di oggi? Saggiamente Bruni precisa che l’attualità è sotto traccia, compare travestita in forme diverse e, in effetti, bisogna, per trovare un elemento di comunanza con l’attualità, risalire alla motivazione ultima delle risse: l’odio senza motivazione. Se guardiamo l’oggi, abbiamo di fronte i bulletti che picchiano e derubano compagni di scuola, i vigili urbani (urbani? vigili?) che picchiano gli extracomunitari – guarda caso proprio a Verona si è verificato un caso simile in questi giorni, mentre a Ferrara è accaduto che un ragazzo, di ritorno dalla discoteca, è morto durante una normale operazione di fermo – e ci si chiede il perché di tanto accanimento, come per il rancore fra le due famiglie veronesi di cinque secoli fa: anche se le forme e le motivazioni appaiono diverse, l’origine resta sempre misteriosa. Lo stesso si potrebbe dire delle fazioni connesse al gioco del calcio; un tempo si risolvevano a cazzotti ora si estraggono i coltelli o peggio.

Si accordano bene i versi bellissimi di Giuseppina Rando: «Nere catene/ da anni – di odio/ in urli// Uomini e dei/ in gara – di febbre follia// Nessuna stella/ si accende nella notte / – nell’aria»1. Sul filone del contrasto principale ne emergono molti altri, a volte connessi al primo, come quello tra eros e thanatos, fra amore e morte, che si alterna con quello tra balli e funerali, a volte collocati sullo sfondo per fare emergere gli elementi fondamentali del dramma, come quello fra l’immaturità del giovane Romeo, pronto a passare dalla passione per Rosalina all’amore assoluto per Giulietta, e la consapevolezza della fanciulla, che passa dal sogno dell’amore all’amore fissato senza dubbio alcuno nella persona del prescelto, che il destino le ha posto davanti, in alternativa al pur bello, ricco e più maturo Tebaldo, voluto dal padre. Un padre che fornisce elementi per un ulteriore contrasto, questa volta di grande attualità: prima dolce, attento alle pulsioni e ai desideri della amatissima figlia, poi becero, prepotente, violento senza necessità, fino a imporre un matrimonio che provocherà la morte della sua unica discendente, priva di qualunque difesa, abbandonata anche dalla madre, supinamente acquiescente ai voleri del marito. Frate Lorenzo cerca di portare un aiuto concreti alla sventurata coppia ma finirà con l’essere travolto dagli eventi, che precipitano verso il suicidio prima dell’uno, poi dell’altra, di fronte al quale pietà sommerge qualunque intento di giudizio.

La prova del cast, nel complesso, sostenuta dalla valida regia di Ferdinando Bruni, è stata positiva con note particolari per la Balia Ida Marinelli, il Mercuzio Edoardo Ribatto e il Romeo Nicola Russo. La Giulietta di Federica Castellini deve accentuare la profonda, interiore consapevolezza del suo amore, che guida l’amato verso la maturità al punto di scegliere la morte di fronte alla sua morte apparente.

1. G. Rando, Bioccoli, Anterem Ed. (Vr).


Milano, Teatro dell’Elfo, fino al 15 febbraio


tratto dal settimanale: Riforma
Anno XVII - numero 4 - 30 gennaio 2009, p. 6;
e da: www.riforma.it

domenica 8 febbraio 2009

Fede Cristiana o Reincarnazione?

DIALOGHI CON PAOLO RICCA

Che cosa pensa la chiesa valdese della reincarnazione?


Sono un credente che frequenta la chiesa valdese e per me la domanda è seria e per niente provocatoria. Ultimamente ho letto parecchio sulla reincarnazione e sull’ipnosi di regressione alle vite passate, e ho constatato che il tutto non è così assurdo come potrebbe sembrare a prima vista, ma plausibile e naturale (non c’entra niente con sedute spiritiche e altre cavolate esoteriche). Anzitutto, ci sono dei passi del Nuovo Testamento che possono essere letti in chiave di reincarnazione: a esempio Luca 1, 17; Matteo 11, 14; 17, 11-13; Giovanni 3, 5-8. In secondo luogo i primi cristiani credevano nella rinascita delle anime fino all’anno 553, quando il concilio di Costantinopoli condannò Origene, uno dei padri della Chiesa, perché predicava la preesistenza delle anime, dotate di libero arbitrio: quelle che non sceglievano di avvicinarsi a Dio, venivano punite nel senso che venivano legate a un corpo e alla legge della rinascita fino a che esse sarebbero tornate pure. In terzo luogo, le religioni orientali considerano il passaggio dell’anima da un corpo morto a una nuova nascita come la cosa più normale del mondo (specialmente l’Induismo). Per noi è difficile perché abbiamo il cervello condizionato dal 553. In quarto luogo ci sono medici, psicologi, terapeuti e altre persone serissime che sono in possesso di centinaia di testimonianze relative a esperienze nelle quali vi sono tracce della vita precedente o anche di più vite di una stessa persona. Infine, la dottrina della reincarnazione o trasmigrazione delle anime è stata sostenuta da antichi pensatori come Pitagora, Platone e Plotino, oltre che da vari testi religiosi orientali antichi. C’è anche un passo del Corano (Sura 2, versetto 28) che può essere interpretato come un accenno alla reincarnazione.
La dottrina della reincarnazione dà una speranza a tutte le migliaia di bambini morti alla nascita, oppure nati ciechi, sordi, menomati, nonché ai giovani soldati caduti, alle mamme morte di parto, e così via: non è forse giusto che tutte queste vite spezzate abbiano un’altra possibilità, una seconda chance? Non è forse vero che con la reincarnazione la loro morte sarebbe molto meno traumatica, ingiusta e terribile?
A mio avviso può essere naturale e voluto da Dio il lento evolversi delle anime attraverso differenti corpi, finché essa sia degna di stare vicino a lui e non incarnarsi più. Un’evoluzione simile a quella materiale (quasi darwiniana) di tutte le piante, degli animali e degli uomini. Penso che ciò sarebbe in armonia con tutto il creato di Dio misericordioso.
Chiedo l’opinione valdese su questa ipotesi. Grazie.
Adolfo Seibig – Torino


Questa lunga lettera affronta un tema antico e controverso, sul quale il nostro lettore chiede «l’opinione valdese». Potrò fornirgli solo l’opinione di un valdese, cioè del sottoscritto, dato che non mi risulta che il Sinodo – che è l’unico organo che può esprimere il pensiero della Chiesa valdese nel suo insieme su questioni di fede, dottrina e morale – si sia mai pronunciato al riguardo. In assenza di un pronunciamento sinodale, si può supporre quel che la Chiesa valdese potrebbe pensare e dire sulla reincarnazione, mettendo questa dottrina a confronto con la Sacra Scrittura, che per noi è la norma della fede, e quindi anche delle sue formulazioni dottrinali.

Ma prima di tutto occorre cercare di chiarire bene che cos’è questa dottrina. Il suo presupposto fondamentale è (per quel che ne ho capito) che corpo e anima sono due realtà che vivono esistenze autonome: mortale quella del corpo, immortale quella dell’anima. Quando una nuova vita viene concepita, e poi nasce, nasce il corpo, ma non l’anima; quella che il corpo poi riceve è un’anima preesistente e immortale (non però quella dei genitori), che entra in quel corpo e convive con esso fino alla morte, staccandosene poi al momento della morte, e incarnandosi poi in nuovi corpi, che possono essere umani, ma anche animali o vegetali (secondo la qualità della vita vissuta fino ad allora e in base alla «legge del karman», cioè della esatta retribuzione delle azioni buone o malvagie in questa vita o in una futura).
Lo scopo della catena delle successive reincarnazioni è la progressiva purificazione dell’anima attraverso l’espiazione di colpe commesse nella vita precedente e il sempre maggiore amore per il bene: le reincarnazioni durano finché l’anima non è perfettamente purificata e cessano quando la perfezione è raggiunta e l’anima può riunirsi a Dio. Questa dottrina (qui molto sommariamente riassunta; ne esistono diverse varianti) pare al nostro lettore «plausibile e naturale», anche se alla fine la presenta – se ho letto bene – solo come «ipotesi»: un’ipotesi, comunque, che egli trova convincente. Che dire al riguardo? Farò due osservazioni, diciamo così, oggettive, e altre due invece critiche.

1. La prima osservazione oggettiva è questa: è verissimo quanto afferma il nostro lettore circa l’antichità e la diffusione si può dire mondiale di questa dottrina che si ritrova, in forme diverse, in molte culture religiose antiche (in Africa, a esempio, è collegata al culto degli antenati), ma ha la sua patria d’elezione in India. Fu professata da alti esponenti della filosofia greca, come Platone, che dedica le ultima pagine della Repubblica proprio al tema dell’anima immortale, che entra successivamente in diversi corpi, ma può essere contemplata nella sua purezza solo quando è staccata dal corpo. Le anime scelgono il loro destino futuro nei diversi corpi secondo le esperienze fatte nella vita precedente, poi bevono un po’ d’acqua dal fiume Amelete, dimenticando così il proprio passato e rinascendo in un nuovo corpo, per una nuova vita.
Nel Medioevo europeo si sono avute trasposizioni «cristiane» della dottrina della reincarnazione, non solo tra i Catari: se ne hanno tracce presso popolazioni visigote in Prussia e in narrazioni mitiche irlandesi, come quella di un giovane che nel corso di secoli visse come cervo, cinghiale, falco e salmone, prima di rinascere come figlio del re Carell ed essere convertito al cristianesimo da San Patrizio. L’ultima rinascita è resa possibile dal fatto che la madre umana del figlio del re ha mangiato il salmone, corpo della reincarnazione precedente. Questa dottrina ha dunque trovato qualche spazio persino nel Medioevo cristiano.
Non è però vero quello che suggerisce il nostro lettore, e cioè che la dottrina della reincarnazione è stata professata dai cristiani fino al 553. Questo non mi risulta affatto. A mia conoscenza, nessun «padre della Chiesa» la fa propria e neppure la menziona, tranne Origene (185-254 ca.), di cui parlerò tra un istante. E veniamo all’oggi. Oggi la situazione è cambiata o sta cambiando, nel senso che sembra in aumento il numero dei cristiani che, come il nostro lettore, non considerano incompatibile l’idea della reincarnazione con la loro fede.

2. La seconda osservazione oggettiva è questa: la dottrina della reincarnazione ha dalla sua un notevole vantaggio: offre una risposta a molte domande che, altrimenti, restano inspiegabili. In particolare: [a] spiega perché tante sofferenze si abbattono su una persona nel corso della sua vita senza ragioni plausibili (le ragioni vanno cercate in una vita precedente); [b] fornisce una consolazione alle tante vite spezzate o neppure sbocciate, dischiudendo per loro una prospettiva di risarcimento (in una vita futura, in questo mondo); [c] stabilisce un principio rigoroso di giustizia distributiva: ogni azione sarà premiata (se buona) o punita (se cattiva). Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato, come dice anche l’apostolo Paolo (Galati 6,7-8): se non in questa vita, raccoglierà, in bene o in male, in quella prossima.

Questi sono solo alcuni cenni. Ci sono molte pubblicazioni serie su questa dottrina, che riportano esperienze di persone che, in vari momenti della loro vita (compresi alcuni vissuti sul confine tra la vita e la morte), hanno acquistato la certezza di aver vissuto già altre vite. Chi vuole documentarsi sull’argomento, può farlo senza difficoltà.
Veniamo ora alle osservazioni critiche.

A. La prima riguarda Origene e la sua condanna. Effettivamente, un editto dell’imperatore Giustiniano (527-565 d.C.) del 543, poi letto pubblicamente al Concilio di Costantinopoli del 553, condanna la dottrina della preesistenza delle anime le quali, «avendo preso disgusto della visione divina», sono state «per punizione mandate giù nei corpi». Qui, a rigore, è condannata la dottrina della preesistenza delle anime, non quello della loro trasmigrazione in diversi corpi successivi. Origene (185-254 ca.) sosteneva la prima, ma non è certo che professasse la seconda. Ma anche se l’avesse professata, la sua condanna non ha certo avuto gli effetti dirompenti che il nostro lettore immagina, per il semplice fatto che allora la dottrina della reincarnazione non era diffusa nella popolazione (più o meno cristiana), al massimo lo era in pochi circoli di intellettuali influenzati dal neoplatonismo.
Ma qual è la ragione della condanna ? È che l’idea di anime preesistenti che per punizione sarebbero state precipitate in corpi umani non trova alcun riscontro nella Sacra Scrittura e quindi è priva di autorità per la fede cristiana.
Si tratta di una dottrina filosofico-religiosa degna di ogni considerazione, ma che, essendo priva di fondamento biblico, non si capisce perché la fede dovrebbe farla propria. La visione biblica dell’uomo è diversa. In primo luogo l’essere umano è visto come un’unità di anima e corpo, pur nella loro ovvia differenza. Un’anima che abiti successivamente in più corpi è un’ipotesi biblicamente impensabile: Giovanni Battista non è la reincarnazione di Elia, ma è «l’Elia che doveva venire» (Matteo 11, 14), secondo la profezia di Malachia 4, 5, cioè colui che, nei tempi finali, deve svolgere una funzione analoga a quella svolta a suo tempo dal profeta Elia.
In secondo luogo la fede cristiana afferma la risurrezione dei corpi e quindi l’unicità di ogni creatura umana. È il corpo che in questa vita individua inconfondibilmente ogni persona e che è destinato, come «corpo spirituale» (I Corinzi 15, 44), non alla distruzione, ma alla vita eterna: non è quindi un semplice involucro provvisorio senza futuro.

B. La seconda osservazione critica riguarda l’idea di fondo che governa la dottrina della reincarnazione, e cioè quella dell’anima che, attraverso una lunga catena di incarnazioni successive, progressivamente si purifica fino a raggiungere la perfezione. La fede cristiana afferma invece che Cristo, con il dono della sua vita, «purifica le nostre coscienze dalle opere morte» (Ebrei 9, 14). Mentre la dottrina della reincarnazione propone una via (nobile) di autopurificazione delle anime, l’Evangelo è che Cristo «ci purifica da ogni peccato» (I Giovanni 1, 7).

Che dire in conclusione? Dirò che la dottrina della reincarnazione contiene pensieri buoni, come quello che le vite spezzate dovranno in qualche modo essere risarcite, quello secondo cui ciascuno di noi raccoglie quello che avrà seminato, e quello dell’unità stretta tra vita spirituale e vita morale. Questi pensieri sono anche cristiani. Ha però il torto, secondo me, di separare quello che Dio ha unito, ipotizzando un momento in cui il corpo è senz’anima e l’anima senza il corpo, e di lasciare completamente sullo sfondo (anzi, di ignorare del tutto) la grande purificazione delle anime e dei corpi, avvenuta per tutti e una volta per sempre sulla croce del Golgotha, negli anni Trenta della nostra era.



Tratto dalla rubrica: Dialoghi con Paolo Ricca 
del settimanale Riforma - Anno XVII - n. 5, del 6 febbraio 2009.