giovedì 23 ottobre 2008

PREGARE CHI? PREGARE COME?

dalla rubrica del settimanale RIFORMA:
DIALOGHI CON PAOLO RICCA



Pregare chi? Solo il Padre? Anche Gesu'?

Noi protestanti siamo fermamente convinti che non bisogna rivolgere la nostra preghiera né a santi né a madonne. Su questo non ci sono dubbi. Ma a Gesù Cristo? Io ho sempre pregato solo Dio Padre, seguendo anche la preghiera che Gesù Cristo ci ha insegnato. Ma qualche volta mi è capitato di sentire preghiere rivolte a Gesù Cristo. Si trattava di preghiere spontanee (non dal pulpito) e mi sono chiesta se sia teologicamente corretto o no. Ho i miei dubbi, ma gradirei una risposta. Forse che in situazioni di angoscia e paura, facciamo come Pietro che, travolto dai flutti, allunga la mano e grida a Gesù Cristo di salvarlo? E Gesù Cristo non è forse, oggi come allora, il Vivente? O ci resta solo di pregare «nel suo nome»?

Lidia Mauri Gastaldi – Milano



Ecco una lettera con una domanda chiara, che merita una risposta altrettanto chiara. Spero di poterla dare. La domanda è: si deve pregare solo il Padre o si può pregare anche il Figlio (e – aggiungerei – lo Spirito Santo)? La mia risposta è affermativa: si possono pregare, oltre che il Padre, anche il Figlio e lo Spirito. La ragione principale (non l’unica) che darei è questa: pregando una delle tre «persone», o meglio dei tre «modi di essere» del Dio trinitario (che è quello della rivelazione cristiana), li si prega tutti e tre. È vero che ogni «modo di essere» della Trinità ha le sue proprietà e le sue funzioni particolari, che è bene mantenere distinte. Ma è altrettanto vero che ciascuno dei tre «modi di essere» di Dio è talmente congiunto agli altri due che non esistono e non agiscono mai separati. Perciò non si può pregare il Padre senza coinvolgere il Figlio (preghiamo infatti «nel suo nome» come Gesù stesso ha detto e come la nostra lettrice giustamente ci ricorda), e lo Spirito che, come dice l’apostolo Paolo, «intercede per noi con sospiri ineffabili», dato che con le nostre sole forze o di nostra iniziativa «non sappiamo pregare come si conviene» (Romani 8, 26). Inversamente, non si può pregare il Figlio senza coinvolgere il Padre e lo Spirito, né si può pregare lo Spirito senza coinvolgere il Padre e il Figlio. Insomma, dobbiamo – credo – sempre ricordare, quando preghiamo, la natura trinitaria di Dio e quindi la struttura intimamente trinitaria della preghiera cristiana.

In questo richiamo alla Trinità c’è una prima risposta, o meglio l’inquadramento appropriato per cercare la risposta alla domanda della nostra lettrice. La quale, peraltro, ha perfettamente ragione di ricordare il fatto che Gesù a più riprese e in vari contesti – non solo insegnando ai discepoli il «Padre nostro» - ha detto di rivolgere le nostre preghiere al Padre «che è nel segreto» (Matteo 6, 6), dando egli stesso l’esempio durante il suo ministero. Ogni tanto egli si appartava in solitudine per pregare, come ci riferisce l’evangelista Marco: «la mattina, quand’era ancora molto buio, Gesù, levatosi, uscì e se ne andò in un luogo deserto, e quivi pregava» (1, 35). Nella sua scia s’è mosso l’apostolo Paolo: «Io piego le ginocchia davanti al Padre…» (Efesini 3, 14). Pregare cristianamente significa imparare a dire a Dio: «Padre!». È questa la preghiera che lo Spirito Santo suscita dentro di noi. L’apostolo Paolo lo chiama «lo Spirito di adozione», quello cioè che ci fa prendere coscienza che siamo figli e figlie di Dio. Quando lo riceviamo, ecco che «gridiamo: Abba! Padre!» (Romani 8, 15). Questo grido di gioia è la preghiera cristiana più breve di tutte, ma è anche la più completa perché quell’unica parola: «Padre!» dice tutto.

La forma classica della preghiera cristiana è dunque quella scelta dalla nostra lettrice: una preghiera rivolta a Dio Padre, che però si qualifica inconfondibilmente come cristiana in quanto è rivolta «nel nome di Gesù». Il nome di Gesù, infatti, è quello nel quale i cristiani si riuniscono («due o tre radunati nel mio nome» Matteo 18, 20), i bambini sono accolti nella comunità («chi riceve uno di questi piccoli nel mio nome…» Marco 9, 37), gli apostoli guariscono i malati (allo zoppo Pietro e Giovanni dicono: «Nel nome di Gesù Cristo, cammina!» Atti 3, 6) e, in prospettiva, si piegherà «ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra» (Filippesi 2, 10) – un nome che è al di sopra di ogni nome, essendo quello stesso col quale gli ebrei chiamano il loro Dio, che è anche il nostro, cioè «Signore».

Considerando la qualità divina del nome «Signore» attribuito dai primi cristiani a Gesù, a cominciare da Tommaso che, dopo aver constatato che il corpo del risorto era effettivamente ferito come quello di Gesù messo in croce, esclamò: «Signore mio e Dio mio!» (Giovanni 20, 28), si può capire che ben presto in seno alla comunità cristiana la preghiera «nel nome di Gesù» sia diventata anche preghiera a Gesù. La divinità di Gesù, in base alla quale «i discepoli furono chiamati Cristiani» per la prima volta ad Antiochia (Atti 11,26), indusse i cristiani a rivolgere le loro preghiere anche a Gesù direttamente, e non solo per mezzo di lui. Troviamo infatti già nel Nuovo Testamento alcune preghiere rivolte a Cristo, non solo durante il suo ministero terreno (da molti malati e dallo stesso Pietro nell’episodio ricordato dalla nostra lettrice), ma anche dopo la sua assunzione in cielo, «alla destra di Padre». Una, antichissima, conservata addirittura in lingua aramaica, è Maràna thà (I Corinzi 16, 22 = Signore nostro, vieni!), che è anche l’invocazione con la quale termina l’intera Bibbia: «Vieni, Signor Gesù!» (Apocalisse 22, 20). Nell’Apocalisse che, com’è noto, è lo scritto nel quale più che in ogni altro del Nuovo Testamento si sente l’eco viva del culto dei primi cristiani, troviamo canti e preghiere a Gesù, descritto spesso come «l’Agnello che è stato immolato». Egli viene associato a Dio in una lode universale che coinvolge tutti gli essere viventi in cielo e, in prospettiva, sulla terra: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello siano la benedizione e l’onore e la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (5, 13).

È dunque chiara, a questo punto, la ragione per la quale sin dai primordi del cristianesimo ci sono state preghiere rivolte direttamente a Gesù: la ragione, molto semplice, sta nella sua divinità. Come è «degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione» (Apocalisse 5, 12), così Gesù è sicuramente degno di ricevere le nostre preghiere. Non stupisce perciò di constatare che, oltre che nel Nuovo Testamento, ci sono state molte preghiere a Cristo già nei primi secoli, in particolare nei Padri della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente. Lo stesso si deve dire delle preghiere allo Spirito Santo: l’antica invocazione Veni, creator Spiritus (= Vieni, Spirito creatore), che riprende quella del profeta Ezechiele (37, 9), è diventata un bellissimo inno cantato contato in tutti i secoli e da tutte le generazioni cristiane; l’ha fatta propria la settima Assemblea mondiale del Consiglio ecumenico delle chiese (Canberra, 1991).

Dunque, si può pregare direttamente sia Gesù sia lo Spirito, in ragione della loro divinità. Resta però il fatto che nel Nuovo Testamento, canone, insieme all’Antico, della nostra fede, la preghiera più frequente, cioè quella abitualmente utilizzata sia nella pietà personale sia nel culto pubblico è quella rivolta al Padre, nel nome di Gesù e per impulso dello Spirito Santo. Così è stato all’inizio e attraverso i secoli fino ai nostri giorni. Così è bene che sia anche in futuro. La cosa fondamentale per la fede e la vita della Chiesa è che la preghiera a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, resti viva, intensa, continua. Lutero la chiamava «il mestiere del cristiano». E aggiungeva: «I cristiani sanno che il pregare autentico è l’opera più nobile e più ardua sulla terra, il culto più alto a Dio e il più alto esercizio della fede. Per tale ragione non è possibile fissare per la vera preghiera alcun tempo, luogo, né regola alcuna». Non nel senso che il cristiano prega quando gli garba, ma nel senso che prega continuamente, cioè la sua vita, comunque si svolga, è una sorta di preghiera continua. Pregare cioè, per il cristiano, è altrettanto naturale quanto lo è respirare, l’atto vitale per eccellenza. Oppure, facendo un altro esempio, pregare è altrettanto importante per la fede quanto lo è per il corpo la circolazione del sangue: la sua vita stessa. Ma spesso – ogni cristiano lo sa per esperienza propria – preghiamo male. Succede «quando la bocca blatera e la mente vaga altrove»; ne nasce una strana «mescolanza di affari e preghiera» – così ancora Lutero in un libretto scritto per il suo barbiere, di nome Peter Beskendorf, che evidentemente gli aveva chiesto «come si deve pregare». Perché, appunto, se è importante sapere chi bisogna pregare, lo è altrettanto sapere come. Il libretto è intitolato A un buon amico su un modo semplice di pregare (1535) e contiene molti buoni consigli. Eccone uno, per concludere: «In una vera preghiera si fa molta attenzione ad ogni parola e pensiero, dall’inizio alla fine. Proprio come un bravo e diligente barbiere deve dirigere pensieri, mente e occhi unicamente sul rasoio e sui capelli, e mai dimenticare dove sta radendo o tagliando. Ma se volesse, al tempo stesso, chiacchierare molto e pensare ad altro o guardare altrove, rischierebbe di tagliuzzarvi la faccia e il naso e persino di tagliarvi la gola. Così dunque ogni cosa, per essere fatta bene, esige per sé tutta la persona, con tutti i suoi sensi e le sue membra (…) A maggior ragione la preghiera, per essere buona, esige il cuore per intero, unicamente ed esclusivamente dedito ad essa»

citazione dalla rubrica: Dialoghi con Paolo Ricca 
del settimanale Riforma, 
Anno XVI - numero 41 
- 24 ottobre 2008,
p. 15.





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