mercoledì 3 settembre 2008

CONTRO LA TORTURA


Prigionieri a Guantanamo


Prendersi cura
delle vittime di tortura


L'attività dell’associazione «Medici Contro la Tortura» è svolta da oltre 20 anni a Roma per offrire accoglienza e cura alle vittime di tortura e di ogni trattamento crudele, disumano e degradante. Attualmente il lavoro si articola su tre livelli di intervento: in primo luogo, visitare, diagnosticare, prestare le prime cure e fornire un orientamento al Sistema Sanitario Nazionale. Il secondo livello di intervento consiste in una vera e propria presa in carico del paziente. Da qualche anno, infine, abbiamo promosso un gruppo di accoglienza in cui si integrano varie attività – apprendimento della lingua italiana, laboratori di narrazione ed espressione creativa, orientamento alla città, ai suoi servizi e alle sua risorse…

Giulia Rellini*

L’ATTIVITÀ dell’associazione «Medici Contro la Tortura» è svolta da oltre 20 anni a Roma per offrire accoglienza e cura alle vittime di tortura e di ogni trattamento crudele, disumano e degradante.

L’attività è svolta da operatori volontari dell’area sanitaria, ma anche di altre discipline, e utilizza le donazioni che riceve per aiuti diretti alle vittime di tortura e per la retribuzione di mediatori linguistico-culturali. Tra queste donazioni è importante quella del Fondo otto per mille della Chiesa valdese che, dal 2001, ci ha permesso di sviluppare alcune iniziative significative.

L’attività si svolge in un contesto che vede aumentare drammaticamente il numero delle persone che chiedono asilo in Italia. La sola Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato di Roma ha esaminato nei primi 10 mesi del 2007 1. 504 casi su 1. 969 domande pervenute, riconoscendo lo status di rifugiato in 314 casi e la protezione umanitaria in altri 616 casi.

Restano in Italia la maggior parte di coloro che hanno avuto un diniego e ricorrono alla magistratura ordinaria.

Cresce anche il numero di coloro che si rivolgono alla nostra Associazione, circa 200 ogni anno, provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, dal Corno d’Africa, dall’Afghanistan.

L’Associazione ha iniziato a lavorare a Roma nel 1986, in stretta collaborazione con la Sezione Nazionale di Amnesty International. Da allora molte cose sono cambiate, abbiamo allargato le nostre prospettive d’intervento, ci siamo inseriti in una rete che comprende alcune delle realtà più significative del circuito dell’accoglienza, romana e non solo; eppure continuiamo a sentire l’urgenza e la forza del mandato che, più di vent’anni fa, ci ha fatto muovere i primi passi insieme alle vittime di tortura.

Malati per il male ricevuto, percossi sulle piante dei piedi, ustionati col fuoco o con la corrente elettrica, sospesi al soffitto con gli arti legati, spaccati nelle ossa e distrutti nell’anima; la tortura è una memoria che resta incisa nel corpo delle persone che, ogni giorno, incontriamo. Abbiamo imparato molte cose della disumana pratica che combattiamo: sappiamo che cosa vogliono e che cosa fanno i torturatori; sappiamo perché si tortura e quali sono le conseguenze mediche e psicologiche. Abbiamo visto gli innumerevoli e sottilissimi fili attraverso cui la tortura insidia l’individuo, abitandolo come un passato continuamente presente, come un controsenso che si comporta da malattia. A volte, però, le vittime smettono di viversi come vittime. La «guarigione», più ancora della resistenza e della sopravvivenza, è la vera sconfitta del torturatore, dei suoi complici e dei suoi mandanti.

In questi anni i nostri pazienti ci hanno insegnato che torturare non significa solo estorcere informazioni o confessioni. La tortura nella maggioranza dei casi tende ad annientare la persona, mette a tacere una voce e una storia. Per questo l’esperienza traumatica della tortura è tanto grave quanto incomunicabile, per la violenta esclusione dalla comunicazione sociale, inflitta a persone libere e responsabili.

I migranti forzati troppo spesso sono considerati alla stregua di migranti economici, mentre la loro situazione è radicalmente diversa, così come differenti sono le loro prospettive e i loro bisogni. I nostri pazienti sono dovuti fuggire dal loro paese d’origine, costretti e senza avere un progetto migratorio. Si trovano così in un paese straniero senza averlo scelto, spesso sopraffatti dal senso di colpa provocato dall’abbandono del proprio paese e dei propri cari. Si tratta di persone sradicate, umiliate, isolate, colpite da una violenza antropogena che strumentalmente attiva dei traumi psichici e li reitera nel tempo, facendo sprofondare talora le vittime in veri e propri disturbi dissociativi.

Le vittime di tortura sono state ferite da una violenza che ha aggredito il loro corpo e minaccia di intaccare il nocciolo della loro identità; sono persone sradicate non solo geograficamente o socialmente, ma in primo luogo vivono uno sradicamento intimo, muto e segreto. La precondizione terapeutica, allora, è far emergere il più possibile questo senso di sradicamento sul piano della comunicazione, della narrazione, della condivisione.

Curare una vittima è per noi camminare con lei e darle parola. In questi anni abbiamo assistito donne e uomini giunti in Italia da ogni parte del mondo. Intorno al primo nucleo di medici, si sono via via affiancati specialisti della riabilitazione fisica e psichica e, infine, giovani ricercatori antropologi, psicologi e filosofi che gestiscono un piccolo gruppo di accoglienza, sostegno e narrazione. Si tratta di un laboratorio che cerca di rispondere alle esigenze che le stesse vittime hanno manifestato in questi anni, esigenze che, drammaticamente, non accennano a diminuire. Se teniamo in considerazione il contesto globale, dove purtroppo è riscontrabile il perdurare di vecchi conflitti, l’attivazione di nuovi e la frequente negazione di libertà e diritti individuali, diventa doveroso porre maggiore attenzione alle politiche e ai servizi di accoglienza di cui dispone il nostro paese, cercando di potenziarli in termini di qualità e varietà. Nel nostro laboratorio, gestito in collaborazione con i sanitari che operano nell’Associazione e supervisionato da uno psicoterapeuta, sono gli stessi rifugiati a parlare della loro storia e a prendere l’iniziativa per indicarci loro, giorno per giorno, la rotta da seguire nella nostra pratica.

Attualmente il nostro lavoro si articola su tre livelli di intervento.

In primo luogo, visitare, diagnosticare, prestare le prime cure e fornire un orientamento al Sistema Sanitario Nazionale. Molte volte redigiamo una certificazione medica sugli esiti della tortura che supporta l’esame presso la Commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato. L’iter diagnostico-terapeutico prevede poi la possibilità per i pazienti di accedere ad analisi di laboratorio e strumentali e, se necessario, a visite specialistiche, anche grazie ad una rete di medici che collaborano con noi a titolo volontario.

Il secondo livello di intervento consiste in una vera e propria presa in carico del paziente, il quale inizia un percorso di riabilitazione personalizzato, anche con cicli di fisioterapia e psicoterapia individuale.

Da qualche anno, infine, abbiamo promosso un gruppo di accoglienza in cui si integrano varie attività – apprendimento della lingua italiana, laboratori di narrazione ed espressione creativa, orientamento alla città, ai suoi servizi e alle sua risorse… Attraverso questo gruppo tentiamo di dare risposta alle esigenze concrete di sostegno e accompagnamento delle persone con cui lavoriamo, nella speranza di riuscire a trasformare un giorno questo spazio d’incontro e confronto in un vero e proprio centro di accoglienza diurno. La volontà che ci muove è quella di offrire un luogo che sia riferimento aperto e amico per le persone esiliate che vivono a Roma ancora disorientate, sradicate, prive della sicurezza di un tetto e senza prospettive di lavoro.

Il nostro lavoro non si riferisce a modelli preconfezionati ma si orienta in relazione agli imprevisti che incontriamo sul cammino. Proviamo ad accogliere, ascoltare, accompagnare, nella convinzione che tutte queste pratiche, e non solo quelle più strettamente legate alla professione medica, racchiudano un potenziale terapeutico particolarmente significativo. La sfida che ci troviamo ad affrontare consiste nel non lasciare le vittime stagnare in una sofferenza inutile, inascoltata, abbandonata a se stessa. Cerchiamo di creare legami che sostengano il dolore delle vittime, che si offrano come una via di fuga dai labirinti della difficile comunicazione con se stessi e con gli altri che la violenza della tortura ha costruito.

*Associazione Medici contro la Tortura

Fonte: settimanale RIFORMA, Anno XVI - n. 32 - 22 agosto 2008,
p. 12,
sito internet: www.riforma.it
consultato: mercoledì 3 settembre 2008, ore 11.00.

1 commento:

maurizio abbà ha detto...

Quando ci sarà un mondo senza tortura?
Le torture possono essere fisiche e psicologiche,
avvengono ogni giorno,
anche vicino a noi,
tra le pareti domestiche,
sui luoghi di lavoro
e di studio.

- Quando ci sarà un mondo
dove le persone NON torturano altre persone?