lunedì 1 agosto 2016

Predicazione di domenica 31 luglio 2016 su Romani 9,1-8.14-16 a cura di Marco Gisola

Romani 9,1-8.14-16

Romani 9,1-5
Dico la verità in Cristo, non mento - poiché la mia coscienza me lo con­ferma per mezzo dello Spirito Santo - ho una grande tristezza e una sofferenza conti­nua nel mio cuore; perché io stesso vorrei essere anatema, separato da Cristo, per amore dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne, cioè gli Israeliti, ai quali ap­partengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promes­se; ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen!

Nei capitoli 9, 10 e 11 della lettera ai Romani, Paolo affronta un tema molto delicato: il rapporto con il popolo di Israele. Ma non il rapporto tra cristiani ed ebrei, bensì il rapporto tra Dio e gli ebrei.
Paolo affronta questo argomento dicendo ben due volte che dice la verità. Segno che forse ha ti­more di non essere creduto? Paolo parla della sua tristezza e della sofferenza “conti­nua” che ha nel cuore pensando al suo popolo, al popolo ebraico, che chiama “i miei fratelli”.
Paolo non si sente un “ex”, non si sente uscito dal popolo ebraico, ma si sente un ebreo che ha creduto nel messia da tempo promesso ad Israele. La sua sofferenza è do­vuta al fatto che non tutti gli ebrei hanno creduto nel messia Gesù di Nazaret, e il suo affetto è dovuto al fatto che agli Israeliti “appartengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse; ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo”.
Paolo sa bene che Dio si è rivelato a Israele attraverso tutte queste cose, sa che le pro­messe di Dio, del Padre di Gesù, hanno accompagnato la vita e la fede di Israele e che tutto questo non si può cancellare.
Le promesse sono state compiute in Cristo e Cristo stesso “secondo la carne”, è ebreo. Il messia di Israele non poteva che venire da Israele. Da Israele per Israele e non solo per Israele ma per tutta l'umanità.
Più avanti, al cap. 11, Paolo dirà che “i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili” (11,29), un’affermazione che era stata dimenticata dai cristiani e che è stata rivalutata nel rappor­to e nel dialogo tra cristiani ed ebrei dopo la tragedia della Shoah, lo sterminio tentato dai nazisti (cristiani) contro gli ebrei.
Nei secoli c’è stato odio dei cristiani nei confronti degli ebrei, troppo odio, di cui la Shoah è stata solo il drammatico epilogo, anzi non l’epilogo, perché l'antisemitismo è ancora molto presente.
Sarebbe stato più saggio fermarsi da un lato alla tristezza di Paolo, tristezza comprensibile perché molti ebrei non hanno creduto in Cristo, e dall’altro all’affetto di Paolo nei confronti degli ebrei; se ci fossimo fermati a questo, molte tragedie non sarebbe successe.
Paolo arriva a dire che vorrebbe piuttosto essere lui stesso separato da Cristo per amore dei suoi fratelli! Invece a questo affetto pian piano nel cristianesimo si è sostituito l’odio verso Israele e la discriminazione degli ebrei, perché si è imposto il pensiero che la chiesa avesse semplicemente sostituito Israele nell’amore di Dio.
Ecco quindi il primo pensiero: quando pensiamo a Israele (come popolo, non come Sta­to, che è un'altra cosa), ricordiamoci dell’affetto che Paolo provava per i suoi fratelli, e accanto alla tristezza o al dispiacere perché non hanno creduto in Cristo, proviamo an­che – duemila anni dopo Paolo – a manifestare riconoscenza al popolo a cui Gesù apparteneva per tutto ciò che esso ci ha dato e ci dona ancora nella riflessione sull’AT.
 
Romani 9:6-8
6 Però non è che la parola di Dio sia caduta a terra; infatti non tutti i discendenti d'Israele sono Israele; 7 né per il fatto di essere stirpe d'Abraamo, sono tutti figli d'Abraamo; anzi: «È in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza». 8 Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza. 
 
Dopo questa premessa, Paolo affronta poi il tema da un punto di vista teologico e entra in quel terreno su cui bisogna muoversi molto delicatamente, che è quello della elezio­ne da parte di Dio.
Israele è il popolo eletto, lo abbiamo ascoltato in Esodo 19, ma non basta essere di­scendenti di Abramo per essere eletti – dice Paolo - perché non è il sangue, o la discen­denza a garantire l’elezione, ma è la promessa.
Questo Paolo lo dice per Israele, ma vale esattamente anche per noi cristiani. Al san­gue e alla discendenza si è sostituita nel cristianesimo l’idea di appartenenza, ma il ri­sultato è stato spesso lo stesso: appartenere alla chiesa come appartenere al popolo di Israele è stato ritenuto sufficiente a garantire la salvezza.
Ma Paolo dice che per Israele – e dunque anche per i cristiani – non è l'appartenenza che fa la salvezza, ma è la promessa di Dio.
Non siamo salvati perché apparteniamo a una chiesa cristiana o perché siamo battezzati, siamo salvati perché Dio lo ha promes­so e mantiene le sue promesse.
Siamo salvati perché Dio ci rivolge ogni giorno la sua Parola che è la sua promessa, compiuta nel dono che Cristo ha fatto di sé. Perché ogni giorno ci chiama dal peccato alla grazia, dall’odio o dall’invidia alla riconciliazione, dalla schiavitù alla libertà.
Dio chiama, e chiamando promette: promette che più forte del nostro peccato è la sua grazia, promette che più forte del nostro odio e della nostra invidia è la sua riconcilia­zione, promette che più forte della nostra schiavitù è la libertà che egli ci dona.
Ascoltare questa Parola e ricevere la promessa che la Parola ci annuncia è la prima cosa che dobbiamo fare, anzi: che possiamo fare, è il primo dono della grazia. Da questo ascoltare e da questo rice­vere nasce il nostro credere, la nostra fede.
Nessuna appartenenza, nessun gruppo, nessuna chiesa possono fare quello che fa la Pa­rola ascoltata, accolta e creduta.
non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza”. Siamo figli di una promessa, il nostro essere figli non dipende da una qualche realtà o qualità umana, ma dalla decisione di Dio.
Anche perché guardando alla nostra realtà umana che cosa vediamo? Vediamo colpa, laddove Dio promette perdono; vediamo odio e invidia laddove Dio promette riconcilia­zione; vediamo schiavitù, laddove Dio promette libertà. Ma il nostro perdono, la nostra riconciliazione e la nostra libertà stanno solo nella promessa di Dio e sono veri, reali e possibili solo perché Dio li promette.

Romani 9,14-16
14 Che diremo dunque? Vi è forse ingiustizia in Dio? No di certo! 15 Poiché egli dice a Mosè: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione». 16 Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia.

Ed ecco poi un terzo punto: Paolo è chiaro: tutto dipende dalla decisione di Dio: “Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia”. Que­sto vuol dire che Dio è arbitrario? c’è quindi ingiustizia in Dio?
Noi in genere quando affrontiamo il tema delle elezione – o della predestinazione – fo­calizziamo la nostra attenzione sui chiamati. E le domande che ci poniamo sono: chi è eletto? Quanti sono i predestinati? Chi e quanti sono i non eletti?
E perché gli uni sì e gli altri no? Noi vogliamo sapere chi è dentro e chi è fuori, chi è di qua e chi è di là. Domande che non hanno risposta, che vorrebbero costringere Dio in una logica umana.
Paolo invece focalizza la sua attenzione su chi elegge, su Dio, che agisce liberamente e sovranamente, chiamando chi meno ci aspetteremmo. E proprio la dottrina dell’elezio­ne infrange tutte le barriere, abolisce tutte le distinzioni tra dentro e fuori.
L’idea dell’elezione non vuole creare una barriera tra una certa quantità di eletti e una certa quantità di non eletti, ma anzi vuole abolire le barriere: la decisione di Dio in Cristo abolisce la barriera tra ebrei e pagani, come abolisce ogni barriera umana, re­ligiosa o non.
L’idea dell’elezione è quella che elimina ogni garanzia umana di salvezza e sposta tut­to sull’azione di Dio. E quindi manda in crisi chiunque si ritenga possessore esclusivo della verità e della misericordia di Dio. Dio ha eletto Israele, è vero, ma non è vincola­to solo a Israele.
E la stessa cosa vale per i cristiani: Dio non è vincolato ai cristiani, tanto meno ai cristiani di una o dell’altra chiesa, Dio è libero di chiamare chi e come vuo­le.
«Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compas­sione» dice Dio a Mosè (Esodo 33,19). la libertà di Dio è totale; ad alcuni questa idea fa paura, come se la libertà di Dio fosse un capriccio; ma è la nostra libertà che a volte diventa capricciosa, non quella di Dio. La libertà di Dio è grazia, e per questo – è il caso di dire “grazie a Dio” - è lui a decidere della salvezza e non noi.
L’idea dell’elezione non mira a dividere l’umanità in due parti, ma vuole semplice-mente sottolineare che l’iniziativa è di Dio, solo ed esclusivamente di Dio. Questo esclude che qualcuno possa dire chi e quanti sono gli eletti e chi e quan­ti sono i non eletti.
Credere nel Dio che elegge e che salva nella sua libera grazia, significa smettere di porsi queste domande e quindi smettere di fare conti e alzare barriere.
Significa anzi lasciare cadere ogni preoccupazione e vivere semplicemente nella fidu­cia nella promessa di Dio, sapendo che la sua libertà coincide con la sua misericordia.
Questo ci è sufficiente per credere, per essergli grati e per cercare di essere testimoni del suo amore.

mercoledì 13 luglio 2016

Predicazione di domenica 10 luglio 2016 su Atti 2,41-47 a cura di Massimiliano Zegna

Atti degli Apostoli 2,41-47

41 Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.
42 Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. 43 Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. 44 Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45 vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

Nel leggere questi brani degli Atti degli Apostoli viene in mente come doveva essere la comunità cristiana ideale in cui “tutti i credenti erano assieme e avevano ogni cosa comune e vendevano le proprietà ed i beni e distribuivano quelli a tutti secondo il bisogno di ciascuno”.
Ma già all'epoca di Luca, l'autore degli Atti degli apostoli, vi era difficoltà a seguire questo modello radicale ed infatti al capitolo quinto vi sono delle trasgressioni a queste regole nella storia di Anania e Saffira (versetti 1 – 10).
In tempi successivi nel Medio Evo fu Benedetto da Norcia, fondatore del monachesimo occidentale, a dotarsi del motto “Ora et labora” e a stabilire la regola dei tre voti di ubbidienza, povertà e castità. In questo caso questo modello di vita ad imitazione della prassi delle prime comunità cristiane veniva però vissuto all'interno delle mura di un monastero.
A questo punto ci viene da chiedere qual è il modello giusto da seguire: quello dei primi cristiani che sembravano professare una sorta di comunismo primitivo in cui la proprietà privata era un furto oppure quello benedettino in cui per salvarsi dalle tentazioni di un mondo perverso ci si chiudeva fra le mura di un convento per riuscire a condurre una vita coerente e lontana dalle insidie mondane?
Anche i primi valdesi a cominciare dal fondatore Valdo avevano scelto una strada che imitava quella dei primi cristiani: predicare liberamente l'Evangelo di Cristo. Valdo vendette i suoi beni per tradurre la Bibbia in lingua volgare e poi si mise a viaggiare per l'Europa predicando l'Evangelo. Poi vennero Lutero, Calvino, Zwigli ed altri che introdussero la Riforma protestante e la nostra chiesa valdese vi aderì.
La domanda che mi sono posto si rinnova: oggi qual è il modello giusto da seguire?
Lutero, qualche centinaio di anni dopo Valdo ha cercato di vivere la radicalità dell'Evangelo ma anziché chiudersi dentro le mura di un monastero ha portato nel mondo il messaggio evangelico: l'obbedienza diventa responsabilità politica, la povertà diventa sobrietà nella vita quotidiana, la castità diventa l'amore di due persone nel matrimonio.
Ma anche tutto questo può essere in parte superato nel mondo oggi se si ha come metro di misura la Legge e non più il vangelo opera dello Spirito Santo ossia la buona notizia come la possibilità di ciò che la nostra comunità potrà essere per grazia di Dio soltanto, solamente per mezzo dell'opera di Dio.
Immaginiamo che la nostra comunità si appoggi su un tavolo a quattro gambe che sono le parole che abbiamo letto nel capitolo e nei versetti letti negli Atti degli apostoli. Queste sono le quattro gambe
  1. Essere perseveranti nell'insegnamento degli apostoli;
  2. La comunione fraterna;
  3. spezzare il pane;
  4. pregare;
E adesso vorrei rileggere dando un significato attuale alla lettura del brano letto degli Atti degli apostoli.

Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati. Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano la proprietà ed i beni e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati”.

Penso innanzitutto che la lettura dell'Evangelo debba essere fatta non come una imposizione ma come un atto di gioia.
Scusate se faccio un esempio personale ma credo sia giusto anche raccontarsi quello che la vita di tutti i giorni insegna a ciascuno di noi. Sia per necessità che per scelta io e mia moglie Anna abbiamo deciso di rinunciare alle cose che avevamo (mobili, oggetti personali vari ecc.) per andare ad abitare in un alloggio a Biella già ammobiliato dalla persona che ci abitava prima di noi, prendendoci cura delle cose che questa persona possedeva (dalle piante ai quadri, alla cucina ai divani). Nel momento in cui abbiamo rinunciato alle cose che avevamo, abbiano capito che non ci faceva star meglio il possesso di molte cose ma l'usufruire di cose che c'erano già e che potevamo condividerle fino a quando avremmo abitato in quella casa.
La gioia della condivisione, abbiamo allora pensato non riguarda solo mobili od oggetti di cui parlavo nel caso personale, ma anche i talenti che ognuno di noi ha. E qui mi riferisco a tutto quello che può essere utile in una comunità: c'è chi sa fare il muratore e può costruire delle case come hanno fatto i nostri avi valdesi che da paesi delle Valli con un carro bestiame avevano attraversato mezza Europa per giungere in Germania e fondare una città come Dornholzhausen vicino a Francoforte. Lì vi erano altri che sapevano fare o hanno imparato a fare gli imbianchini, gli idraulici, gli stuccatori, i mobilieri. Altri hanno imparato a fare i camionisti, gli infermieri, gli insegnanti, i domestici. Altri ancora hanno studiato diventando amministratori, giornalisti, artisti, scrittori. Altri hanno preferito la cura delle piante (giardinieri), delle persone (casalinghe), degli animali (veterinari). Altri ancora sono diventati pastori o diaconi.
Ho parlato di quattro gambe del tavolo. La prima gamba vuol dire essere perseveranti nell'insegnamento degli apostoli. Questo significa soprattutto l'amore nei confronti di Dio, di noi stessi e del prossimo.
L'amore per Dio è credere in tutto quello che Dio ha compiuto per il nostro bene: dalla creazione dei mondi a tutto ciò che esiste nei mondi stessi; dalle creature inanimate (sassi, terra, acque) alle piante, ai fiori che contribuiscono alla nostra vita, alle creature animali.
Francesco d'Assisi con le sue lodi al creato, con il suo chiamare le creature animate e inanimate per nome ha messo in rilievo con prosa antica concetti moderni. Ecco alcne frasi del suo “Cantico delle creature”:

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so' le laude, la gloria e 'honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle, in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor'aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”.

In questo antico poema vi è una grande modernità perché oggi vi è maggiore sensibilità nei confronti dell'intero creato. Infatti l'idea di una divisione netta tra regno animale, vegetale oggi appare in parte superata anche nel dibattito interconfessionale cristiano proprio perché si vuole dare al creato stesso un valore unitario e non frammezzato.
E questo ha il significato di considerare apprezzabile l'intero creato e non solo parte di esso. Rileggendo il “Cantico delle creature” si nota appunto quanto tutto quello che si legge non sia superato. Superato appare solo il linguaggio anche se quando fu scritto rappresenta il primo poema scritto in italiano.
Quindi dicevo amore nei confronti di Dio creatore innanzitutto, che ci ha insegnato, attraverso Gesù Cristo, ad amare noi stessi ed il nostro prossimo. Ciò che sta succedendo nel mondo di oggi sembra un ritorno al passato a quando i nostri avi valdesi erano perseguitati per la lettura della Bibbia e degli Evangeli. Valdo fu scomunicato per voler predicare liberamente l'Evangelo e questo succedeva per mani di altri cristiani che la pensavano diversamente. Quindi quello che sta succedendo oggi è spaventoso perché i terroristi di oggi uccidono bestemmiando il nome di Dio, in quanto la bestemmia non è solo aggiungere al nome di Dio un epiteto dispregiativo ma bestemmia è anche aggiungere al nome di Dio un aggettivo apparentemente positivo come la parola grande, e poi compiere un atto che va contro la volontà di Dio. Uccidere un altro uomo per il semplice fatto che questi crede in un'altra confessione religiosa non è un atto che esegue la volontà di Dio ma una bestemmia nei confronti di Dio stesso perché Dio non chiederebbe mai di uccidere in nome suo un'altra creatura.
Chi ha letto lo stesso Corano può essere colpito dal fatto che ogni capitolo inizia così: “Nel nome di Dio misericordioso e compassionevole”
L'amore per il prossimo si ferma solo a chi è più vicino a te, come un fratello, una sorella, un congiunto, un parente oppure si estende a tutti gli uomini del creato?
Mi pare che l'Evangelo di Cristo non si limiti alla richiesta di amare gli amici e i famigliari ma si estenda a tutti gli uomini e le donne.
La seconda gamba del tavolo è la comunione che può avere un significato di comunione spirituale innanzitutto, ma può essere anche un tentativo di mettere in comune i nostri beni oppure tutti i nostri talenti. E qualcosa stiamo già facendo. Vorrei fare degli esempi concreti. Il pastore Marco Gisola oltre a venirci a trovare nelle nostre case o nelle case di chi non può più partecipare al culto, prepara le predicazioni per le domeniche in cui è presente al culto. Alcuni di noi preparano le predicazioni nelle domeniche in cui il pastore è presente in altre comunità. Altri partecipano agli incontri in cui vi sono più comunità in assemblea. Altri ancora preparano il caffè o i pasti quando ci sono le ragazze e i ragazzi che organizzano con il pastore il loro culto. Ed anche la sola partecipazione al culto è un'azione importante visto che la presenza spesso si limita al numero delle dita delle nostre mani. Quindi non dobbiamo pensare a quanto si faceva duemila anni fa perché sarebbe impossibile portare indietro le lancette anche solo di dieci anni fa. Quindi ogni ricerca di un significato letteralistico sarebbe impossibile ed anche ingiusto. Occorre dunque cogliere quello spirito di aiuto innanzitutto che già esiste nella nostra comunità cercando di ampliarlo e poi estendere il nostro aiuto alle possibilità di incidere nel mondo che ci circonda. Pensandoci bene potremmo scoprire che qualche possibilità possiamo ancora avere anche se qualcuno di noi ha gli anni che cominciano a pesare. Credo però che a tutte le età si possa contribuire a fare qualcosa. Io stesso mi sono reso conto di non poter fare magari le dieci cose che potevo svolgere quotidianamente anni fa ma limitarmi a due o tre che riesco a fare adesso
Se però quelle due o tre cose vengono fatte con spirito comunitario possono avere una validità comunque.
La terza gamba del tavolo è lo spezzare il pane ed in questo caso non è solo un atto materiale ma anche quello nuovamente di condividere quello che si ha. Quando partecipiamo alla santa cena non solo mangiamo il pane e beviamo il vino in ricordo dell'ultima cena di Gesù, ma cerchiamo di assimilare tutto ciò che ci è stato insegnato dall'Evangelo.
Dobbiamo interrogarci se stiamo facendo tutto il possibile per seguire gli insegnamenti degli apostoli e di Gesù. Anche in questo caso possiamo pensare a quanto possa essere bello poter compiere delle azioni secondo le nostre possibilità e capacità che possano lasciare un segno della nostra esistenza su questa terra. I segni possono essere innumerevoli come più volte ho cercato di dire. Ognuno di noi ha svolto una professione o svolto un compito a seconda della sua possibilità o capacità. Anche chi è handicappato, invalido, menomato può lasciare un segno nei confronti anche di chi è un'atleta, un presidente di uno Stato, uno scienziato di fama mondiale, un teologo, uno scrittore, un compositore.
E comunque se qualcuno di noi pensa di essere non visibile a qualcun altro ci sarà Dio che lo vedrà e saprà apprezzare anche quelle che a noi possono apparire come delle piccole qualità. In molti passi dell'Evangelo possiamo scoprire che Gesù Cristo non si è lasciato influenzare dalla potenza di alcuni ma ha saputo gradire l'umiltà di persone povere ma forti nella loro fede ricca.
La quarta gamba del tavolo è la preghiera e qui qualcuno potrebbe dire che questo lo potrebbero fare tutti eppure non è così e non è questione di quantità ma di intensità della preghiera.
Quante volte purtroppo abbiamo recitato il Padre Nostro senza a pensare alle parole che venivano pronunciare. Quante volte noi lo abbiamo pronunciato pensando che non sarebbe servito a nulla.
Spesso purtroppo lo abbiamo pronunciato solo quando disperati abbiamo voluto chiedere aiuto a Dio per qualcosa che non riuscivamo a fare o per qualcosa che desideriamo ottenere.
Dobbiamo invece pregare Iddio non solo quando siamo in difficoltà o quando abbiamo bisogno ma anche per ringraziare per quello che ci viene dato giorno per giorno e di quanto saprà darci anche dopo la nostra morte corporale.
Pregare significa credere e credere significa amare. E pregare ed amare dobbiamo essere capaci di farlo sempre di più e sempre più convinti. E ringraziare Dio per il suo amore nei nostri confronti!

Predicazione di Domenica 3 luglio 2016 su Romani 6,1-14 a cura di Marco Gisola

Romani 6,1-14

1 Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? 2 No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?
3 O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4 Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. 5 Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. 6 Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; 7 infatti colui che è morto è libero dal peccato. 8 Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, 9 sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10 Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio. 11 Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù.
12 Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze; 13 e non prestate le vostre membra al peccato, come strumenti d'iniquità; ma presentate voi stessi a Dio, come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di giustizia a Dio;
14 infatti il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia.

1. Paolo, in questo primi versi del capitolo 6, parla del battesimo e questo testo è molto importante per la comprensione paolina del battesimo. Ma non è il battesimo il tema centrale di questo brano, il tema è la nuova vita del credente. Paolo parla del battesimo perché il battesimo è il segno o il sacramento che significa o annuncia l’evento centrale della salvezza, cioè la morte e la resurrezione di Gesù: Gesù è morto e risorto per te e il tuo battesimo ne è il segno, ne è l’annuncio, ne è la testimonianza. Un conto è dire: Gesù è morto e risorto per tutti, per l'umanità. Un altro conto è dire Gesù è morto e risorto per te. Come scrive Paolo Ricca nel libro che stiamo leggendo insieme, tu sei stato battezzato sul Golgota, nel luogo e nel momento in cui Gesù è morto per te. Il tuo battesimo significa che quella morte e la resurrezione che è seguita due giorni dopo sono accadute anche per te.
Sapete che nella nostra visione riformata non è che nel battesimo accade qualcosa di speciale, tanto meno non diremmo che si viene salvati attraverso il battesimo. Piuttosto possiamo dire che il battesimo è il segno, la testimonianza e l’annuncio della salvezza per chi riceva il battesimo. Gesù è morto e risorto per te anche senza il tuo battesimo, ma il tuo battesimo lo esprime e lo annuncia. Milioni di credenti sono stati e sono battezzati e questo fatto è il segno che il segno della salvezza è posto su molti e su ognuno, significa che la salvezza è per molti e per ognuno, è universale e personale contemporaneamente.
2. ma il tema di questi versetti non è principalmente il battesimo, bensì la vita del credente, semplificando potremmo dire che la domanda è: che cosa significa per noi che Cristo è morto e risorto per noi? Il testo di Paolo è molto complesso, perché la questione è complessa. Tra l’altro ho preferito leggere tutti i primi 14 versetti di questo capitolo, anziché soltanto i vv. da 3 a 8 indicati da lezionario, perché mi sembrava difficile tagliare il ragionamento che Paolo qui porta avanti, continuando ciò che aveva detto due versetti prima, alla fine del cap. 5:
Paolo scriveva: “dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata” (5,20) e qui riprende questa questione chiedendosi: Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso? Dunque: siamo nella grazia o siamo nel peccato? O siamo in tutti e due? La questione è complessa e una delle ragioni per cui questo testo è complesso è perché in esso si incrociano due punti di vista, quello di Dio e quello umano.
Alcune affermazioni sono molto nette e affermano la grazia di Dio: “siamo stati sepolti con lui”, il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui”, e affermano che il peccato e il “vecchio uomo” appartengono al passato, come se il peccato, appunto, non ci riguardasse più.
Le affermazioni nette che esprimono la salvezza avvenuta sono il punto di vista di Dio: Dio ci salva nella sua grazia e dunque ai suoi occhi siamo salvati, questo è un fatto, che per noi è un dono, è opera di Dio che non può essere annullata. Per questo Gesù è morto, per compiere questa opera di salvezza, per compierla completamente, non un pezzettino, non a metà e nemmeno al 99 per cento. La salvezza è un 100%, nulla di meno, perché per nulla di meno Cristo è morto.
Altre affermazioni invece sono inviti, esortazioni rivolti al credente: “Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale”, oppure frasi che mettono davanti a una scelta: “non prestate le vostre membra al peccato, come strumenti d'iniquità; ma presentate voi stessi a Dio, come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di giustizia a Dio”. Queste frasi rappresentano il nostro punto di vista. E se il punto di vista di Dio è quello della certezza della salvezza, il nostro punto di vista è quello della lotta contro il peccato.
La salvezza è grazia nel senso che siamo graziati, ovvero ci è risparmiata la condanna, ma la colpa rimane. Non siamo certo senza colpa, non siamo senza peccato, ma anzi dobbiamo quotidianamente lottare contro questa colpa e contro questo peccato. Possiamo prestare le nostre membra al peccato come strumenti di iniquità oppure possiamo presentarle a Dio, come strumenti di giustizia. Le membra sono il nostro corpo, e spesso questo brano è stato interpretato in senso sessuale, ma per Paolo il corpo è molto di più, il corpo è la nostra intera persona, le nostre azioni, le nostre relazioni, le nostre scelte.
Possiamo scegliere bene o scegliere male, scegliere ciò che è sbagliato o scegliere ciò che è giusto. Questo vuol dire Paolo. Questa è la nostra realtà quotidiana, la nostra lotta quotidiana, lotta con noi stessi, con la parte egoista di noi stessi, con la parte che non vuole vedere il prossimo come prossimo, che non vuole vedere il prossimo come fratello o sorella, ma come avversario o nemico. Questa lotta è un fatto ed è così che viviamo il peccato dal nostro punto di vista umano. Ed è altrettanto un fatto che questo peccato contro cui lottiamo è stato vinto una volta per tutte da Gesù nella sua morte e resurrezione, anche se noi continuiamo a subirne gli effetti. Sono due fatti tutti e due veri, e guai se ne dimentichiamo uno dei due.
Se dimentichiamo il nostro peccato cadiamo nell’illusione di essere perfetti, di essere senza peccato e quindi nell'orgoglio e nella presunzione. Se dimentichiamo la grazia, il nostro peccato ci schiaccia e rischiamo di disperare della salvezza, cioè di non crederci più, di considerarla impossibile. Dobbiamo quindi tenere insieme queste due realtà: la realtà del nostro peccato e la realtà della nostra salvezza. Solo così evitiamo sia la presunzione di essere innocenti, sia la disperazione del colpevole.

3. Più volte in questo brano ritorna l’idea che il credente sa certe cose: all’inizio nella domanda retorica “O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?più avanti quando Paolo scrive: Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui. E poi ai vv. 8-9 quando scrive “Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più”. Qui non usa solo il verbo sapere, ma anche il verbo credere.
Paolo scrive ai cristiani di Roma, che non conosce, perché non è una comunità che ha fondato lui e non ci è mai stato anche se desidera tanto andarci, scrive loro perché sappiano e perché credano. Il sapere del cristiano non è un sapere fine a se stesso, un sapere per la soddisfazione di sapere, ma un sapere per credere. Che cosa, dunque, desidera Paolo che i cristiani di Roma credano?
Se riprendiamo l’immagine dei due punti di vista quello di Dio - ovvero della grazia - e il nostro - ovvero quello della lotta contro il peccato, potremmo dire che Paolo desidera che i cristiani di Roma credano nel punto di vista di Dio, senza ovviamente perdere il loro. Perché il peccato si vede, la lotta contro il peccato che è dentro di noi la conosciamo, perché la portiamo avanti ogni giorno e a volte ci fa stare male. Ma la grazia? Il fatto che questo peccato contro cui lottiamo è già stato sconfitto sulla croce e non può vincere? Questo non è per nulla evidente, anzi cozza contro la realtà che viviamo e vediamo ogni giorno.
Per questo è necessario crederci. Per questo è necessario sapere e credere che, come scrive Paolo, “il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia”. “Non avrà più potere su di voi” è il futuro, il futuro del Regno. Per ora ha potere su di noi e dobbiamo impiegare tutte le nostre forze per opporci a esso. Ma questo peccato – di cui Paolo parla come se fosse quasi una persona – non vincerà, perché Cristo lo ha vinto.
Questa Parola di oggi ci invita a credere che siamo qualcos'altro rispetto a quello che sappiamo e vediamo di noi stessi. Noi ci percepiamo come essere fragili e come persone colpevoli, e lo siamo. Ma non siamo solo questo. Siamo persone che tentano di camminare in novità di vita e di essere strumenti di giustizia, ma che raramente ci riescono. Ma non siamo solo questo.
Non siamo solo questo. Siamo anche ciò che Cristo ci ha resi: peccatori perdonati, colpevoli graziati. Il Signore ci aiuti a credere questo e questa certezza sia più forte di tutte le altre.


Predicazione di Domenica 5 Giugno 2016 su Efesini 2, 11-22 a cura di Marco Gisola

Efesini 2, 11-22

11 Perciò, ricordatevi che un tempo voi, stranieri di nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi, perché tali sono nella carne per mano d'uomo, voi, dico, 12 ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. 13 Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. 14 Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia, 15 la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; 16 e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia. 17 Con la sua venuta ha annunciato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; 18 perché per mezzo di lui gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito.
19 Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. 20 Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, 21 sulla quale l'edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. 22 In lui voi pure entrate a far parte dell'edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito.

Per un ebreo del tempo di Gesù, era difficile immaginarsi persone più diverse e più estranee che i pagani. Il fatto stesso che uno stesso termine – la parola pagani - venisse utilizzato per indicare tutti gli altri esseri umani, da qualunque luogo essi venissero, è già indice di quanto gli ebrei si sentivano diversi dagli altri, diversi perché scelti e chiamati da Dio fin dal tempo di Abramo.
Possiamo quindi immaginarci – ma solo immaginarci, non avendola vissuta – la rivoluzione che è accaduta a quegli ebrei che sono diventati cristiani, come l’apostolo Paolo, e che si sono trovati quasi subito fianco a fianco di altri cristiani come loro, ma diversissimi da loro, perché venivano dal paganesimo.
Uguali, ma diversi o - se preferite – diversi ma uguali, questa era la situazione che vivevano i primi cristiani, in parte proveniente dall’ebraismo, in parte dal paganesimo.
Nella lettera agli Efesini l’autore parla a cristiani ex-pagani e dice loro: «voi stranieri - cioè pagani - di nascita»; «ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo». Ma ora è venuto Gesù e tutto è cambiato: “Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, [...] per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia”.
Gesù di due popoli ne ha fatto uno, ha abbattuto il muro di separazione, ha riconciliato i due popoli con Dio in un solo corpo, mediante la croce. La croce è il luogo dove, con Gesù, muore l'inimicizia tra ebrei e pagani. Parole forti, che esprimono un cambiamento profondissimo.
Qui Paolo parla della conversione dei pagani. Che cos’è dunque la conversione? In un certo linguaggio evangelico si dice che la conversione consiste nell’accettare Cristo. Ma questo brano biblico ci dice che la conversione non è il nostro accettare Gesù ma è l’azione di Dio che accetta noi in Cristo.
La conversione è il passaggio da una vita senza Cristo ad una vita con Cristo, o per usare un linguaggio più biblico, a una vita in Cristo.
Questa è la conversione, e i destinatari di questa lettera ne sono un esempio evidente: il cristianesimo era giunto a loro come un fenomeno completamente nuovo, che aveva aperto loro orizzonti completamente nuovi. Non l’avevano cercato, né l’avevano voluto, ma qualche apostolo aveva portato loro l’evangelo di Gesù Cristo e loro l’avevano creduto.
Questa è la conversione: il passaggio da una vita senza Cristo ad una vita in Cristo; e questo passaggio è opera di Dio, non dell’essere umano. Questo dovrebbe renderci attenti a due abusi della parola conversione che a volte sentiamo: la conversione, nella Bibbia, non è il passaggio da una chiesa cristiana ad un'altra, da un gruppo cristiano ad un altro: un cattolico che diventa protestante, un protestante che diventa ortodosso e così via, queste non sono conversioni, perché non è ad una chiesa che ci si converte, ma a Cristo.
E la conversione non è un’opera umana. Non siamo noi che ci convertiamo o che ci siamo convertiti. La conversione è opera di Dio che ti dona la fede in Gesù Cristo e ti chiama a seguirlo e a mettere in pratica la sua volontà. Non è una mia decisione, ma è l’azione di Dio in me e per me.
Come viene descritta qui, la conversione è il fatto che coloro che erano lontani sono stati avvicinati mediante il sangue di Cristo, cioè mediante la croce di Cristo.
Non c’è dunque soltanto una conversione dei pagani, ma anche una conversione degli ebrei. Sia i pagani, sia gli ebrei sono stati convertiti da Dio per mezzo della croce di Cristo, su cui è morta la loro inimicizia. I pagani hanno creduto in Cristo e hanno accettato di avere come compagni degli ebrei.
Lo stesso gli ebrei: hanno creduto in Cristo e hanno accettato di avere per compagni dei pagani, cosa che per molti di loro non era affatto facile e scontata. Anzi: è stata una faticosa rivoluzione spirituale e culturale.
Conseguenza della conversione è il fatto che essere stati ebrei o pagani, cosa che prima era centrale e creava inimicizia, dopo la conversione a Cristo passa in secondo piano: davanti a Dio non conta più ciò che si era, ma conta ciò che Dio ci ha fatti essere; non conta se si era ebrei o pagani, ma conta il fatto che in Cristo si è quello che è chiamato l’“uomo nuovo”.
E qui c’è una conseguenza sempre attuale della conversione: Dio mi accoglie e mi accetta attraverso il suo perdono, in Cristo, e io sono chiamato ad accettare e ad accogliere i fratelli e la sorella che Cristo ha chiamato e perdonato esattamente come me.
Pensiamo appunto alla situazione degli ebrei e dei pagani (o ex-ebrei e ex-pagani) che si trovano nelle stesse comunità cristiane, diversissimi per storia e provenienza, ma uguali in Cristo.
Della nostra conversione fa parte la chiamata ad accettare la sorella e il fratello che è cristiano come me, che probabilmente è diverso da me, a volte molto diverso da me, ma uguale a me in Cristo. Accettare la diversità dell’altro è parte integrante del mio diventare o del mio essere cristiano.
Perché non siamo noi a sceglierci gli uni gli altri, ma è Dio che sceglie tutti e tutte noi e ci mette fianco a fianco, come ha fatto con ebrei e pagani allora.
La nostra situazione è totalmente diversa da quella della prima generazione, ma questa sfida che fa parte della nostra vocazione, rimane uguale: accettare la diversità del fratello, della sorella in nome della uguaglianza che Cristo ha creato tra noi davanti a lui.
Per noi non si tratta di ebrei o pagani, ma lo stesso discorso vale per qualunque tipo di differenza e per qualunque credente: qualunque sia la provenienza religiosa, razziale, sociale, culturale, quello che conta è la conversione che Dio ha operato in ognuno, rendendo tutti un solo popolo e tutti uguali davanti a lui.
Se poi gli esseri umani mantengono le differenze che Dio ha cancellato, tra ricchi e poveri, tra bianche e neri, ecc. sono gli esseri umani che commettono un grave peccato e che hanno bisogno sempre di nuove conversioni.

Questo brano si conclude con la bella immagine dell’edificio, di cui ogni credente costituisce una parte e Cristo la pietra angolare. Edificio di cui fanno parte tutti i convertiti di cui si parlava prima, dove nessuno è straniero o ospite, ma tutti sono membri della famiglia di Dio.
Questo edificio ha due caratteristiche interessanti: innanzitutto è un edificio in costruzione, non è finito, più che un edificio completo è un cantiere in lavorazione, «si va innalzando per essere un tempio santo al Signore». L’opera di costruzione non finisce mai, perché l’opera di conversione di Dio non finisce mai.
Dio continua a chiamare discepole e discepoli instancabilmente, e ogni credente, ogni generazione di credenti partecipa alla composizione di questo edificio che si eleva verso l’alto. La meta finale sarà il regno di Dio, e finché questa meta non sarà raggiunta la costruzione continuerà ed ognuno farà la sua parte.
E la seconda caratteristica di questo edificio è che non è casa nostra; non siamo noi che ci stiamo costruendo una casa per noi: è Dio che costruisce la sua casa: questo edificio «ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito». Quest’immagine ci dice che Dio si sta costruendo una casa e i credenti sono i mattoni di questa casa; noi siamo i mattoni della casa di Dio, Dio si serve di noi per dimorare nel mondo.
Ma di nuovo è lui che agisce e noi siamo i suoi strumenti, strumenti che lui ha scelto ed ha onorato di essere «concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio» e suoi collaboratori nell’annunciare la pace di Cristo, che abbatte i muri e abolisce le inimicizie.
Che il Signore ci converta sempre di nuovo ogni giorno alla sua volontà e ci renda testimoni della sua pace, che non annulla le diversità, ma le trasfigura nell’uguaglianza di tutti davanti a lui. 

venerdì 3 giugno 2016

Predicazione di Domenica 29 maggio 2016 su Atti 4,42-47 a cura di Daniel Attinger

VITA DELLA PRIMA CHIESA
Atti 4,42-47

Sorelle e fratelli carissimi,
Eccomi nuovamente in mezzo a voi per celebrare questo giorno di domenica, giorno del Signore. Quindici giorni fa, si celebrava la festa della Pentecoste che ricorda il dono dello Spirito santo, che è la forza che anima la Chiesa. Ho quindi scelto per questa domenica di riflettere su ciò che caratteriz­zava la vita della prima Chiesa, come la descrive Luca negli Atti degli apostoli.
S’impone però una prima osservazione: ho parlato della “prima Chiesa”, mentre in realtà, all’indomani della Penteco­ste, Luca non parla ancora di Chiesa; parla di “fratelli” o di quelli che “hanno accolto la Parola”. La parola “Chiesa” ap­pare stranamente nel libro degli Atti solo al capitolo 5, alla fi­ne del tragico episodio di Anania e Saffira, come se si potesse parlare di Chiesa solo dopo che essa ha fatto l’esperienza del peccato (At 5,11). Qualcosa di simile era capitato anche a Israele. Al momento dell’uscita dal paese di Egit­to, gli israe­liti, ricorda­te, iniziano una lunga traversata del deser­to, ma quasi subito iniziano le mormorazioni e le ribellioni contro Mosè… e con­tro Dio: chi ci darà dell’acqua, della carne… in Egitto erava­mo schiavi, ma almeno si mangiava, invece, tu, Mosè, ci hai condotti qui per farci morire. Appena dopo que­sta descri­zio­ne delle tentazioni nel deserto e dopo la punizio­ne per mano di Ama­leq, il testo dell’Esodo dice:
I figli d’Israele arrivarono nel deserto del Sinai e si accam­parono nel deserto. E continua: Israele si accampò qui (Es 19,2).
Questo passaggio dal plurale (i figli d’Israele) al singo­lare (Israele) è com­mentato dai rabbini come il risultato delle prove su­bite nel deserto: solo dopo di esse le folle uscite dal­l’Egitto sono diventate “il popolo d’Israele”: un popolo se­gnato dalla prova, ma che ormai ha conquistato una unani­mità. Allo stesso modo potremmo dire che dopo la Penteco­ste i cristiani non sono ancora la Chiesa, ma una folla di per­sone un po’ disparate. Appena prima del nostro testo, Luca scrive:
Quelli che accolsero la parola (di Pietro) furono battezzati e quel giorno circa tremila per­sone si aggiunsero a loro (At 2,41).
Queste persone sono tuttavia una realtà importante. Pensate: 3000 persone dopo una sola predicazione! È ciò che permette a Luca di tracciare un primo ritratto di quei cristia­ni e questo ritratto ci deve servire di specchio nel quale sia­mo chia­mati a guardarci anche per verificare ciò che noi siamo realmente. Ecco allora il nostro testo: ciò che caratte­rizza quest’assemblea è una quadruplice perseveranza:
Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere.
Notiamo anzitutto che la prima caratteristica è la perse­veran­za. All’inizio del nostro cammino nella vita cristiana, forse non abbiamo dato troppo peso a questa parola, c’inte­ressava di più il contenuto della nostra fede, la sua espressio­ne retta e buona. Ri­cordo, ad esempio, e ciò mi sembra signi­ficativo, di tre sorelle di questa chiesa di Biella i cui nomi esprimevano bene l’intenzione dei loro genitori. La prima si chiamava Nella, la seconda Vera e la terza Luce. Era questo che contava – ed era giusto! –: vivere alla luce di Colui che è la vera luce. Oggi però siamo andati – un po’ tutti – avanti negli anni, e ora misuriamo meglio l’importanza di questa prima caratteristica. Essere cristiani implica anzitutto di im­parare a durare, un po’ come fece Gesù poco dopo la sua tra­sfi­gurazione. Luca scrive che Gesù “rese duro il suo volto per anda­re a Gerusalemme” (Lc 9,51), espressione che si ren­de solitamente così: “Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Geru­salemme”. Notiamo però che è il volto di Gesù che si rende duro, non il suo cuore! Se la perse­veranza contiene per noi l’idea di resistenza, e quindi di combatti­mento per durare, non è l’idea che prevale nel verbo greco, il quale contiene invece l’idea di “essere disponibili” o di “met­tersi alla disposizione di qualcuno”. La perseveranza è un lavoro su se stessi per rendersi disponibili agli altri, ma an­che agli eventi e a ciò che ci capita.
Viene poi precisato il contenuto di questa perseveranza: sono quattro attività che certamente evocano la convinzione di Israele per il quale “il mondo poggia su tre colonne: la to­rà, cioè la Scrittura, la ‘avodà, cioè il culto, e le opere di mise­ricor­dia”. Ma mentre Luca riprende la convinzione ebraica, ne modifica sensibilmente il contenuto.
Anzitutto la torà diventa, sotto la penna di Luca, l’inse­gna­mento degli apostoli. La modifica non sta tanto nel fatto che Luca sostituisce allo studio di un testo, quello di una parola viva. Per Israele infatti la torà non è solo la Scrittura, ma la rivelazione che Dio ha dato di sé sul Sinai, la quale si trova nelle Scritture certo, ma lette e reinterpretate alla luce della fede. Nei due casi l’accento cade sulla parola viva (degli apo­stoli per i cristiani, dei rabbini per gli ebrei) che spiega la parola scritta. Per i cristiani però, e là si trova la loro partico­larità, questa parola vivente è il Cristo così come lo racconta­no quelli che hanno vissuto con lui e l’hanno seguito sulle strade della terra d’Israele.

Viene poi, per Luca, la comunione, che corrisponde alle opere di misericordia della tradizione ebraica. Luca quindi rovescia le priorità: la comunione precede il culto, conforme­mente alla parola detta dal Signore:
Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qual­cosa contro di te, lascia là la tua offerta davanti all’al­tare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta (Mt 5,23-24).
Il seguito del testo mostra bene quanto questa comunio­ne non è solo spiritu­ale: si tratta in primo luogo di una messa in co­mune di ciò che i cristiani hanno, di un mettere alla di­sposizione di tutti ciò che ciascuno ha. È precisamente a que­sto proposito che si verificherà il peccato di Anania e Saffira. La posta in gioco nella comunione è fondamentalmente l’i­dentità cristiana: “se siamo stati totalmente uniti al Cristo” (per riprendere l’espressione di Paolo, Rm 6,5), formiamo un solo corpo nel quale ogni singolo membro dipende di tutte le altre. La comunione è co­me la vita che anima e costruisce il corpo.
Infine Luca parla di preghiere e di frazione del pane, lad­dove la tradizione ebraica parla di ‘avodà, di culto. Forse con ciò Luca in­tende precisare da una parte che i cristiani conti­nuano a parteci­pare alla preghiera del tempio, insieme con gli ebrei; il Cristo non ha chiesto a loro di abbandonare la religione dei loro padri. È pro­prio ciò che sottolinea chiara­mente il testo che abbiamo letto: “ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio”. Ma Luca vuole anche sottoli­neare che i cri­stiani hanno in più una preghiera particolare, specifica: la “frazione del pane” – ciò che chiamiamo la santa cena – grazie alla quale essi esprimono che la loro comunio­ne non è una semplice associazione o un raggruppamento per sostenersi a vicenda ed essere più forti, ma la partecipa­zione alla vita stessa di colui che, nel suo amore, ha dato la sua vita per loro, come per noi. È significativo che Luca non si preoccupi qui della preghiera individuale – che evidente­mente conosce e che per lui va da sé – ma della preghiera co­mune e quindi liturgica: la parteci­pazione alla preghiera nel tempio, e la celebrazione della santa cena. Anche se situata in terza posizione, la pratica liturgica rima­ne un’attività parti­colarmente essenziale, perché essa indica la fonte da cui i cristiani traggono la loro esistenza, la loro comunio­ne, la loro com­prensione dell’insegnamento degli apostoli e la loro for­za di perseverare nella loro fede, nonostante le difficoltà.
In questo tempo del dopo Pentecoste, chiediamo al Si­gnore di dare anche a noi quella forza di perseverare, senza stancarci, nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna – che occorre rinnovare ogni giorno – e nella frazio­ne del pane e nelle preghiere. E perché non chiederci come mai possiamo celebrare tante do­me­niche senza rinnovare quel gesto – così specifico dei cristiani – della frazione del pane? Essa era ed è tuttora per molti cristiani ciò che fa della domenica un giorno diverso dagli altri, il giorno del Signore!
In queste perseveranze troviamo e troveremo la forza di essere su questa terra dei segni viventi e gioiosi dell’amore col quale Dio ama, in Cristo, il modo intero. A Lui siano rese ogni lode e ogni gloria ora e per i secoli senza fine. Amen.