mercoledì 8 novembre 2017

Predicazione di domenica 5 Novembre 2017 (Domenica della Riforma) su Matteo 10,26-33 a cura di Marco Gisola

Matteo 10,26b-33
perché non c'è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere cono­sciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all'orecchio, predica­telo sui tetti. E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima; temete piuttosto colui che può far perire l'anima e il corpo nella geenna. Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.


1) Questo brano del vangelo di Matteo è inserito in un più ampio discorso di Gesù che inizia con l’invio dei discepoli in missione e poi li mette in guardia rispetto a ciò che può loro accadere.
Gesù invia i discepoli e dice loro: “Andando, predicate e dite: "Il regno dei cieli è vicino” e poi ancora “io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. Il contesto è quello delle per­secuzioni e delle difficoltà che i discepoli, diventati apostoli, cioè inviati, incontreran­no.
Il tema delle persecuzioni dei cristiani è diventato di nuovo molto attuale i questi ultimi anni, perché in diversi paesi i cristiani sono perseguitati e a volte sentiamo di attentati che vengono fatti nelle chiese, solo per il fatto che lì si radunano dei cristiani. Leggendo questi brani biblici non possiamo non pensare e non rivolgere il nostro pensiero e la no­stra preghiera a quei cristiani.
Ma non è certo la realtà che viviamo noi qui in Europa. Potremmo quindi dire che l'invito a non avere paura non ci riguarda. In realtà, questo brano e in fondo tutta la Bibbia ci dice che essere cristiani non è mai facile, anche quando, fortunatamente, le persecuzio­ni sono lontane. Non è facile, perché l’evangelo che siamo chiamati a portare nel mondo può dare fastidio a molti.
Un vangelo che parla di perdono dà fastidio a tutti quelli che fanno del rancore e dell’odio il loro comportamento quotidiano.
Un vangelo che parla di giustizia dà fastidio a quelli che vivono dello sfruttamento degli altri.
Un vangelo che parla di pace, dà fastidio a chi cerca il conflitto ad ogni costo perché vuole dominare.
Un vangelo che parla di uguaglianza dà fastidio a chi intende mantenere qualcuno sotto­messo.
Dunque non subiamo persecuzioni, ma cercare la coerenza con gli insegnamenti di Gesù non è facile, nemmeno in una società che si dice cristiana come la nostra.
Vale dunque anche per noi l'invito a non avere paura, anche se ovviamente in senso di­verso da come lo intendono quelli che sono davvero in pericolo a causa della loro fede.
Per noi vale l'invito a non vergognarci dell’evangelo, come dice Paolo, a non cadere nella tentazione di vivere un cristianesimo superficiale, o un cristianesimo della domenica, o un cristianesimo solo spirituale, come se a Dio non interessasse quello che accade in questo mondo o come se Gesù non avesse compiuto azioni molto materiali nei confronti dei malati, dei poveri, degli emarginati.
Questa parola ci invita a non avere paura di essere discepoli e discepole di Cristo, tutti i giorni.

2) Il secondo invito è quello a parlare: “Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all'orecchio, predicatelo sui tetti”.
Che cos’è che Gesù dice nelle tenebre e sussurra agli orecchi dei discepoli? Che cos’è della predicazione di Gesù che non è pubblico, almeno a questo momento della sua vi­cenda? Ciò che a meno di metà del racconto di Matteo, è ancora nascosto, è la croce.
È il fatto che Gesù, che compie opere potenti, che a viste umane sembra un vincente, un potente, perché guarisce i malati, morirà sulla croce, come una persona senza pote­re, come un perdente.
Gesù nei vangeli questo lo dice solo ai suoi discepoli e anche loro fanno molta fatica a crederlo. Se l’avesse detto pubblicamente, tutto lo avrebbero deriso, come lo deride­ranno quando sarà sulla croce, e nessuno l’avrebbe accolto.
Ora questo può essere detto: il crocifisso è risorto e il Risorto è colui che prima è stato crocifisso, che ha condiviso l’umanità fin nei suoi abissi più profondi.
Ora va detto che Gesù questo abisso non si è accontentato di incontrarlo nel paralitico, nel lebbroso, nell'indemoniato, nell’adultera, nel pubblicano…
Non gli è bastato avere di fronte questa umanità a volte colpevole e spesso ferita ed emarginata; ha voluto essere ferito ed emarginato anche lui e morire come un criminale, deriso e respinto dalle folle.
Ora va detto che Gesù è venuto a condividere questa umanità perdente e – a viste uma­ne – ha perso anche lui. E quindi non c’è nulla da vergognarsi quando si perde, quando si è umiliati, quando si è feriti.
Perché Gesù ha perso – a viste umane – ma ha vinto agli occhi di Dio ed è risuscitato. Quindi se a viste umane hai perso, agli occhi di Dio non hai perso, e non devi perderti non devi perdere te stesso nella disperazione e nella paura.
Tutto ciò va detto, i discepoli e le discepole di Gesù sono chiamati a proclamarlo sui tet­ti.

3) Infine c’è la frase sul passero e sui capelli. La traduzione che abbiamo nella nostra Bib­bia può far pensare che tutto ciò che accade – anche un passero che cade – è volere di Dio: non un passero cade in terra “senza il volere del Padre vostro”; ma nel testo greco il termine “volere” non c’è e sembra che il senso della frase sia quindi positivo e voglia dire che Dio si occupa persi­no dei passeri, che sono tra i più piccoli tra gli uccelli, e quindi a maggior ragione si oc­cupa di noi.
E quindi ritorna l’invito Non te­mete dunque, e ci viene detto perché non dobbiamo temere: voi valete più di molti passeri.
Voi valete”: questo è l’evangelo di oggi. Voi valete, tu vali, sei prezioso agli occhi di Dio, per questo Egli si occupa di te e si preoccupa di te.
Per questo Cristo è morto e risorto per tutti, e anche per te, perché tu vali e sei prezio­so e il Signore ha deciso di riscattarti.
Questo va detto nella luce e sui tetti: che l’essere umano è prezioso agli occhi di Dio, che in Cristo ha voluto riscattarlo.
Questo non è evidente, lo sappiamo bene, non ne abbiamo le prove, non possiamo dimo­strarlo, perché l’unica cosa evidente è la croce, quella di Gesù e quelle che conti­nuano a essere erette nel nostro mondo, perché non solo i passeri continuano a cadere, ma anche gli esseri umani, anche gli innocenti continuano a cadere.
Ma Gesù Cristo è venuto proprio per quelli che cadono, per rialzarli ogni volta e per rial­zarli nella resurrezione finale quando cadono e lasciano questa vita. Perché “Voi vale­te”, perché siamo preziosi ai suoi occhi.
L’amore e la grazia di Dio vanno dette alla luce del sole e sui tetti, proprio perché non sono evidenti. Perché troppa gente vive soltanto per le cose e delle cose che sono evi­denti, quelle che si vedono, si toccano, si mangiano, si consumano…
Troppa gente si sente inutile, fuori dalla grande storia del mondo e dei potenti, troppi sentono di non valere nulla. Andare a dire a costoro “Voi valete”, valete così tanto che Cristo è venuto ed è morto per voi è il compito dei cristiani e delle chiese.

Oggi è la domenica della Riforma e l'Evangelo di oggi è quello che la Riforma ha cercato di mettere in atto e che ogni chiesa di ogni confessione dovrebbe tentare di vivere:
L’evangelo che ci dice: “Non temete”, non abbiate paura di quelli che ostacolano la strada del regno di Dio, che è un regno di giustizia e di pace.
L’evangelo che ci dice: Non temete, perché “voi valete”, siate preziosi agli occhi di Dio, che vi ha riscattati in Cristo che morto sulla croce ed è stato risuscitato la mattina di Pa­squa.
L’evangelo che ci dice che il fatto che siamo preziosi agli occhi di Dio e quindi non c’è da aver paura va proclamato sui tetti, perché nessuno deve rimanere senza ascoltare questo evangelo di speranza, tutti devono sapere che Dio li ha riscattati.
La Riforma ha rimesso questo al centro, ci aiuti il Signore a mantenerlo al centro della nostra fede e della nostra vita.

lunedì 23 ottobre 2017

Predicazione di domenica 22 ottobre 2017 su 1 Corinzi 12 a cura di Marco Gisola

1 Corinzi 12
1 Circa i doni spirituali, fratelli, non voglio che siate nell'ignoranza. 2 Voi sapete che quando eravate pagani eravate trascinati dietro agli idoli muti secondo come vi si conduceva. 3 Perciò vi faccio sapere che nessuno, parlando per lo Spirito di Dio, dice: «Gesù è anatema!» e nessuno può dire: «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo.
4 Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. 5 Vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore. 6 Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti.
7 Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. 8 Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; 9 a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; 10 a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l'interpretazione delle lingue; 11 ma tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole.
12 Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo. 13 Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito.
14 Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: «Siccome io non sono mano, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 16 Se l'orecchio dicesse: «Siccome io non sono occhio, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 17 Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l'odorato? 18 Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto. 19 Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo? 20 Ci sono dunque molte membra, ma c'è un unico corpo; 21 l'occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 22 Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli, sono invece necessarie; 23 e quelle parti del corpo che stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore; le nostre parti indecorose sono trattate con maggior decoro, 24 mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, 25 perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre. 26 Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui.
27 Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua. 28 E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue. 29 Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli? 30 Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano tutti?
31 Voi, però, desiderate ardentemente i doni maggiori!


Il capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi è molto lungo e denso e vorrei quindi provare a guardare questo brano mettendo in risalto alcuni aspetti generali, senza entrare nei singoli dettagli. Il tema di questo capitolo – anzi dei capitoli che vanno dal 12 al 14 – è: i doni dello Spirito.
1) La prima cosa che incontriamo in questo brano è un’affermazione molto chiara e precisa, in cui Paolo dice che se uno confessa che Gesù è il Signore, lo fa grazie all’azione dello Spirito Santo; e se qualcuno dice “Gesù è anatema”, cioè “Gesù è maledetto” è chiaro che non lo fa per l’azione dello Spirito Santo.
In breve: se c’è confessione della fede – cioè se c’è fede – c’è lo Spirito. Come faccio sapere dove è che lo Spirito agisce? Paolo dice: se c’è fede, c’è lo Spirito.
Ovviamente non basta che la fede sia confessata con le parole, ripetere con la bocca una confessione di fede non implica per forza la fede; lo si può anche fare meccanicamente o peggio ipocritamente, senza credere a ciò che si dice.
Ipocrisie a parte, il criterio che mi dice dove lo Spirito agisce è la confessione della fede in Cristo: “Gesù è il Signore” è probabilmente la più antica confessione di fede cristiana.
Questo testo è dunque ecumenico per eccellenza: è lo Spirito, e non l’appartenenza a questa o a quella chiesa, che fa sì che uno sia cristiano.
Se qualcuno confessa “Gesù è il Signore” lì c’è lo Spirito in azione, non importa a quale confessione cristiana appartenga, riformata, luterana, cattolica, ortodossa, pentecostale… non è l’etichetta confessionale che conta, ma lo Spirito.
Questo ovviamente non risolve tutti i problemi e non elimina le differenze teologiche, ma è il punto di partenza per relazionarci agli altri cristiani e per non correre il rischi di non considerarli cristiani.
Paolo ci dice che non siamo noi a decidere chi sono i cristiani, ma è lo Spirito a deciderlo. Lo Spirito è Spirito di Cristo e porta a confessare Cristo. Questa è la base di partenza, da cui partire per discutere tutto il resto.


2) Paolo entra poi nel vivo della questione dei doni dello Spirito; Paolo scrive queste righe quasi sicuramente perché era stata la chiesa di Corinto stessa che gli aveva chiesto di affrontare questo tema, perché a Corinto c’erano dei problemi: qualcuno riteneva di avere dei doni dello Spirito in quantità o qualità tale che queste persone pensavano di essere speciali, diversi, superiori al resto della comunità.
Si era cioè creata una divisione – non so se anche una discriminazione – tra quelli che si ritenevano spirituali, o più spirituali di altri e il resto della comunità. Paolo reagisce a questa situazione.
E reagisce con questo suo discorso sui doni dello Spirito. Paolo ha appena detto che il primo frutto dell’azione dello Spirito Santo è la fede e quindi la confessione della fede, e che quindi tutti quelli che credono sono spirituali allo stesso modo.
E poi approfondisce il tema dei doni: “Vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito”: i doni sono tanti, il donatore è uno, è lo Spirito. Insomma: Dio è uno e i doni di Dio, del suo Spirito, sono tanti.
E a chi lo Spirito dà i suoi doni? Al v. 7 scrive: “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune.
A ciascuno lo Spirito dà i suoi doni. A ciascuno, non a qualcuno soltanto, non a uno o a un gruppo, a una parte della comunità, ma a tutti. Come la fede – primo dono dello Spirito – è data a tutti quelli che credono, i doni particolari dello Spirito sono dati a tutti.
Paolo vuole dire che quando si parla dei doni dello Spirito non si possono giustificare discriminazioni tra i membri della chiesa. Non c’è nessuno che non abbia nessun dono e non c’è nessuno che abbia tutti i doni. Questo tema lo riprende nella parte finale, in cui utilizza l’immagine del corpo.
Ma anche qui è chiaro: il donatore è uno, i doni sono molti, e questa molteplicità crea diversità, non discriminazione. La diversità non è diversità di livello di dono, ma casomai di tipo di dono.
Paolo stabilisce anche il criterio per verificare i doni: a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”. Per il bene comune, cioè per il bene di tutti, di tutta la comunità. I doni dello Spirito sono al servizio della comunità infatti una delle parole che all’inizio del capitolo usa per indicare i doni è, in greco, “diaconie” cioè servizi, che la nostra Bibbia traduce “ministeri”.
Su questo Paolo tornerà nel cap. 14, quando parlerà del dono delle lingue, cioè del parlare in lingue che spesso nessuno dei presenti comprendeva. Era un fenomeno che evidentemente a Corinto era diffuso e quelli che parlavano in lingue probabilmente si ritenevano superiori agli altri.
Paolo, nel cap. 14 scriverà che:
chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose”. E quindi tira la conclusione che: “Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa”.
I doni dello Spirito sono dati per edificare la chiesa, non per edificare se stessi. Il dono dello Spirito diventa servizio. Se non diventa servizio, iniziano i problemi, perché se il dono non diventa servizio può diventare orgoglio, può diventare potere, può diventare voglia di primeggiare e complesso di superiorità.
Paolo nei due versetti del cap 14 che vi ho letto usa il verbo edificare, ovvero costruire. Il servizio edifica, cioè costruisce; l'orgoglio, la superiorità, il potere demoliscono le relazioni quindi demoliscono la comunità.
Da questa parte centrale del capitolo, io trarrei due insegnamenti: un ammonimento a non considerare i propri doni migliori o maggiori di quelli di altri, un ammonimento a non cadere nella presunzione di superiorità, un ammonimento a non dimenticare che anche gli altri hanno dei doni dello Spirito.
Ma anche un invito: questo brano ci dice che la chiesa la costruiamo insieme. Anzi, poiché i doni sono di tutti, e di ciascuno, questa parola di oggi ti dice che TU costruisci questa chiesa insieme agli altri, mettendo al servizio i tuoi doni insieme ai doni degli altri e di tutti.
E l’invito è un invito personale e pressante che richiede una risposta: il Signore ci dona i suoi doni e ci chiede di usarli, non solo nella chiesa ovviamente, ma anche nella società in cui viviamo.
Ma rimanendo nel discorso sulla chiesa (che è quello che Paolo fa qui): il Signore ti dona e ti chiede di usare i doni che ti ha dato in questa chiesa e per questa chiesa. Ognuno di noi si chieda: quale è il mio dono, quali sono i miei doni? E come li metto al servizio di questa chiesa, per edificare, costruire questa chiesa, questa comunità di credenti che cammina insieme, domenica dopo domenica e giorno dopo giorno?
E i doni non sono soltanto quello che sappiamo fare. Spesso infatti si parla di doni quando si vuol parlare di capacità: io so cucinare, io so imbiancare, io so di falegnameria, io so fare un impianto elettrico….
Cose preziosissime, che non voglio sminuire, ma i doni dello Spirito sono altri: non solo ciò che sai fare, ma ciò che sai essere per tuo fratello e tua sorella. Che dono sono per mia sorella, per mio fratello? È questa domanda che edifica, che costruisce relazioni, affetti, che fa sì che condividiamo la fede e la vita gli uni degli altri.
Che dono sono io/sei tu per questa comunità? Portiamoci a casa questa domanda...


3) E infine, incontriamo nel testo la bellissima immagine del corpo. Meriterebbe una predicazione solo questa immagine, perché essa vuole dirci tante cose importanti.
L’immagine del corpo esprime la ricchezza dei doni, la diversità dei doni, la pluralità dei doni. Ma non solo: esprime anche il fatto che tutte le membra del corpo, che hanno ognuno un dono diverso, una funzione diversa, sono legate le une alle altre, sono interdipendenti. Non possono stare le une senza le altre.
Le membra hanno bisogno l’una dell’altra: “l'occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi»”. Io ho bisogno di te, questa è una delle ragioni per cui esiste la comunità; io ho bisogno di te, tu hai bisogno di lei/di lui, abbiamo bisogno gli uni degli altri.
La comunità è composta da persone che riconoscono di aver bisogno degli altri, che non sono sufficienti a se stessi perché hanno bisogno di Dio e hanno bisogno del prossimo.
E perché abbiamo bisogno del prossimo? Una risposta la troviamo in un’altra cosa che dice l’apostolo: Paolo dice che “Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre”.
Questa parola “cura” mi sembra molto importante: ciascuno di noi ha bisogno degli altri perché abbiamo bisogno della cura degli altri, abbiamo bisogno che gli altri si prendano cura di noi. Anche per questo Dio ha chiamato discepoli e discepole a far parte di una comunità: per poter aver cura gli uni degli altri.


Per concludere dunque: Ciascuno ha i doni dello Spirito, ciascuno ha doni diversi, nessuno ne è senza e nessuno li ha tutti. Ciascuno ha ricevuto questi doni non per sé, non per prevalere, ma per il bene comune, per metterli al servizio della comunità e ciascuno è dunque dono per gli altri. Questo servizio mette al centro il prossimo, di cui ciascuno ha bisogno e che ha bisogno di te, perché ci prendiamo cura gli uni degli altri.
Dono, servizio, bisogno, cura… tutto ciò nasce dalla fede, che abbiamo detto è il primo dono dello Spirito, e si vive attraverso l’amore, di cui Paolo parlerà nel bellissimo canto del capitolo seguente.
Il Signore ci ha fatto il grande dono della fede e il grande dono del prossimo. Ci aiuti a viverli entrambi, nel suo corpo che è la chiesa, diventando noi stessi dono per il prossimo nell’amore.


domenica 8 ottobre 2017

Predicazione di domenica 8 ottobre 2017 su Ebrei 4,12-13 a cura di Marco Gisola

Ebrei 4,12-13

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto.

Oggi iniziamo un ciclo di quattro predicazioni proposto dai pastori del circuito su invito del consiglio del circuito. L’obiettivo era quello di riflettere sulla comunità e sulle relazioni al suo interno, spesso segnate da conflitti. Come tema generale abbiamo quindi pensato alla “edificazione” della Comunità
Iniziamo con questo brano della lettera agli Ebrei, libro biblico non molto conosciuto, anche se il nostro lezionario comprende diversi testi tratti da questa lettera. La lettera agli Ebrei, nonostante il nome, non parla a ebrei, ma probabilmente a cristiani provenienti dall’ebraismo. Viene chiamato “lettera” ma in realtà è più un piccolo trattato che vuole istruire e edificare una comunità, anche se non si sa quale comunità.
La lettera agli Ebrei non inizia come una lettera, non ci sono saluti, ma finisce con dei saluti e l’autore dice: “quelli d’Italia vi salutano” e menziona Timoteo, per cui nell'antichità si è pensato che l’autore fosse Paolo.
Il linguaggio però è molto diverso da quello delle altre lettere di Paolo, cosa che porta molti studiosi moderni a dire che questa lettera non è di Paolo e che quindi non si sa chi l’abbia scritta e nemmeno a chi sia stata scritta e quando.
Già un padre della chiesa – Origene – nel terzo secolo diceva che solo Dio sa chi abbia scritto questa lettera…
La caratteristica di questa lettera è il fatto che Gesù è descritto come il grande sommo sacerdote. Utilizzando il linguaggio del culto sacrificale, Ebrei ci dice che Gesù è allo stesso tempo il sacerdote e la vittima del sacrificio che è stato la sua morte.
Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d'uomo, cioè, non di questa creazione, è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. (9,11-12)
Il sacrificio di Cristo è stato l’ultimo sacrificio. Proprio questo fatto ha spinto i Riformatori a contestare l’idea medievale della messa come ripetizione del sacrificio di Cristo.
Ma veniamo al nostro testo:
I due versetti che abbiamo letto costituiscono una parentesi quasi poetica all’interno di un discorso molto più lungo in cui l'autore porta degli esempi negativi del comportamento di Israele nell’Antico Testamento e invita i cristiani a cui scrive a comportarsi diversamente.
Questi due versetti mettono al centro il tema della Parola di Dio, che è descritta come vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto.
È dunque un brano che ci dice che la Parola di Dio giudica. Ma lo dice non in termini giuridici, non parla della condanna comminata dal giudice, ma dell’azione del giudicare. Il giudizio e la condanna non sono la stessa cosa.
Il testo usa l’immagine della spada: la parola di Dio che giudica è paragonata alla spada che entra nel corpo; il giudizio è descritto in modo fisico: in questa immagine in cui la Parola di Dio è spada, noi siamo corpo.
E il nostro corpo viene penetrato dalla spada a doppio taglio che entra e divide. Ma dal corpo si passa subito a ciò che non è fisico: la spada divide sì le giunture dalle midolla ma anche l'anima dallo spirito e giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.
La Parola di Dio dice questo brano, quella che ascoltiamo ogni domenica, entra dentro la nostra anima, il nostro spirito, le nostre giunture, le nostre midolla, scruta e giudica i pensieri del nostro cuore. È un’immagine potente, che parla dell’efficacia della Parola.
La Parola di Dio non è una parola che si ascolta soltanto, non raggiunge soltanto le nostre orecchie e la nostra mente, non è soltanto una parola che fa riflettere o emoziona.


Secondo questa immagine, la Parola di Dio è una Parola che entra dentro di noi. Questa immagine della Parola di Dio che entra in noi ci vuole dire che Dio scruta, osserva la nostra vita e osserva anche ciò che non vorremmo fargli vedere, ciò che forse non vorremmo fare vedere a nessuno. Che forse vorremmo nascondere persino a noi stessi.
Come dicevo prima qui il giudizio non è condanna; il giudizio implica piuttosto l’idea che Dio ci vede e ci osserva dal di dentro.
Dio vede e osserva perché, come dice il testo, siamo nudi davanti a lui. Non è facile stare nudi davanti a qualcuno. Stare nudi davanti a qualcuno è segno di grande intimità. Solo i bambini piccoli lo fanno in un modo naturale, perché non conoscono ancora il pudore, ovvero non hanno nulla da nascondere.
Adamo ed Eva erano nudi nel giardino di Eden. Immagine del fatto che potevano stare l’uno davanti all’altra e davanti a Dio così come erano, perché non avevano nulla da nascondere. Dopo la disobbedienza, si copriranno e si nasconderanno alla vista di Dio perché avranno qualcosa da nascondere.
Anche noi abbiamo qualcosa da nascondere davanti a Dio e anche davanti al prossimo, abbiamo qualcosa che vorremmo nascondere, di cui ci vergogniamo, o di cui semplicemente non siamo contenti.
Questa parola ci dice che davanti a Dio non possiamo nascondere nulla, che siamo nudi; potremmo anche dire trasparenti, perché Dio vede dentro di noi, la spada che penetra dentro di noi mette a nudo ciò che Dio vede.
Ecco il giudizio, di cui parlano questi due versetti.
Ma è davvero un giudizio o non è piuttosto una grazia? È da temere o da invocare che Dio guardi dentro di noi, che non possiamo nascondergli nulla? È un giudizio, ma è anche una grazia. La grazia ci porta innanzitutto a accettare e a fare nostro il giudizio che Dio pronuncia su di noi (così spiegava Paolo Ricca commentando La libertà del cristiano di Lutero) e dunque accettare il giudizio di Dio è, in fondo, liberante.
Non possiamo nascondere nulla a Dio e dunque non abbiamo bisogno di nascondere qualcosa a Dio. Questo è liberante. Liberante perché non abbiamo più bisogno di nasconderci e di indossare la maschera del cristiano perfetto, del pastore perfetto, del membro di chiesa perfetto, dell’anziano di chiesa perfetto… Ma anche del padre o della madre perfetta, del marito o della moglie perfetta, del figlio o della figlia perfetta...
È chiaro che ci è chiesto di tendere sempre al meglio, ma poiché il meglio non sempre è alla nostra portata, possiamo essere cristiani, membri di chiesa, pastori, figli, madri e padri, amici, colleghi ecc. imperfetti, così come siamo.
Sapendo bene che quello che siamo ha molti difetti e cercando di correggere questi nostri difetti, ma senza fare finta di non averne, ovvero senza mentire a noi stessi e agli altri. In fondo ciò che spesso crea difficoltà di relazione e porta al conflitto è il pretendere di essere quello che non si è che.
Sapere che davanti a Dio siamo nudi, può invece aiutarci ad andare verso gli altri, se non proprio (metaforicamente) nudi, almeno senza troppi vestiti, ovvero senza troppe maschere, senza recitare la parte di ciò che non siamo, essendo un po’ più autentici.
Nella vita di ogni giorno, anche nella vita della chiesa, portiamo noi stessi così come siamo, ovvero donne e uomini che stanno sotto il giudizio di Dio, che a lui devono render conto, che hanno bisogno della sua grazia per andare avanti in modo autentico.
Se non siamo consapevoli di questo, la nostra vita non sarà autentica, ma sarà falsata dalle nostre illusioni di essere giusti o di essere meglio, dalle nostre maschere che indossiamo prima di tutto davanti a noi stessi, mentendo a Dio, al prossimo e anche a noi stessi.
Le nostre maschere stanno sotto il giudizio di Dio, che vede attraverso e oltre le maschere che portiamo ogni giorno; riuscire a toglierle è l’effetto liberante del giudizio, che è già grazia, effetto della “Parola di Dio vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio...”.
Che questa Parola è davvero vivente ed efficace, che davvero penetra e scruta il nostro cuore e la nostra vita, che davvero quindi può trasformare il nostro cuore e la nostra vita e renderli più autentici, questa è la fede dell’autore della lettera agli Ebrei.
Possa essere questa anche la nostra fede.




lunedì 24 luglio 2017

Predicazione di domenica 23 luglio 2017 su Romani 6,3-11 e Matteo 28,16-20 a cura di Daniel Attinger, pastore riformato e monaco di Bose

VIVERE IL NOSTRO BATTESIMO !
 
Romani 6,3-11

3 O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4 Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. 5 Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. 6 Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; 7 infatti colui che è morto è libero dal peccato. 8 Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, 9 sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10 Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio. 11 Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù.

Matteo 28,16-20

16 Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. 17 E, vedutolo, l'adorarono; alcuni però dubitarono. 18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente».
 
Cari fratelli e sorelle,
Siamo ancora riuniti per ascoltare la Parola del Signore. E quella di oggi – proposta per questa domenica dal Leziona­rio della Chiesa valdese – è veramente una parola di consola­zione e di conforto perché ci promette la continua presenza di Cristo con noi; ma è anche parola che ci interpella, perché ci invita a guardare alla nostra realtà con un occhio diverso dal solito.
Le due letture che abbiamo ascoltato ci invitano a pro­lungare la nostra riflessione sulle conseguenze, per la nostra vita, della Pentecoste e del dono dello Spirito santo. La Pen­tecoste infatti è stata iscritta in noi, nella nostra carne me­diante il battesimo. Che siamo stati battezzati da bambini o da adulti non ne cambia fondamentalmente la realtà, perché è parere più o meno comune oggi in tutte le Chiese che il bat­tesimo non è solo quell’atto, accompagnato da una parola ispirata dall’evangelo che abbiamo appena ascoltato, in cui siamo stati immersi nell’acqua, o ci è stato versato un po’ di acqua sulla testa. Il battesimo è un processo, sigillato da quell’atto, che dura tutta la vita e non coin­volge solo il bat­tezzato, ma anche la sua famiglia, il padrino e la madrina e l’insieme della comunità cristiana.
La lettera di Paolo ai romani ne esprime il contenuto es­senziale. Paolo, certo, non è mai facile e occorre talvolta ri­leggerlo più volte per comprendere ciò che vuol dire: è segno che Paolo prende sul serio i suoi lettori e vuol dare loro dei contenuti densi e ricchi di significato che li facciano riflettere.
Allora, riflettiamo un momento sul nostro battesimo. Iniziamo col rile­vare che non è frequente sentire un cristiano riflettere sul suo battesimo: per gli uni – particolarmente per quelli più anziani – il battesimo va da sé: trenta, quarant’anni fa, era ovvio che tutti fossero battezzati: “mica siamo pagani!”. Allora, si era battezzati come si era vaccinati, si andava a scuola o – per i ragazzi – si faceva il militare!
Oggi, le cose son cambiate. Da una parte, volendo forse dare maggior peso al battesimo, si tende a pensare che è il battezzato che si deve assumere la responsabilità del battesi­mo, per cui i genitori preferiscono spesso rimandare il batte­simo. D’altra parte però, siccome la dimensione della fede è sempre più limitata alla sfera privata, personale e individu­ale, e non si capisce più bene cosa sia il battesimo, la prospet­tiva della fede cristiana non è più presentata ai giovani ed essi non si trovano più in grado di poter realmente scegliere. Per loro il mondo senza fede cristiana è l’ambiente in cui vi­vono, e le sole cose che sentono sulla fede cristiana e la Chie­sa, sono le beghe ecclesiastiche o gli scandali che i giornali sono troppo felici di poter diffondere, possibilmente in scoop a effetto. Eppure, i giovani sono anch’essi in cerca di una di­mensione “altra” che dia senso alla loro esistenza. E vanno a cercarla in pensieri esoterici o orientali …
È quindi urgente, credo, che le Chiese, vale a dire le sin­gole comunità e le persone che le compongono, cioè noi, riu­sciamo ad esprimere la nostra fede, non più solo con dei con­cetti dottrinali espressi in libri che vengono sempre meno let­ti, ma in uno stile di vita che si possa vedere, anche fuori dalle mura dei luoghi di culto, delle singole chiese o delle cappel­le. E questo stile di vita deve manifestare che in noi, nel bat­tesimo, è avvenuto un passaggio dalla morte alla vita! Ecco ciò che sottolinea Paolo! Mentre tutto nel mondo ci ricorda e ci spinge a pensare che tutto vada inesorabilmente verso la morte, la disin­tegrazione e il disfacimento, il battesimo pro­clama – anzi non solo proclama, ma suscita, effettua – in noi un movi­mento inverso: l’esistenza del cristiano inizia con la morte per andare verso una vita in pienezza di cui la nostra vita terrestre è l’inizio e l’assaggio:
Siamo stati sepolti con Cristo mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come egli è stato risuscitato dai morti me­diante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita.
Se siamo stati “sepolti” con Cristo, ciò implica in un pri­mo tempo che siamo “liberi dal peccato”. Un morto infatti non pecca più! Ma è forse possibile non peccare più? No, cer­to … tuttavia possiamo cercare di non lasciarci ingannare da tutte le sollecitazioni e tentazioni che incontriamo. Dobbiamo sapere che in noi vi è una forza che ci consente di dire di no al peccato. E peccato c’è ovunque vorremmo che Dio non metta il suo occhio! D’altra parte, se siamo stati sepolti con Cristo, non siamo ancora risorti con lui; la nostra propria resurrezione resta futura, ma già percettibile in ciò che Paolo chiama una “novi­tà di vita”. Cosa però significa “camminare in novità di vita”?
In un altro testo dell’evangelo secondo Matteo, Gesù si rivolge ai suoi uditori e dice loro:
Se sapeste che cosa significa: “Voglio misericordia e non sa­crificio”, non avreste condan­nato gli innocenti”(Mt 12,7).
Abbiamo qui, credo, un vero elemento di novità di vita. La vita cristiana non consi­ste in sacrifici o in buone azioni da compiere verso gli altri, non si tratta di cercare sem­pre di essere un “modello di vita”. Dio non ci chiede di essere perfetti … Lui solo lo è! Ci chiede fondamentalmente di imparare da Lui a guardare agli altri con occhi di miseri­cordia e di tenerezza. Come abbiamo bisogno di sentirci amati, così pure gli altri – quali che siano – hanno bisogno di sentire che qualcuno li ami. Questo possiamo cercare di vivere.
Se Gesù ci chiede di fare di tutti i popoli dei discepoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e insegnando loro a osservare tutte quante le cose che ci ha comandate, come abbiamo letto nell’evangelo di oggi, ci chiede prima di tutto di far vedere a quelli in mezzo ai quali viviamo e che vivono con noi, che vale la pena vivere da cristiani. Allora, saranno loro stessi a chiedere di poter condividere con noi qualcosa della bontà della vita cristiana. Questa bontà sta nella consapevolezza che il Signore Gesù è con noi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente, non già per giudi­carci, ma per amarci, poiché, nella sua passione di amore per noi, è andato fino a dare la propria vita per noi.
A Lui, come al Padre e allo Spirito santo, Dio uno e santo, ogni lode e gloria per sempre.
Amen.


giovedì 13 luglio 2017

domenica 9 luglio 2017

Predicazione di domenica 9 luglio 2017 su Genesi 50,15-21 a cura di Marco Gisola

Genesi 50,15-21
15 I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?» 16 Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest'ordine: 17 "Dite così a Giuseppe: Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male". Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse. 18 I suoi fratelli vennero anch'essi, si inchinarono ai suoi piedi e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». 19 Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? 20 Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. 21 Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore 
 
Il libro della Genesi si conclude con la morte dei patriarchi: al cap. 49 viene raccontata la morte di Giacobbe, che chiede di essere sepolto nel paese di Canaan; e al cap 50 è narrata la morte di Giuseppe che chiude il libro della Genesi. Con il libro dell’Esodo inizierà una nuova storia, non più storia di una famiglia, ma storia di un popolo, che Mosè porterà fuori dall’Egitto, ecc.
Il brano che abbiamo letto viene immediatamente prima del racconto della morte di Giuseppe, è dunque il penultimo episodio del libro della Genesi. Prima di raccontare la pagina finale della vicenda dei Patriarchi con la morte dell’ultimo Patriarca, appunto Giuseppe, l’autore sente il bisogna di ribadire ancora una volta il senso di tutta questa vicenda.
Il racconto parte da una questione molto umana: morto il padre Giacobbe, i fratelli di Giuseppe vengono presi da un timore: hanno paura che, ora che il loro padre è morto, a Giuseppe venga voglia di vendicarsi di quello che loro gli avevano fatto quando hanno pensato prima di ucciderlo e poi lo hanno venduto a dei mercanti di schiavi che lo hanno portato in Egitto.
I fratelli pensano: magari Giuseppe è stato buono finora perché c’era nostro padre e non voleva deluderlo, ma ora che Giacobbe non c’è più…. Forse potrebbe venirgli voglia di farci pagare il male che gli abbiamo fatto.
In realtà la loro paura non è fondata, nulla nei capitoli precedenti fa pensare che Giuseppe voglia vendicarsi. Anzi: quando Giuseppe si è fatto conoscere dai fratelli il suo perdono era chiaro; Giuseppe aveva detto: “«Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita” (45,4-5)
Non solo il perdono, ma anche l’idea che era stato Dio a farlo arrivare in Egitto per poter salvare tutta la sua famiglia dalla carestia, c’era già in quell’episodio.
E questa idea – che esprime il senso di tutta la vicenda di Giuseppe e i suoi fratelli – è ribadita qui con forza. l'autore della Genesi vuole finire così: prima della fine, cioè della morte di Giuseppe, vuole riaffermare che il senso di tutto quello che è successo era la salvezza della famiglia di Giacobbe, che si sarebbe riunita di nuovo e sarebbe poi diventata un popolo.
Il senso di tutta la vicenda di Giuseppe è quindi che il piano di Dio ha la meglio su quello dei fratelli. Non trionfa il male fatto dai fratelli di Giuseppe ma trionfa il bene fatto da Dio.
E come fa Dio a fare il bene? A condurre a buon fine il suo progetto? In tutta questa lunga (dura 14 capitoli) e avventurosa storia, piena di suspense e di colpi di scena, l’azione di Dio si mescola all’azione umana. Anzi di più: gli esseri umani, soprattutto i fratelli di Giuseppe, hanno fatto il male (molto male, non solo un po’) e Dio si è addirittura servito della loro cattiveria per fare il bene.
Giuseppe dice: “Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene”. Gli esperti ci dicono che il verbo qui tradotto con “pensare”, non indica soltanto l’azione di pensare, appunto, con la mente, ma implica già anche l’azione.
E l'autore della Genesi usa lo stesso verbo per i fratelli di Giuseppe e per Dio: voi, fratelli, avete progettato, architettato, il male, Dio ha progettato, architettato il bene a partire dal vostro male.
Nemmeno questo ultimo episodio è così limpido: i fratelli prima mandano degli ambasciatori a Giuseppe, che era pur sempre il vice del faraone, e gli mandano a dire che è Giacobbe che, prima di morire, aveva detto che Giuseppe avrebbe dovuto perdonarli; sarà vero oppure no? Perché Giacobbe non l’aveva detto direttamente a Giuseppe? E perché avrebbe dovuto dirlo, quando Giuseppe aveva già perdonato i fratelli?
E poi vanno a prostrarsi davanti a lui, si inchinano ai suoi piedi, in ebraico si dice “cadono con la faccia a terra”, segno di grande umiliazione, davanti al fratello e davanti all’uomo più potente di Egitto dopo i faraone.
Insomma, i fratelli non sono così trasparenti nemmeno qui, nemmeno dopo la morte del padre. La paura li porta a mettere in atto una serie di comportamenti non proprio limpidi.
Ma non importa. Tutta la storia ci dice che è proprio una caratteristica degli esseri umani – soprattutto i fratelli di Giuseppe, che rappresentano un po’ tutti i fratelli… - quella di non essere limpidi, anzi spesso sono decisamente malvagi.
La storia di Giuseppe e i suoi fratelli ci dice che nonostante la meschinità umana e la miseria umana, Dio fa passare il suo bene.
Il bene di Dio ha due aspetti: quello collettivo, oggi diremmo globale: Dio salva dalla carestia non solo la famiglia di Giacobbe, ma tutto l’Egitto. E quello invece indirizzato alla famiglia di Giacobbe: la salvezza dalla fame prima di tutto, ma poi la riconciliazione.
Una famiglia di Giacobbe viva ma in perenne lotta non sarebbe potuta diventare il popolo di Israele.
La salvezza dalla carestia e la riconciliazione sono gli obiettivi di tutta la storia di Giuseppe e i suoi fratelli.
Un commentatore ha scritto su questo brano che in esso incontriamo da un lato un grande realismo e d’altro lato una grande speranza. Realismo, perché come già abbiamo detto di cattiverie e di odio in questa storia ce n’è in abbondanza.
Tutta la Bibbia è molto realista sulla natura umana: dalla disobbedienza di Adamo ed Eva, al fratricidio di Caino su Abele e poi tutta la storia di Giuseppe emerge chiaramente che l’essere umano non è certo buono ed innocente.
La Bibbia ci insegna che dobbiamo fare i conti con la malvagità o almeno l’egoismo umano, a partire dal nostro.
Ma c’è anche speranza, perché in questo complesso insieme di egoismo e di malvagità, Dio non rinuncia ad agire. Arriva persino a servirsi del male che i fratelli hanno progettato per portare avanti il suo piano di bene e di salvezza.
La storia di Giuseppe, come la storia di ciascuno e ciascuna di noi e la storia umana, non è in bianco e nero, ma è piena di sfumature. Presunzione, invidia che diventa odio, odio che diventa voglia di eliminare, addirittura di uccidere, riempiono questo racconto.
Leggendo tutta questa storia ci verrebbe forse da dire: ma guarda come sono questi patriarchi! Da Giacobbe e Esaù e le loro liti fin dal grembo materno, fino a Giuseppe e i suoi fratelli, sembra proprio che Dio abbia scelto la peggior umanità che c’era!
Sì, Dio ha scelto non la peggiore umanità, ma l’umanità così com’era, esseri umani così come erano per portare avanti i suoi progetti. Ha scelto e sceglie l’umanità così come è per portare avanti i suoi progetti. l’evangelo di questo brano è che nonostante la malvagità e la miseria umana non sono i cattivi progetti umani a trionfare, ma i buoni progetti di Dio.
Dunque c’è speranza; non c’è illusione, non c’è in questa storia e nella Bibbia una illusione infantile sulla bontà dell’umanità, questo no, c’è un sano realismo che tiene conto del peccato umano. Ma c’è speranza e questo è ciò che conta: dietro le quinte della nostra piccolezza, delle nostre invidie, dei nostri rancori, della nostra malvagità, Dio agisce per portare avanti i suoi progetti. Per questo c’è speranza.


Questo è il grande messaggio della storia di Giuseppe.
Ma c’è ancora un dettaglio che vorrei sottolineare: Giuseppe potrebbe sembraci l’eroe di questa vicenda e di certo è il personaggio positivo della storia, a partire dal fatto che lui è la vittima della cattiveria dei fratelli. Ma anche lui non è perfetto: quando faceva i suoi sogni in cui sognava che tutti (fratelli e genitori) si inchinavano ai suoi piedi, Giuseppe era molto orgoglioso e piuttosto presuntuoso.
E anche qui Giuseppe potrebbe apparirci il “buono” che perdona i “cattivi”. La sua bontà non è però tanto una qualità umana, ma è la fiducia di chi riconosce che Dio è all’opera. Giuseppe è così uno strumento del progetto di bene di Dio, che si oppone al progetto di male portato avanti dai fratelli.
Giuseppe non è certo perfetto, ma riconosce che Dio è all’opera. Questa è in qualche modo la sua fede.
Giuseppe perdona i fratelli, nel senso che rinuncia a vendicarsi, cosa che avrebbe potuto fare facilmente visto il potere che aveva nel paese di Egitto. Ma rinuncia a vendicarsi e perdona i fratelli, perché riconosce che questo è il progetto di Dio.
Anzi: perdona perché riconosce che Dio ha perdonato: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio?», dice ai fratelli.
Giuseppe non si mette al posto di Dio, ha capito che il progetto di Dio porta alla riconciliazione e non vi si oppone. Non si oppone perché non può opporsi, non può negare il perdono che Dio stesso ha dato. Se lo facesse, prenderebbe il posto di Dio. Se lo facesse sarebbe una misera vendetta umana, che pesca dentro ai sentimenti più negativi come il rancore e la voglia di vendetta.
Ma Dio ha deciso altrimenti. E allora: «Non temete», dice Giuseppe. «Non temere, non temete» sono parole che nella Bibbia spesso pronuncia Dio stesso;
«Non temere» è un’espressione che ritorna in momenti decisivi della storia biblica, da quando Dio rinnova la sua promessa ad Abramo (Genesi 15), alle molte parole del profeta Isaia quando annuncia il ritorno di Israele dall’esilio in Babilonia; lo dice l’angelo che annuncia la nascita di Gesù a Maria e lo dice Gesù stesso risorto quando incontra le donne al sepolcro.
«Non temere» è parola divina per eccellenza, parola che annuncia grazia e consolazione.
Giuseppe stesso si fa annunciatore di parole di consolazione: “Così li confortò e parlò al loro cuore”.


Questa antica storia ci insegna dunque a essere molto realisti e a tener conto della malvagità umana, ma ancor più ci insegna a nutrire grande speranza nei progetti di Dio, che agisce dietro e dentro le azioni umane, addirittura a volte trasforma il male in bene per portare avanti i suoi progetti di salvezza e riconciliazione.
Che il Signore ci aiuti riconoscere la sua azione nella storia e voglia servirsi anche di noi per portare avanti i suoi progetti.