martedì 16 gennaio 2018

Predicazione di domenica 14 gennaio 2018 su Giovanni 1,35-42 a cura di Daniel Attinger, pastore riformato e monaco di Bose

ERA CIRCA LA DECIMA ORA

Letture: 1 Samuele 3,1-10; Giovanni 1,35-42
Cari fratelli e sorelle,
La domenica dopo la festa dell’Epifania, si rilegge tradi­zionalmente nelle Chiese d’Occidente l’episodio del battesi­mo di Gesù da parte di Giovanni Battista. Su ciò che av­venne dopo, gli evangeli non concordano: secondo gli evangeli si­nottici, Gesù fu con­dotto nel deserto e fu tentato dal diavolo. Ma quest’episodio è normalmente riletto all’i­nizio del­la qua­resima, nel tempo che ci prepara alla Pasqua, perciò si legge solitamente, la domeni­ca dopo il battesimo di Gesù, il testo dell’evangelo secondo Giovanni che narra la chiama­ta dei primi discepoli di Gesù. Questa vocazione riceve, come ve­dremo, delle riso­nanze dalla chiamata di Samuele che abbia­mo letto come prima lettura.
Prima però di vedere queste risonanze, vorrei sottoline­are una curiosa annotazione dell’evangelo. Dopo aver narra­to l’incontro di Gesù con i due discepoli di Giovanni Batti­sta che l’hanno seguito per vedere dove abitava, l’evangelista conclude: “Era circa la deci­ma ora”, vale a dire circa le quat­tro del pomeriggio. A cosa serve questa indicazione tem­po­rale? Forse m’incuriosisce questa frase perché sono figlio di orologiaio, ma non è l’unica ragione!
Vi sono nella nostra vita dei momenti – magari insignifi­canti per gli altri – ma per noi decisivi; talmente decisivi che si sono impressi nella nostra mente in modo indelebile. Li ricordiamo dicendo ad esempio: “Me ne ricordo, come se fosse ieri”, oppure, per sottoli­nearne l’importanza, si dice: “Mi ricordo perfettamente: eravamo in quel bosco, o in quel luogo specifico”, o ancora: “Ricordo, il cielo era nitidissimo”. Sono mezzi con i quali cer­chiamo di dire quanto un evento è stato per noi assolutamente unico.
La menzione di questa “decima ora” è di questo tipo. È un segnale dato al lettore dell’evangelo per chiedergli di non passare troppo rapidamente sull’episodio che ha appena let­to, e per dirgli: “Attenzione! C’è del senso da trovare in ciò che ho scritto!” Ma allora, quale senso?
Ricordiamo: Giovanni Battista ha designato Gesù, che era un suo discepolo, come “l’agnello di Dio”. Questo titolo evoca la Pasqua, cioè la liberazione dalla schiavitù d’Egit­to: gli ebrei avevano dovuto spargere il sangue di un agnello sugli stipiti delle loro porte per essere risparmiati dall’ultima piaga. L’agnello era il simbolo, l’immagine della libera­zione. Ecco ciò che Giovanni discerne in Gesù: è colui che viene a portare la liberazione e la salvezza.
Andrea e il suo compagno si mettono quindi a seguire Gesù che, voltatosi, chiede loro: “Che cercate?”. Sorpresi, i due non sanno troppo cosa dire: “Rabbi, dove dimori?” Per il lettore dell’evangelo, questa domanda ha poco significato, sia perché il luogo dove dimorava Gesù non ha per lui gran­de importanza, sia, soprattutto, perché in realtà egli sa, non dove Gesù dimorava, ma dove dimora: il prologo dell’evange­lo lo ha detto: “Nessuno ha mai visto Dio. L’Unigenito che è nel seno del Padre lo ha rivelato”. Ecco la dimora di Gesù: non già una qualche casa della Palestina, ma il seno del Padre: è là che Gesù abita ed è proprio là che ha condotto i due disce­poli quando ha detto loro: “Venite e vedete!”
Ma cosa significa vedere che Gesù dimora nel seno del Padre? Anzitutto ciò dice la vicinanza di Gesù rispetto a Dio; è ciò che esprimiamo con il titolo di Figlio: colui che na­sce dal seno del Padre è suo Figlio, non come lo può essere una creatura di Dio qualunque, ma in un modo specifico, per cui pur essendo pienamente uomo, come noi, egli è anche intera­mente Dio. Gesù è il paradosso per eccellenza della fede cri­stiana; non un Dio trave­stito da uomo o che fa finta di essere uomo, ma un Dio che viene a condividere in tutto la nostra realtà umana fino alla morte – e quale morte! Scandalo e fol­lia per chiunque non crede.
Ma dire di Gesù che dimora nel seno del Padre significa anche che egli esce da lui. Ora cosa esce da Dio, se non la sua Parola? Proprio come dice il Prologo dell’evangelo: il Cristo è la Parola di Dio, Parola rivolta al Padre (vale a dire in dialo­go con lui), ma parola che s’indirizza a noi, esseri umani: non in una tempesta, né con suono di tromba o di tam­buro, ma che parla al nostro cuore, con voce non lontana da noi, non al di là dei mari o dei monti, ma vicinissima: nel cuore, proprio come la voce che chiamò: “Samuele, Samuele”.
Samuele non conosceva il Signore e perciò confonde la voce che lo chiama con quella del vecchio sacerdote col quale viveva nel tempio di Silo. Niente infatti distingueva la voce divina da una voce umana; già in quella voce Dio si era fatto uomo. Ecco perché “la parola di Dio era rara”: non già per scarsità, ma per il suo valore preziosissimo; la Parola di Dio è più preziosa di una gemma, appunto perché è parola di Dio indirizzata a noi, uomini.
Ma se vi è una parola di Dio per noi, occorre ascoltarla: “Parla Signore, il tuo servo ascolta!” Ecco una parola diffi­cile, perché vorremmo sempre dire esattamente il contrario: “Ascolta Signore, perché il tuo servo parla”. Come possiamo ascoltare la parola di Dio, di colui cioè che nessuno ha mai visto ma del quale ci parla Gesù? Forse a due condizioni noi possiamo ascoltare questa parola di Dio.
La prima, assolutamente necessaria, è che occorre fare silenzio. Ora questa è una del­le cose più difficili oggi: siamo costantemente assediati da mille rumori: le macchine, i com­puter, gli apparecchi, tutto nella nostra vita è accompagnato da rumori. Non si sop­porta più il silenzio, perché il silenzio fa paura, perché ci fa credere di essere soli, mentre in realtà è proprio in quel silenzio che non siamo soli. Soli si è in mezzo ai rumori o alle folle: più gridano più dicono la nostra solitu­dine! Nel silenzio invece, stiamo davanti al Dio tre volte mi­sericordioso che ci ribadisce ciò che sempre vuol farci capire: “Io ti amo, ti amo più di me stesso”.
Fratelli e sorelle, questa proprio è la vocazione; non tan­to uno scopo da raggiungere o una missione da compiere, ma prima di tutto essere raggiunti da questa voce che ci dice l’amore infinito di Dio per noi e lasciarsi persuadère che dav­vero questa è la nostra situazione davanti a Dio.
La seconda condizione è data dal fatto che Andrea non è solo: sta con un compagno anonimo, compagno quindi che possiamo essere noi. Se la Parola di Dio si ascolta nel si­len­zio, la si ascolta anche insieme a quelli che sono stati chiama­ti come noi: insieme nella ricerca di Dio, nella vita fraterna e nella comune lettura della Scrittura, luogo per eccellen­za do­ve la Parola di Dio ci vuol raggiungere. Il silenzio non impe­disce, anzi favorisce la comunione: comunione nell’ascolto e nella gioia di scoprirci figli e figlie di Dio in Gesù, colui che è, come lo dirà più avanti nell’evangelo di Giovanni, la via – il nostro cammino – e la nostra vita. A Lui la lode e la gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

domenica 7 gennaio 2018

Predicazione di domenica 7 gennaio 2018 (Epifania) su Efesini 2,2-12 a cura di Marco Gisola

Efesini 3,2-12
2 Senza dubbio avete udito parlare della dispensazione della grazia di Dio affidatami per voi; 3 come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; 4 leggendole, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. 5 Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; 6 vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo, 7 di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza. 8 A me, dico, che sono il minimo fra tutti i santi, è stata data questa grazia di annunciare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo 9 e di manifestare a tutti quale sia il piano seguito da Dio riguardo al mistero che è stato fin dalle più remote età nascosto in Dio, il Creatore di tutte le cose; 10 affinché i principati e le potenze nei luoghi celesti conoscano oggi, per mezzo della chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio, 11 secondo il disegno eterno che egli ha attuato mediante il nostro Signore, Cristo Gesù; 12 nel quale abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui.


In questo brano non così semplice della lettera agli Efesini, che non si sa se sia dell’apostolo Paolo oppure di un suo allievo e discepolo, l’autore parla del tema che in genere è al centro del culto dell’Epifania, ovvero il fatto che la venuta di Gesù, che abbiamo celebrato a Natale, è un evento che riguarda tutti gli esseri umani. Questo è il senso della visita che fanno a Gesù i Magi, uomini che non erano ebrei, ma pagani e sono venuti da terre lontane per adorare Gesù.
Qui l’apostolo parla di un mistero che è stato rivelato: il mistero è appunto l’intenzione universale, universalistica di Dio, che ora in Cristo è diventata chiara. Potremmo qui obiettare che al pensiero ebraico questa intenzione non era sconosciuta, nel senso che i profeti parlano più volte del fatto che tutte le nazioni un giorno avrebbero riconosciuto il Dio di Israele e che Dio aveva detto che in Abramo stesso sarebbero state benedette tutte le nazioni e non solo il popolo che sarebbe nato da lui. Ma è vero che per i pagani questa è stata una enorme novità: per Dio non ci sono più distinzioni, come scrive Paolo in Romani 3(22b-24): “non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù”.
L’apostolo usa la parola mistero, ma non facciamoci spaventare da questa parola: Paolo parla di mistero solo per dire che ora non è più un mistero, perché è stato rivelato in Cristo. Rivelato vuol dire che è stato fatto conoscere da Dio attraverso la venuta di Gesù Cristo. Non c’è nulla di misterioso, c’è solo qualcosa di rivelato, non ci sono misteri da scoprire, ma solo un mistero già scoperto, appunto ri-velato, svelato. Il mistero rivelato è quello descritto al v. 6 del nostro brano: “vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo”.
Nella nostra traduzione in questo versetto ritorna tre volte l’espressione “con noi”, intendendo “con noi ebrei”. In greco il testo è più sintetico e usa le parole “coeredi” (eredi con noi), “con-corpo” (che in italiano non esiste, ovviamente, per questo è stato tradotto “membra con noi di un medesimo corpo”), e “compartecipi” della promessa.
Vorrei fermarmi un attimo su queste tre parole:
1. Co-eredi: eredità è il termine che ritorna più volte nell’AT per indicare le benedizioni di Dio per il suo popolo. Immaginiamo un pagano che un bel giorno riceve la comunicazione che ha ricevuto un’eredità. Ma come un’eredità? Il pagano non sa da chi potrebbe ricevere un’eredità. La persona che gli ha lasciato l’eredità non è un parente, nemmeno lontano! Fuori di metafora, i pagani non si attendevano nulla dal Dio di Israele, perché era il Dio di Israele! Loro avevano altri dèi; quella eredità non era loro diritto, per i pagani è stato un puro dono.
E come la mettiamo allora con gli ebrei? Mentre qualcuno diceva ai pagani che avevano ricevuto un’eredità inattesa, doveva anche dire agli ebrei che la loro eredità non era più soltanto loro, ma era anche di qualcun altro. La grossa differenza con le eredità “normali”, ovvero materiali, è che questa eredità, se gli eredi sono due anziché uno, non si divide, ma rimane uguale per tutti, anzi quasi si potrebbe dire che si moltiplica. Se gli eredi sono mille o un milione, l’eredità non viene divisa, perché è la stessa per tutti. Non è che dividi l’eredità con qualcun altro, ma con-dividi l’eredità con qualcun altro, che è co-erede con te, potremmo dire che godi dell’eredità con qualcun altro. E questo è un “di più”, non un “di meno”. Ebrei e pagani, dunque, eredi tutti insieme.

2. la seconda parola, in greco, è con-corpo, che in italiano non esiste ma che rende bene l’idea. Nella nostra Bibbia questa parola è tradotta “membra con noi di un medesimo corpo” e nel nuovo NT della Riforma “parte dello stesso corpo”. “Con-corpo” vuol dire che siamo corpo insieme, che ebrei e pagani sono insieme quello che Paolo in altre lettere chiama “corpo di Cristo”. Dal punto di vista ebraico, l’umanità si divideva in ebrei e pagani; ora le due parti sono unite. Se manca una delle due parti – ebrei e pagani – al corpo manca un pezzo. Solo insieme il corpo è completo. “Con-corpo” è un’espressione molto forte; significa che queste due grandezze – ebrei e pagani – in Cristo non solo sono unite, ma sono inseparabili.
Sappiamo dal Nuovo Testamento che ovviamente non tutti gli ebrei credettero in Cristo e tanto meno tutti i pagani, ma qui non si tratta di avere per forza tutti gli esseri umani inclusi nel corpo di Cristo, ma di non aver nessuno escluso a priori. “Con-corpo” significa che nessuno è escluso, che si è corpo insieme e che nessuno è escluso dall'essere parte di questo corpo.

3. la terza parola è “compartecipi” della promessa. Tutto si fonda sulla promessa che Dio ha fatto in Cristo e prima ancora aveva fatto al suo popolo. Questa promessa ora non è più limitata al popolo ebraico, ma è per tutti. Gesù porta a compimento questa promessa, che ora è per tutti. È la promessa che ti rende partecipe dell’eredità, è la promessa che ti inserisce nel corpo di Cristo. Ma non soltanto tu ebreo, ma anche l’altro, il pagano. E non soltanto tu, pagano, ma anche l’altro antico erede, l’ebreo.

In tutte e tre queste espressioni, in tutte e tre queste parole, la grande novità è che ora c’è l’altro. Per l’ebreo l'altro è il pagano, per il pagano l'altro è l’ebreo. Il risultato è lo stesso per entrambi: ora c’è l’altro. L’altro che non conoscevi, l’altro su cui avevi pregiudizi, l’altro che ti sembrava e forse ti sembra ancora diverso e distante. Ora è qui “con te”, coerede, con-corpo, compartecipe.
Questa è la novità del cristianesimo: l’altro non è più altro, ma è con te, a volte accanto a te, a volte di fronte a te, ma non è più senza di te e tu non sei più senza di lui. Questa è la meraviglia e la difficoltà della vita cristiana: che l’altro non è più a priori fuori dalla mia vita, ma è “con me”, “con noi”. E io non sono più fuori dalla vita dell’altro, ma sono con lui, e lui è con me.

Tutto questo, secondo l'apostolo, avviene “mediante il vangelo, di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza”. Attraverso l’evangelo avviene tutto questo, attraverso l’evangelo predicato, ascoltato, praticato avviene proprio questo miracolo: che l’altro non è più altro, non è più lontano, non è più diviso da te.
L'evangelo è questo cammino che avvicina, che unisce. Come i Magi, che hanno fatto un lungo cammino per arrivare da Gesù, hanno percorso migliaia di chilometri per non essere lontani e divisi da Gesù quando è nato, ma per essergli vicini e uniti.
È un lungo cammino, quello che unisce e avvicina. Un cammino che ci è dato di percorrere e ci è chiesto di percorrere, che a volte è faticoso, perché non è detto che l’altro abbia così tanta voglia di essere vicino e unito a noi, o che voglia essere vicino e unito nel modo in cui noi lo intendiamo. È un cammino lungo e faticoso, ma è il cammino che è tracciato dall’evangelo.
Di questo evangelo, scrive l’autore di questa lettera, “io sono diventato servitore”. Egli “serve” questo evangelo, vive al servizio di questa buona notizia, che nessuno è escluso, che il muro di cui ha parlato nel cap. 2 (14) è crollato, non può più dividere. L’apostolo si chiama “il minimo fra tutti i santi” e noi siamo ancora più minimi di lui. Ma anche a noi è dato non solo il dono di vivere questo evangelo, di vivere la realtà che questa buona notizia ci dà, ma ci è dato anche il compito di annunciarlo, di esserne servitori.
Per questo esiste la chiesa: in primo luogo per essere il corpo (o il “con-corpo”) che Dio ha creato nella fede in Cristo e di cui i credenti sono membra, e in secondo luogo per essere la servitrice di questo evangelo, di questa promessa, di questa Parola.
L’apostolo conclude: “Abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui”, cioè in Cristo. Tutti e tutte, nessuno escluso, abbiamo questa libertà, che non va intesa come un diritto, ma come un dono, il dono di essere anche noi coeredi, anche noi con-corpo, anche noi compartecipi della promessa di Dio, rivelataci nell’evangelo.
In Cristo, anche noi, con tutti gli altri e non senza l’altro, abbiamo la libertà e il dono di poterci accostare a Dio con piena fiducia. È questo che oggi celebriamo nella festa dell’Epifania ed è per questo dono che ringraziamo il Signore.

sabato 30 dicembre 2017

Predicazione di Natale 2017 su Isaia 7,10-14 a cura di Marco Gisola

NATALE 2017 

Isaia 7,10-14
(letture: Luca 2,1-21; 2 Corinzi 12,1-10)

Il SIGNORE parlò di nuovo ad Acaz, e gli disse: «Chiedi un segno al SIGNORE, al tuo Dio! Chiedilo giù nei luoghi sottoterra o nei luoghi eccelsi!» Acaz rispose: «Non chiederò nulla; non tenterò il SIGNORE». Isaia disse:
«Ora ascoltate, o casa di Davide! È forse poca cosa per voi lo stancare gli uomini, che volete stancare anche il mio Dio?
Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele. 
 
Un brano non così noto ci è proposto quest’anno come testo della vigilia di Natale. Non così noto, ma molto importante per l’interpretazione della nascita di Gesù, perché è in questo testo di Isaia che il profeta dice che la “giovane” partorirà un figlio cui sarà dato nome Emmanuele. La traduzione greca dell’Antico Testamento tradurrà quel “giovane”, che indicava una giovane ragazza, con “vergine”, in modo che questo brano di Isaia diventò una conferma della nascita di Gesù da Maria vergine per opera dello Spirito Santo.
Il testo inizia con un breve dialogo tra Dio e il re Acaz. Il re Acaz non si fida di Dio, ha paura dei nemici che minacciano di attaccare Israele e si preoccupa. Dio vorrebbe che non si preoccupasse, perché c’è lui a proteggere Israele, ma come ben sappiamo è molto umano ed è più facile contare sulle proprie forze che confidare in Dio. E così Dio invita Acaz a chiedere un segno, per poter recuperare la fiducia in Dio. Ma Acaz rifiuta di chiedere un segno, non vuole tentare il Signore, dice. Questo rifiuto però non piace a Dio, che manda il profeta a dire a tutto il popolo che lui un segno lo darà alla casa di Davide e questo segno sarà che una giovane partorirà un bambino. Gli studiosi dicono che probabilmente si riferiva al re che avrebbe sostituito il re Acaz e che sarebbe stato, questa volta, un re giusto e fedele.
Ma questo brano è stato interpretato dai cristiani in senso messianico e riferito a Gesù. Fin qui il testo in sé, che per i cristiani è diventato una profezia riferita alla nascita di Gesù. La nascita è definita un “segno”. Dio aveva proposto al re di scegliere lui un segno, quello che voleva: “Chiedilo giù nei luoghi sottoterra o nei luoghi eccelsi!”.
Che cosa chiederemmo noi? Un segno cosmico che coinvolga il cielo e la terra? Un segno portentoso come la guarigione di questo o di quell’ammalato, o meglio ancora di tutti gli ammalati? La fine della fame e della guerra? Insomma, potremmo sbizzarrirci e dare sfogo a tutti nostri desideri, ovviamente ai più belli e ai più giusti: pace, giustizia, libertà…. Ma non siamo noi a scegliere il segno, è Dio che lo sceglie per noi. E che cosa sceglie? Un bambino… la nascita di un bambino. Non dobbiamo fermarci all’aspetto romantico del bambino, che fa tanta tenerezza; ogni bambino che nasce fa molta tenerezza…
Ma il profeta non si ferma al neonato, nel bambino lui vede l’uomo che diventerà; anche perché a quei tempi un bambino non faceva probabilmente tanta tenerezza come fa a noi ora. Un bambino era un uomo in formazione, da uomo sarebbe stato prezioso e utile, per lavorare, per fare la guerra, per fare una famiglia…. Da bambino era semplicemente un uomo in divenire, un futuro uomo, era ancora troppo debole troppo fragile, troppo bisognoso per essere prezioso.
Ma proprio per questo è significativo che Dio scelga un bambino come segno, dunque un segno fragile, che non da subito i suoi frutti. La stessa parola "segno" è usata per indicare Gesù ai pastori (Luca 2,12): "questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia". Gesù che nasce a Betlemme è per noi questo segno. Gesù che nasce a Betlemme è per noi questo segno. 
 
1. È un segno fragile. Ce lo dice tutta la storia del Natale; Luca ci racconta la storia del censimento, del viaggio di Giuseppe e Maria, del fatto che non c’è posto per loro nell’albergo, della mangiatoia che si trova in una stalla o in una grotta adibita a stalla… e poi i pastori, uomini impuri a causa del loro mestiere che sono i primi a visitare Gesù e ad adorarlo.
Matteo ci racconta la storia della strage degli innocenti, cioè dei bambini che il re Erode fa uccidere perché è geloso e vuole eliminare colui che pensa possa essere il suo rivale. E poi la storia dei Magi, uomini saggi, astronomi che vengono da lontano ad adorare Gesù… Insomma una storia di persone marginali, che stanno alla periferia della società e della storia. Un segno fragile, che in sé sembra non aver nulla da dire, un bambino che non si distingue da tutti gli altri bambini che nascevano, che nascono e che nasceranno in questo mondo.
Gesù sarà un segno fragile dall’inizio alla fine, e soprattutto alla fine, nella passione e nella croce, verrà fuori tutta la sua fragilità. È un segno volutamente fragile, perché Dio ha voluto con l’incarnazione rivelarsi attraverso la fragilità umana. Ma rivelarsi attraverso la fragilità umana non vuol dire per Dio essere meno Dio. Dio, in Gesù di Nazaret, nel neonato nella mangiatoia, è altrettanto Dio di quando separava le acque del Mar Rosso per portare Israele fuori dall’Egitto, altrettanto Dio di quando faceva trovare la manna nel deserto e faceva scaturire acqua dalla roccia per dissetare il suo popolo.
La fragilità di Gesù è la forza di Dio, è la forza del regno che Gesù porta in prima persona. Perché forza, se Dio qui sembra così debole? Perché a Pasqua Gesù vincerà su quelli che lo hanno crocifisso e vincerà di una vittoria del tutto particolare, vincerà dopo aver perdonato chi lo aveva ucciso. È la forza di chi vuole vincere senza sconfiggere, senza annientare, è la forza dell’amore e del perdono. Lo aveva capito bene l'apostolo Paolo, che ci ha lasciato nelle sue lettere alcune affermazioni che sono delle perle teologiche: nel brano che abbiamo letto afferma “quando sono debole, allora sono forte”.
Sì, perché ciò che Dio ha fatto in Gesù è di esempio anche per noi, o meglio è la nostra realtà: siamo deboli, ma la Parola di Dio ci dice che in questa nostra debolezza sta la nostra forza. Non la forza dei muscoli, ma della fede, non la forza delle armi, che fanno male, ma del perdono, che fa bene a chi lo offre e a chi lo riceve. Questa è la forza della debolezza, questa è la forza di Dio che si incarna nella fragilità umana del neonato di Betlemme e vuole agire attraverso ciascuno e ciascuna di noi, uomini e donne fragili, eppure amati e amate da Dio, che ci ha riscattati in Cristo. 
 
2. Una seconda caratteristica di questo segno è che esso indica il futuro. La giovane concepirà, partorirà, non è ancora successo nulla, tutto deve ancora avvenire. E anche quando il bambino sarà nato, un neonato è un futuro adulto, non può ancor fare nulla. Tutto è ancora di là da venire. Anche per Gesù bisognerà aspettare trenta anni prima che possa iniziare il suo ministero pubblico. Deve prima diventare adulto, il neonato Gesù è ancora soltanto un segno. E anche da adulto, Gesù annuncerà il suo regno che è un regno futuro; che è già presente ogni volta che un essere umano è guarito, perdonato e liberato da Gesù, ma è un regno che attende il suo compimento finale e totale nel futuro. È stato così in tutto il ministero di Gesù ed è così anche dopo Pasqua: Gesù è risorto, ma attendiamo il compimento del suo regno futuro. La fede cristiana è una fede protesa verso il futuro: attende il futuro, prega per il futuro, spera nel futuro e lavora per il futuro.
Se ci pensiamo bene anche i gesti liturgici che celebriamo insieme, che nella storia sono stati chiamati sacramenti ma che chiamiamo appunto anche “segni”, sono segni che condividono queste due caratteristiche: sono segni fragili e guardano al futuro. Sono radicati nel passato, nella storia di Gesù, ma sono come un dito che indica dritto verso il futuro di Dio. Il battesimo è il segno che “significa” la morte e resurrezione di Cristo e che ci dice che Cristo è morto e risorto per tutti e quindi anche proprio per quella persona – bambino o adulto che sia – che viene battezzata. È il segno della nostra redenzione che è già avvenuta in speranza, ma non è ancora evidente; è il segno della nostra vita nuova che siamo chiamati ogni giorno a vivere, ma non è mai ancora realizzata. La Cena è memoria dell’ultima cena, che a sua volta prefigura la morte di Gesù, ma è anche segno del regno che viene, quel regno in cui – come leggiamo nelle parole dell’ultima cena – Gesù berrà il frutto della vigna “nuovo” insieme a noi. Tutto ciò che facciamo e diciamo avviene perché Cristo è venuto e ha promesso di tornare e dunque viviamo, crediamo e speriamo in vista del suo ritorno, in vista del futuro. 
 
Gesù che nasce a Betlemme è segno della promessa di Dio. Il segno non è una prova, ma appunto un segno, un qualcosa che significa qualcos’altro; proprio come il neonato di Betlemme coricato nella mangiatoia non dimostra nulla della sua messianicità e della sua regalità, eppure è messia e re. Il Gesù neonato è un segno al contrario, che mostra debolezza e fragilità, mentre noi vorremmo da Dio forza e potenza; che indica il futuro mente noi vorremmo Dio in azione qui e subito. Il segno del Natale non dimostra nulla, eppure chiede la nostra fiducia.
Solo un segno, eppure un segno; segno della promessa di Dio, segno che contiene in sé tutto ciò che sarà.
L'Emmanuele, “Dio con noi”, è “con noi” in questo modo: come una presenza fragile che ci spinge a guardare al futuro, un segno di pace in un mondo di conflitti; un segno di gioia in un mondo in cui troppi esseri umani sono tristi; un segno di speranza in un mondo in cui troppe persone disperano di se stesse e della loro vita.
Solo un segno, eppure un segno. Gesù nasce, Gesù viene; nel neonato coricato nella mangiatoia abbiamo un segno, un segno delle grandi cose che Dio ha promesso di fare per noi e che ha fatto nella vita, morte e resurrezione di suo figlio. Il Signore è fedele e mantiene le sue promesse. Questo segno ci è dato, la promessa di Dio ci è data. Ciò che è iniziato quella notte a Betlemme non lo ha fermato nemmeno la croce e non può essere fermato.
In questo segno e in questa promessa si fondano tutta la nostra fede, tutta la nostra speranza e tutta la nostra gioia.

venerdì 1 dicembre 2017

Predicazione di domenica 26 Novembre 2017 su Apocalisse 21,1-8 a cura di Daniel Attinger

LA GERUSALEMME CELESTE !
Biella (ultima dom. dell’anno liturgico), 26 novembre 2017

Testi delle letture: Apocalisse 21,1-8 ; Luca 19,41-44

Ap 21 1 Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. 2 E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scen­dere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii una gran voce dal trono, che diceva: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. 4 Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate”.
5 E colui che siede sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Poi mi disse: “Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere”, e aggiunse: 6 “Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuita­mente della fonte dell’acqua della vita. 7 Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. 8 Ma per i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda”.

Mc 13 41 Quando fu vicino, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: 42 «Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi. 43 Poiché verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44 abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata».

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Cari fratelli e sorelle,

Con questa domenica giungiamo al termine dell’anno liturgico; domenica prossima, infatti, inizierà il tempo di Av­vento, tempo che ci convoca per un nuovo inizio e ci ricorda che ogni giorno occorre ricominciare – forse non proprio da capo –, e che, soprattutto a una certa età, si deve sempre rimettere in moto la nostra macchina: il nostro corpo e la no­stra mente per essere pronti per la venuta del Signore.
L’ultima domenica dell’anno liturgico insiste forse meno sul da fare; mette invece in evidenza ciò che aspettiamo. Detto in modo sintetico: se il tempo dell’Avvento è tempo di vigilanza, questa domenica conclusiva del periodo liturgico è giorno di speranza. La litur­gia delle Chiese valdesi propone come lettura di meditazione per questa domenica il bel testo che abbiamo letto nell’Apocalisse di Giovanni, testo che annuncia che non aspettia­mo solo la venuta del Signore nella sua gloria, ma anche la manifestazione della città san­ta, la Gerusalemme nuova.

Come voi, non ho visitato, né visto la Gerusalemme celeste; ho invece vissuto a lungo nella Gerusalemme terrestre, dalla quale la città che aspettiamo prende il nome. Ciò signi­fica che esiste un certo legame tra queste due città. Nel lungo tempo vissuto a Gerusalem­me, una cosa mi ha sempre intrigato: perché la città che aspettiamo porta questo nome? Perché non si chiama la Roma eterna, la New York celeste o la Ginevra di lassù?
Una prima risposta, banale, potrebbe essere che queste ultime città, a parte Roma, non esistevano al tempo della prima comunità cristiana, e Roma era la potenza di occupa­zione, perciò nell’Apocalisse è paragonata alla grande Babilonia, la città perfida per eccel­lenza. Ma se la Scrittura non poteva prendere queste città come punto di riferimento, c’era la splendida città di Alessandria, o anche la prestigiosa Antiochia: due capitali orientali dell’Impero romano del tempo. Perché proprio Gerusalemme?
Evidentemente, la risposta sorge immediata dall’Antico Testamento: Gerusalemme è la città per eccellenza del popolo ebraico, perché là Dio aveva deciso di porre il suo nome e là sorgeva il tempio. Era quindi normale che un credente nutrito di Scrittura pensasse a un avvenire centrato su una nuova Gerusalemme. Ma un cristiano potrebbe dire che Gesù ha messo fine a questa visione quando ha spiegato alla donna samaritana che era giunta l’ora in cui non si sarebbe più adorato Dio sul monte Garizim o a Gerusalemme, perché Dio voleva essere adorato in Spirito e Verità (cf. Gv 4,21).
Tutto ciò è vero, ma è dimenticare che Dio non è una macchina o un robot: è un Dio che in un certo modo ci assomiglia, poiché ha fatto di noi la sua immagine. E la Scrittura non cessa di parlare del “cuore di Dio”. Ciò significa che Dio conosce, come noi, le emozio­ni. Anche in Dio c’è una passione: una passione di amore per noi!
Ebbene, Dio prova un amore particolare per Gerusalemme, quella di quaggiù. Lo dice un bel testo del profeta Isaia che riferisce questa parola di Dio per Gerusalemme:

Una donna dimentica forse il suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se costoro si dimenticassero, io non ti dimenticherò.
Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato,
le tue mura sono sempre davanti a me (Is 49,15-16).

Dio è talmente innamorato della Gerusalemme terrestre che ne ha inciso la piantina sulle palme delle sue mani per poter, con questo modello, edificare la Gerusalemme cele­ste. Il che ci può rassicurare su quella città futura, perché se fosse come la descrive l’Apo­calisse allora potremmo essere presi da incubi. Secondo Ap 21, infatti, la Gerusalemme celeste è un gigantesco cubo di 3000 km di lunghezza, di altezza e di larghezza. Per di più è cinta di mura di ben 60 m di altezza e le sue piazze sono lastricate di oro. Chi vorrebbe vivere in una tale città? Questi dati sono evidentemente simbolici … ma preferisco imma­ginare la città del futuro come la città vecchia di Gerusalemme, con le sue viuzze, i suoi rumori, i suoi bambini e i suoi odori di mille spezie mescolate.

Forse direte: cosa c’entra tutto ciò con l’Evangelo? C’entra, eccome! Evidentemente non per dirci come sarà la Gerusalemme nella quale Dio ci farà vivere, ma perché queste riflessioni sulla Gerusalemme di lassù ci dicono qualcosa del nostro Dio. Egli non è il giu­dice tremendo degli ultimi tempi, con il quale si è cercato di spaventare i cristiani per secoli, per metterli in riga e farli camminare dritto.
Vorrei rilevare un tratto del testo che abbiamo letto: vi si dice che “Dio abiterà con gli uomini e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”; vi è qui un aspetto di Dio simile a ciò che dice Isaia quando lo paragona a una madre che non dimentica i propri figli. È un tratto di Dio che ritroviamo in Gesù quando giunge in vista di Gerusalemme.
Ogni ebreo prova un attaccamento viscerale per Gerusalemme, attaccamento inscrit­to sulla sua pelle, perché è la città scelta da Dio dove abita in mezzo al suo popolo. Questo attaccamento è talmente forte, che si va fino a venerare le pietre e la polvere di Gerusalem­me, lo dice il salmista: “I tuoi servi hanno care le sue pietre, per la sua polvere provano amore” (Sal 102,15). Questo non vale solo per l’ebreo praticante, vale anche per l’agno­stico; e vale pure per Gesù! 
 
Ora ecco: Gesù giunge a Gerusalemme – è la prima volta che ci arriva da adulto – ma non esulta come fanno i pellegrini che arrivano a Gerusalemme. No, piange sulla città dicendo:
Se avessi compreso, in questo giorno, ciò che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata (Lc 19,42-44).
È un atteggiamento sconvolgente: Gesù non piange di gioia, le lacrime non gli vengo­no dall’emozione di vedere Gerusalemme. No, è un lamento, un canto funebre; è il pianto dello sposo tradito dalla moglie amata; è il lamento sull’incomprensione di Gerusalemme circa la via della pace, per cui il suo futuro non può essere che futuro di guerra, di assedio, di morte. In questa descrizione Luca si è ispirato alla conquista e alla distruzione di Geru­salemme da parte di Tito, nel 70 d.C. In questo pianto di Gesù sta la nostra speranza: è il segno dell’infinita compassione di Dio per noi, nonostante ciò che siamo e facciamo: come un madre, egli non si può dimenticare di noi, anche quando lo rinneghiamo.
La Gerusalemme di lassù non è altro che la parabola dell’amore sconfinato di Dio per noi … A Lui la gloria per tutti i secoli. Amen.
Daniel Attinger

mercoledì 8 novembre 2017

Predicazione di domenica 5 Novembre 2017 (Domenica della Riforma) su Matteo 10,26-33 a cura di Marco Gisola

Matteo 10,26b-33
perché non c'è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere cono­sciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all'orecchio, predica­telo sui tetti. E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima; temete piuttosto colui che può far perire l'anima e il corpo nella geenna. Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.


1) Questo brano del vangelo di Matteo è inserito in un più ampio discorso di Gesù che inizia con l’invio dei discepoli in missione e poi li mette in guardia rispetto a ciò che può loro accadere.
Gesù invia i discepoli e dice loro: “Andando, predicate e dite: "Il regno dei cieli è vicino” e poi ancora “io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. Il contesto è quello delle per­secuzioni e delle difficoltà che i discepoli, diventati apostoli, cioè inviati, incontreran­no.
Il tema delle persecuzioni dei cristiani è diventato di nuovo molto attuale i questi ultimi anni, perché in diversi paesi i cristiani sono perseguitati e a volte sentiamo di attentati che vengono fatti nelle chiese, solo per il fatto che lì si radunano dei cristiani. Leggendo questi brani biblici non possiamo non pensare e non rivolgere il nostro pensiero e la no­stra preghiera a quei cristiani.
Ma non è certo la realtà che viviamo noi qui in Europa. Potremmo quindi dire che l'invito a non avere paura non ci riguarda. In realtà, questo brano e in fondo tutta la Bibbia ci dice che essere cristiani non è mai facile, anche quando, fortunatamente, le persecuzio­ni sono lontane. Non è facile, perché l’evangelo che siamo chiamati a portare nel mondo può dare fastidio a molti.
Un vangelo che parla di perdono dà fastidio a tutti quelli che fanno del rancore e dell’odio il loro comportamento quotidiano.
Un vangelo che parla di giustizia dà fastidio a quelli che vivono dello sfruttamento degli altri.
Un vangelo che parla di pace, dà fastidio a chi cerca il conflitto ad ogni costo perché vuole dominare.
Un vangelo che parla di uguaglianza dà fastidio a chi intende mantenere qualcuno sotto­messo.
Dunque non subiamo persecuzioni, ma cercare la coerenza con gli insegnamenti di Gesù non è facile, nemmeno in una società che si dice cristiana come la nostra.
Vale dunque anche per noi l'invito a non avere paura, anche se ovviamente in senso di­verso da come lo intendono quelli che sono davvero in pericolo a causa della loro fede.
Per noi vale l'invito a non vergognarci dell’evangelo, come dice Paolo, a non cadere nella tentazione di vivere un cristianesimo superficiale, o un cristianesimo della domenica, o un cristianesimo solo spirituale, come se a Dio non interessasse quello che accade in questo mondo o come se Gesù non avesse compiuto azioni molto materiali nei confronti dei malati, dei poveri, degli emarginati.
Questa parola ci invita a non avere paura di essere discepoli e discepole di Cristo, tutti i giorni.

2) Il secondo invito è quello a parlare: “Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all'orecchio, predicatelo sui tetti”.
Che cos’è che Gesù dice nelle tenebre e sussurra agli orecchi dei discepoli? Che cos’è della predicazione di Gesù che non è pubblico, almeno a questo momento della sua vi­cenda? Ciò che a meno di metà del racconto di Matteo, è ancora nascosto, è la croce.
È il fatto che Gesù, che compie opere potenti, che a viste umane sembra un vincente, un potente, perché guarisce i malati, morirà sulla croce, come una persona senza pote­re, come un perdente.
Gesù nei vangeli questo lo dice solo ai suoi discepoli e anche loro fanno molta fatica a crederlo. Se l’avesse detto pubblicamente, tutto lo avrebbero deriso, come lo deride­ranno quando sarà sulla croce, e nessuno l’avrebbe accolto.
Ora questo può essere detto: il crocifisso è risorto e il Risorto è colui che prima è stato crocifisso, che ha condiviso l’umanità fin nei suoi abissi più profondi.
Ora va detto che Gesù questo abisso non si è accontentato di incontrarlo nel paralitico, nel lebbroso, nell'indemoniato, nell’adultera, nel pubblicano…
Non gli è bastato avere di fronte questa umanità a volte colpevole e spesso ferita ed emarginata; ha voluto essere ferito ed emarginato anche lui e morire come un criminale, deriso e respinto dalle folle.
Ora va detto che Gesù è venuto a condividere questa umanità perdente e – a viste uma­ne – ha perso anche lui. E quindi non c’è nulla da vergognarsi quando si perde, quando si è umiliati, quando si è feriti.
Perché Gesù ha perso – a viste umane – ma ha vinto agli occhi di Dio ed è risuscitato. Quindi se a viste umane hai perso, agli occhi di Dio non hai perso, e non devi perderti non devi perdere te stesso nella disperazione e nella paura.
Tutto ciò va detto, i discepoli e le discepole di Gesù sono chiamati a proclamarlo sui tet­ti.

3) Infine c’è la frase sul passero e sui capelli. La traduzione che abbiamo nella nostra Bib­bia può far pensare che tutto ciò che accade – anche un passero che cade – è volere di Dio: non un passero cade in terra “senza il volere del Padre vostro”; ma nel testo greco il termine “volere” non c’è e sembra che il senso della frase sia quindi positivo e voglia dire che Dio si occupa persi­no dei passeri, che sono tra i più piccoli tra gli uccelli, e quindi a maggior ragione si oc­cupa di noi.
E quindi ritorna l’invito Non te­mete dunque, e ci viene detto perché non dobbiamo temere: voi valete più di molti passeri.
Voi valete”: questo è l’evangelo di oggi. Voi valete, tu vali, sei prezioso agli occhi di Dio, per questo Egli si occupa di te e si preoccupa di te.
Per questo Cristo è morto e risorto per tutti, e anche per te, perché tu vali e sei prezio­so e il Signore ha deciso di riscattarti.
Questo va detto nella luce e sui tetti: che l’essere umano è prezioso agli occhi di Dio, che in Cristo ha voluto riscattarlo.
Questo non è evidente, lo sappiamo bene, non ne abbiamo le prove, non possiamo dimo­strarlo, perché l’unica cosa evidente è la croce, quella di Gesù e quelle che conti­nuano a essere erette nel nostro mondo, perché non solo i passeri continuano a cadere, ma anche gli esseri umani, anche gli innocenti continuano a cadere.
Ma Gesù Cristo è venuto proprio per quelli che cadono, per rialzarli ogni volta e per rial­zarli nella resurrezione finale quando cadono e lasciano questa vita. Perché “Voi vale­te”, perché siamo preziosi ai suoi occhi.
L’amore e la grazia di Dio vanno dette alla luce del sole e sui tetti, proprio perché non sono evidenti. Perché troppa gente vive soltanto per le cose e delle cose che sono evi­denti, quelle che si vedono, si toccano, si mangiano, si consumano…
Troppa gente si sente inutile, fuori dalla grande storia del mondo e dei potenti, troppi sentono di non valere nulla. Andare a dire a costoro “Voi valete”, valete così tanto che Cristo è venuto ed è morto per voi è il compito dei cristiani e delle chiese.

Oggi è la domenica della Riforma e l'Evangelo di oggi è quello che la Riforma ha cercato di mettere in atto e che ogni chiesa di ogni confessione dovrebbe tentare di vivere:
L’evangelo che ci dice: “Non temete”, non abbiate paura di quelli che ostacolano la strada del regno di Dio, che è un regno di giustizia e di pace.
L’evangelo che ci dice: Non temete, perché “voi valete”, siate preziosi agli occhi di Dio, che vi ha riscattati in Cristo che morto sulla croce ed è stato risuscitato la mattina di Pa­squa.
L’evangelo che ci dice che il fatto che siamo preziosi agli occhi di Dio e quindi non c’è da aver paura va proclamato sui tetti, perché nessuno deve rimanere senza ascoltare questo evangelo di speranza, tutti devono sapere che Dio li ha riscattati.
La Riforma ha rimesso questo al centro, ci aiuti il Signore a mantenerlo al centro della nostra fede e della nostra vita.

lunedì 23 ottobre 2017

Predicazione di domenica 22 ottobre 2017 su 1 Corinzi 12 a cura di Marco Gisola

1 Corinzi 12
1 Circa i doni spirituali, fratelli, non voglio che siate nell'ignoranza. 2 Voi sapete che quando eravate pagani eravate trascinati dietro agli idoli muti secondo come vi si conduceva. 3 Perciò vi faccio sapere che nessuno, parlando per lo Spirito di Dio, dice: «Gesù è anatema!» e nessuno può dire: «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo.
4 Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. 5 Vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore. 6 Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti.
7 Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. 8 Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; 9 a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; 10 a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l'interpretazione delle lingue; 11 ma tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole.
12 Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo. 13 Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito.
14 Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: «Siccome io non sono mano, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 16 Se l'orecchio dicesse: «Siccome io non sono occhio, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 17 Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l'odorato? 18 Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto. 19 Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo? 20 Ci sono dunque molte membra, ma c'è un unico corpo; 21 l'occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 22 Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli, sono invece necessarie; 23 e quelle parti del corpo che stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore; le nostre parti indecorose sono trattate con maggior decoro, 24 mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, 25 perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre. 26 Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui.
27 Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua. 28 E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue. 29 Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli? 30 Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano tutti?
31 Voi, però, desiderate ardentemente i doni maggiori!


Il capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi è molto lungo e denso e vorrei quindi provare a guardare questo brano mettendo in risalto alcuni aspetti generali, senza entrare nei singoli dettagli. Il tema di questo capitolo – anzi dei capitoli che vanno dal 12 al 14 – è: i doni dello Spirito.
1) La prima cosa che incontriamo in questo brano è un’affermazione molto chiara e precisa, in cui Paolo dice che se uno confessa che Gesù è il Signore, lo fa grazie all’azione dello Spirito Santo; e se qualcuno dice “Gesù è anatema”, cioè “Gesù è maledetto” è chiaro che non lo fa per l’azione dello Spirito Santo.
In breve: se c’è confessione della fede – cioè se c’è fede – c’è lo Spirito. Come faccio sapere dove è che lo Spirito agisce? Paolo dice: se c’è fede, c’è lo Spirito.
Ovviamente non basta che la fede sia confessata con le parole, ripetere con la bocca una confessione di fede non implica per forza la fede; lo si può anche fare meccanicamente o peggio ipocritamente, senza credere a ciò che si dice.
Ipocrisie a parte, il criterio che mi dice dove lo Spirito agisce è la confessione della fede in Cristo: “Gesù è il Signore” è probabilmente la più antica confessione di fede cristiana.
Questo testo è dunque ecumenico per eccellenza: è lo Spirito, e non l’appartenenza a questa o a quella chiesa, che fa sì che uno sia cristiano.
Se qualcuno confessa “Gesù è il Signore” lì c’è lo Spirito in azione, non importa a quale confessione cristiana appartenga, riformata, luterana, cattolica, ortodossa, pentecostale… non è l’etichetta confessionale che conta, ma lo Spirito.
Questo ovviamente non risolve tutti i problemi e non elimina le differenze teologiche, ma è il punto di partenza per relazionarci agli altri cristiani e per non correre il rischi di non considerarli cristiani.
Paolo ci dice che non siamo noi a decidere chi sono i cristiani, ma è lo Spirito a deciderlo. Lo Spirito è Spirito di Cristo e porta a confessare Cristo. Questa è la base di partenza, da cui partire per discutere tutto il resto.


2) Paolo entra poi nel vivo della questione dei doni dello Spirito; Paolo scrive queste righe quasi sicuramente perché era stata la chiesa di Corinto stessa che gli aveva chiesto di affrontare questo tema, perché a Corinto c’erano dei problemi: qualcuno riteneva di avere dei doni dello Spirito in quantità o qualità tale che queste persone pensavano di essere speciali, diversi, superiori al resto della comunità.
Si era cioè creata una divisione – non so se anche una discriminazione – tra quelli che si ritenevano spirituali, o più spirituali di altri e il resto della comunità. Paolo reagisce a questa situazione.
E reagisce con questo suo discorso sui doni dello Spirito. Paolo ha appena detto che il primo frutto dell’azione dello Spirito Santo è la fede e quindi la confessione della fede, e che quindi tutti quelli che credono sono spirituali allo stesso modo.
E poi approfondisce il tema dei doni: “Vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito”: i doni sono tanti, il donatore è uno, è lo Spirito. Insomma: Dio è uno e i doni di Dio, del suo Spirito, sono tanti.
E a chi lo Spirito dà i suoi doni? Al v. 7 scrive: “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune.
A ciascuno lo Spirito dà i suoi doni. A ciascuno, non a qualcuno soltanto, non a uno o a un gruppo, a una parte della comunità, ma a tutti. Come la fede – primo dono dello Spirito – è data a tutti quelli che credono, i doni particolari dello Spirito sono dati a tutti.
Paolo vuole dire che quando si parla dei doni dello Spirito non si possono giustificare discriminazioni tra i membri della chiesa. Non c’è nessuno che non abbia nessun dono e non c’è nessuno che abbia tutti i doni. Questo tema lo riprende nella parte finale, in cui utilizza l’immagine del corpo.
Ma anche qui è chiaro: il donatore è uno, i doni sono molti, e questa molteplicità crea diversità, non discriminazione. La diversità non è diversità di livello di dono, ma casomai di tipo di dono.
Paolo stabilisce anche il criterio per verificare i doni: a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”. Per il bene comune, cioè per il bene di tutti, di tutta la comunità. I doni dello Spirito sono al servizio della comunità infatti una delle parole che all’inizio del capitolo usa per indicare i doni è, in greco, “diaconie” cioè servizi, che la nostra Bibbia traduce “ministeri”.
Su questo Paolo tornerà nel cap. 14, quando parlerà del dono delle lingue, cioè del parlare in lingue che spesso nessuno dei presenti comprendeva. Era un fenomeno che evidentemente a Corinto era diffuso e quelli che parlavano in lingue probabilmente si ritenevano superiori agli altri.
Paolo, nel cap. 14 scriverà che:
chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose”. E quindi tira la conclusione che: “Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa”.
I doni dello Spirito sono dati per edificare la chiesa, non per edificare se stessi. Il dono dello Spirito diventa servizio. Se non diventa servizio, iniziano i problemi, perché se il dono non diventa servizio può diventare orgoglio, può diventare potere, può diventare voglia di primeggiare e complesso di superiorità.
Paolo nei due versetti del cap 14 che vi ho letto usa il verbo edificare, ovvero costruire. Il servizio edifica, cioè costruisce; l'orgoglio, la superiorità, il potere demoliscono le relazioni quindi demoliscono la comunità.
Da questa parte centrale del capitolo, io trarrei due insegnamenti: un ammonimento a non considerare i propri doni migliori o maggiori di quelli di altri, un ammonimento a non cadere nella presunzione di superiorità, un ammonimento a non dimenticare che anche gli altri hanno dei doni dello Spirito.
Ma anche un invito: questo brano ci dice che la chiesa la costruiamo insieme. Anzi, poiché i doni sono di tutti, e di ciascuno, questa parola di oggi ti dice che TU costruisci questa chiesa insieme agli altri, mettendo al servizio i tuoi doni insieme ai doni degli altri e di tutti.
E l’invito è un invito personale e pressante che richiede una risposta: il Signore ci dona i suoi doni e ci chiede di usarli, non solo nella chiesa ovviamente, ma anche nella società in cui viviamo.
Ma rimanendo nel discorso sulla chiesa (che è quello che Paolo fa qui): il Signore ti dona e ti chiede di usare i doni che ti ha dato in questa chiesa e per questa chiesa. Ognuno di noi si chieda: quale è il mio dono, quali sono i miei doni? E come li metto al servizio di questa chiesa, per edificare, costruire questa chiesa, questa comunità di credenti che cammina insieme, domenica dopo domenica e giorno dopo giorno?
E i doni non sono soltanto quello che sappiamo fare. Spesso infatti si parla di doni quando si vuol parlare di capacità: io so cucinare, io so imbiancare, io so di falegnameria, io so fare un impianto elettrico….
Cose preziosissime, che non voglio sminuire, ma i doni dello Spirito sono altri: non solo ciò che sai fare, ma ciò che sai essere per tuo fratello e tua sorella. Che dono sono per mia sorella, per mio fratello? È questa domanda che edifica, che costruisce relazioni, affetti, che fa sì che condividiamo la fede e la vita gli uni degli altri.
Che dono sono io/sei tu per questa comunità? Portiamoci a casa questa domanda...


3) E infine, incontriamo nel testo la bellissima immagine del corpo. Meriterebbe una predicazione solo questa immagine, perché essa vuole dirci tante cose importanti.
L’immagine del corpo esprime la ricchezza dei doni, la diversità dei doni, la pluralità dei doni. Ma non solo: esprime anche il fatto che tutte le membra del corpo, che hanno ognuno un dono diverso, una funzione diversa, sono legate le une alle altre, sono interdipendenti. Non possono stare le une senza le altre.
Le membra hanno bisogno l’una dell’altra: “l'occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi»”. Io ho bisogno di te, questa è una delle ragioni per cui esiste la comunità; io ho bisogno di te, tu hai bisogno di lei/di lui, abbiamo bisogno gli uni degli altri.
La comunità è composta da persone che riconoscono di aver bisogno degli altri, che non sono sufficienti a se stessi perché hanno bisogno di Dio e hanno bisogno del prossimo.
E perché abbiamo bisogno del prossimo? Una risposta la troviamo in un’altra cosa che dice l’apostolo: Paolo dice che “Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre”.
Questa parola “cura” mi sembra molto importante: ciascuno di noi ha bisogno degli altri perché abbiamo bisogno della cura degli altri, abbiamo bisogno che gli altri si prendano cura di noi. Anche per questo Dio ha chiamato discepoli e discepole a far parte di una comunità: per poter aver cura gli uni degli altri.


Per concludere dunque: Ciascuno ha i doni dello Spirito, ciascuno ha doni diversi, nessuno ne è senza e nessuno li ha tutti. Ciascuno ha ricevuto questi doni non per sé, non per prevalere, ma per il bene comune, per metterli al servizio della comunità e ciascuno è dunque dono per gli altri. Questo servizio mette al centro il prossimo, di cui ciascuno ha bisogno e che ha bisogno di te, perché ci prendiamo cura gli uni degli altri.
Dono, servizio, bisogno, cura… tutto ciò nasce dalla fede, che abbiamo detto è il primo dono dello Spirito, e si vive attraverso l’amore, di cui Paolo parlerà nel bellissimo canto del capitolo seguente.
Il Signore ci ha fatto il grande dono della fede e il grande dono del prossimo. Ci aiuti a viverli entrambi, nel suo corpo che è la chiesa, diventando noi stessi dono per il prossimo nell’amore.