lunedì 24 luglio 2017

Predicazione di domenica 23 luglio 2017 su Romani 6,3-11 e Matteo 28,16-20 a cura di Daniel Attinger, pastore riformato e monaco di Bose

VIVERE IL NOSTRO BATTESIMO !
 
Romani 6,3-11

3 O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4 Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. 5 Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. 6 Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; 7 infatti colui che è morto è libero dal peccato. 8 Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, 9 sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10 Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio. 11 Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù.

Matteo 28,16-20

16 Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. 17 E, vedutolo, l'adorarono; alcuni però dubitarono. 18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente».
 
Cari fratelli e sorelle,
Siamo ancora riuniti per ascoltare la Parola del Signore. E quella di oggi – proposta per questa domenica dal Leziona­rio della Chiesa valdese – è veramente una parola di consola­zione e di conforto perché ci promette la continua presenza di Cristo con noi; ma è anche parola che ci interpella, perché ci invita a guardare alla nostra realtà con un occhio diverso dal solito.
Le due letture che abbiamo ascoltato ci invitano a pro­lungare la nostra riflessione sulle conseguenze, per la nostra vita, della Pentecoste e del dono dello Spirito santo. La Pen­tecoste infatti è stata iscritta in noi, nella nostra carne me­diante il battesimo. Che siamo stati battezzati da bambini o da adulti non ne cambia fondamentalmente la realtà, perché è parere più o meno comune oggi in tutte le Chiese che il bat­tesimo non è solo quell’atto, accompagnato da una parola ispirata dall’evangelo che abbiamo appena ascoltato, in cui siamo stati immersi nell’acqua, o ci è stato versato un po’ di acqua sulla testa. Il battesimo è un processo, sigillato da quell’atto, che dura tutta la vita e non coin­volge solo il bat­tezzato, ma anche la sua famiglia, il padrino e la madrina e l’insieme della comunità cristiana.
La lettera di Paolo ai romani ne esprime il contenuto es­senziale. Paolo, certo, non è mai facile e occorre talvolta ri­leggerlo più volte per comprendere ciò che vuol dire: è segno che Paolo prende sul serio i suoi lettori e vuol dare loro dei contenuti densi e ricchi di significato che li facciano riflettere.
Allora, riflettiamo un momento sul nostro battesimo. Iniziamo col rile­vare che non è frequente sentire un cristiano riflettere sul suo battesimo: per gli uni – particolarmente per quelli più anziani – il battesimo va da sé: trenta, quarant’anni fa, era ovvio che tutti fossero battezzati: “mica siamo pagani!”. Allora, si era battezzati come si era vaccinati, si andava a scuola o – per i ragazzi – si faceva il militare!
Oggi, le cose son cambiate. Da una parte, volendo forse dare maggior peso al battesimo, si tende a pensare che è il battezzato che si deve assumere la responsabilità del battesi­mo, per cui i genitori preferiscono spesso rimandare il batte­simo. D’altra parte però, siccome la dimensione della fede è sempre più limitata alla sfera privata, personale e individu­ale, e non si capisce più bene cosa sia il battesimo, la prospet­tiva della fede cristiana non è più presentata ai giovani ed essi non si trovano più in grado di poter realmente scegliere. Per loro il mondo senza fede cristiana è l’ambiente in cui vi­vono, e le sole cose che sentono sulla fede cristiana e la Chie­sa, sono le beghe ecclesiastiche o gli scandali che i giornali sono troppo felici di poter diffondere, possibilmente in scoop a effetto. Eppure, i giovani sono anch’essi in cerca di una di­mensione “altra” che dia senso alla loro esistenza. E vanno a cercarla in pensieri esoterici o orientali …
È quindi urgente, credo, che le Chiese, vale a dire le sin­gole comunità e le persone che le compongono, cioè noi, riu­sciamo ad esprimere la nostra fede, non più solo con dei con­cetti dottrinali espressi in libri che vengono sempre meno let­ti, ma in uno stile di vita che si possa vedere, anche fuori dalle mura dei luoghi di culto, delle singole chiese o delle cappel­le. E questo stile di vita deve manifestare che in noi, nel bat­tesimo, è avvenuto un passaggio dalla morte alla vita! Ecco ciò che sottolinea Paolo! Mentre tutto nel mondo ci ricorda e ci spinge a pensare che tutto vada inesorabilmente verso la morte, la disin­tegrazione e il disfacimento, il battesimo pro­clama – anzi non solo proclama, ma suscita, effettua – in noi un movi­mento inverso: l’esistenza del cristiano inizia con la morte per andare verso una vita in pienezza di cui la nostra vita terrestre è l’inizio e l’assaggio:
Siamo stati sepolti con Cristo mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come egli è stato risuscitato dai morti me­diante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita.
Se siamo stati “sepolti” con Cristo, ciò implica in un pri­mo tempo che siamo “liberi dal peccato”. Un morto infatti non pecca più! Ma è forse possibile non peccare più? No, cer­to … tuttavia possiamo cercare di non lasciarci ingannare da tutte le sollecitazioni e tentazioni che incontriamo. Dobbiamo sapere che in noi vi è una forza che ci consente di dire di no al peccato. E peccato c’è ovunque vorremmo che Dio non metta il suo occhio! D’altra parte, se siamo stati sepolti con Cristo, non siamo ancora risorti con lui; la nostra propria resurrezione resta futura, ma già percettibile in ciò che Paolo chiama una “novi­tà di vita”. Cosa però significa “camminare in novità di vita”?
In un altro testo dell’evangelo secondo Matteo, Gesù si rivolge ai suoi uditori e dice loro:
Se sapeste che cosa significa: “Voglio misericordia e non sa­crificio”, non avreste condan­nato gli innocenti”(Mt 12,7).
Abbiamo qui, credo, un vero elemento di novità di vita. La vita cristiana non consi­ste in sacrifici o in buone azioni da compiere verso gli altri, non si tratta di cercare sem­pre di essere un “modello di vita”. Dio non ci chiede di essere perfetti … Lui solo lo è! Ci chiede fondamentalmente di imparare da Lui a guardare agli altri con occhi di miseri­cordia e di tenerezza. Come abbiamo bisogno di sentirci amati, così pure gli altri – quali che siano – hanno bisogno di sentire che qualcuno li ami. Questo possiamo cercare di vivere.
Se Gesù ci chiede di fare di tutti i popoli dei discepoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e insegnando loro a osservare tutte quante le cose che ci ha comandate, come abbiamo letto nell’evangelo di oggi, ci chiede prima di tutto di far vedere a quelli in mezzo ai quali viviamo e che vivono con noi, che vale la pena vivere da cristiani. Allora, saranno loro stessi a chiedere di poter condividere con noi qualcosa della bontà della vita cristiana. Questa bontà sta nella consapevolezza che il Signore Gesù è con noi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente, non già per giudi­carci, ma per amarci, poiché, nella sua passione di amore per noi, è andato fino a dare la propria vita per noi.
A Lui, come al Padre e allo Spirito santo, Dio uno e santo, ogni lode e gloria per sempre.
Amen.


giovedì 13 luglio 2017

domenica 9 luglio 2017

Predicazione di domenica 9 luglio 2017 su Genesi 50,15-21 a cura di Marco Gisola

Genesi 50,15-21
15 I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?» 16 Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest'ordine: 17 "Dite così a Giuseppe: Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male". Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse. 18 I suoi fratelli vennero anch'essi, si inchinarono ai suoi piedi e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». 19 Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? 20 Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. 21 Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore 
 
Il libro della Genesi si conclude con la morte dei patriarchi: al cap. 49 viene raccontata la morte di Giacobbe, che chiede di essere sepolto nel paese di Canaan; e al cap 50 è narrata la morte di Giuseppe che chiude il libro della Genesi. Con il libro dell’Esodo inizierà una nuova storia, non più storia di una famiglia, ma storia di un popolo, che Mosè porterà fuori dall’Egitto, ecc.
Il brano che abbiamo letto viene immediatamente prima del racconto della morte di Giuseppe, è dunque il penultimo episodio del libro della Genesi. Prima di raccontare la pagina finale della vicenda dei Patriarchi con la morte dell’ultimo Patriarca, appunto Giuseppe, l’autore sente il bisogna di ribadire ancora una volta il senso di tutta questa vicenda.
Il racconto parte da una questione molto umana: morto il padre Giacobbe, i fratelli di Giuseppe vengono presi da un timore: hanno paura che, ora che il loro padre è morto, a Giuseppe venga voglia di vendicarsi di quello che loro gli avevano fatto quando hanno pensato prima di ucciderlo e poi lo hanno venduto a dei mercanti di schiavi che lo hanno portato in Egitto.
I fratelli pensano: magari Giuseppe è stato buono finora perché c’era nostro padre e non voleva deluderlo, ma ora che Giacobbe non c’è più…. Forse potrebbe venirgli voglia di farci pagare il male che gli abbiamo fatto.
In realtà la loro paura non è fondata, nulla nei capitoli precedenti fa pensare che Giuseppe voglia vendicarsi. Anzi: quando Giuseppe si è fatto conoscere dai fratelli il suo perdono era chiaro; Giuseppe aveva detto: “«Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita” (45,4-5)
Non solo il perdono, ma anche l’idea che era stato Dio a farlo arrivare in Egitto per poter salvare tutta la sua famiglia dalla carestia, c’era già in quell’episodio.
E questa idea – che esprime il senso di tutta la vicenda di Giuseppe e i suoi fratelli – è ribadita qui con forza. l'autore della Genesi vuole finire così: prima della fine, cioè della morte di Giuseppe, vuole riaffermare che il senso di tutto quello che è successo era la salvezza della famiglia di Giacobbe, che si sarebbe riunita di nuovo e sarebbe poi diventata un popolo.
Il senso di tutta la vicenda di Giuseppe è quindi che il piano di Dio ha la meglio su quello dei fratelli. Non trionfa il male fatto dai fratelli di Giuseppe ma trionfa il bene fatto da Dio.
E come fa Dio a fare il bene? A condurre a buon fine il suo progetto? In tutta questa lunga (dura 14 capitoli) e avventurosa storia, piena di suspense e di colpi di scena, l’azione di Dio si mescola all’azione umana. Anzi di più: gli esseri umani, soprattutto i fratelli di Giuseppe, hanno fatto il male (molto male, non solo un po’) e Dio si è addirittura servito della loro cattiveria per fare il bene.
Giuseppe dice: “Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene”. Gli esperti ci dicono che il verbo qui tradotto con “pensare”, non indica soltanto l’azione di pensare, appunto, con la mente, ma implica già anche l’azione.
E l'autore della Genesi usa lo stesso verbo per i fratelli di Giuseppe e per Dio: voi, fratelli, avete progettato, architettato, il male, Dio ha progettato, architettato il bene a partire dal vostro male.
Nemmeno questo ultimo episodio è così limpido: i fratelli prima mandano degli ambasciatori a Giuseppe, che era pur sempre il vice del faraone, e gli mandano a dire che è Giacobbe che, prima di morire, aveva detto che Giuseppe avrebbe dovuto perdonarli; sarà vero oppure no? Perché Giacobbe non l’aveva detto direttamente a Giuseppe? E perché avrebbe dovuto dirlo, quando Giuseppe aveva già perdonato i fratelli?
E poi vanno a prostrarsi davanti a lui, si inchinano ai suoi piedi, in ebraico si dice “cadono con la faccia a terra”, segno di grande umiliazione, davanti al fratello e davanti all’uomo più potente di Egitto dopo i faraone.
Insomma, i fratelli non sono così trasparenti nemmeno qui, nemmeno dopo la morte del padre. La paura li porta a mettere in atto una serie di comportamenti non proprio limpidi.
Ma non importa. Tutta la storia ci dice che è proprio una caratteristica degli esseri umani – soprattutto i fratelli di Giuseppe, che rappresentano un po’ tutti i fratelli… - quella di non essere limpidi, anzi spesso sono decisamente malvagi.
La storia di Giuseppe e i suoi fratelli ci dice che nonostante la meschinità umana e la miseria umana, Dio fa passare il suo bene.
Il bene di Dio ha due aspetti: quello collettivo, oggi diremmo globale: Dio salva dalla carestia non solo la famiglia di Giacobbe, ma tutto l’Egitto. E quello invece indirizzato alla famiglia di Giacobbe: la salvezza dalla fame prima di tutto, ma poi la riconciliazione.
Una famiglia di Giacobbe viva ma in perenne lotta non sarebbe potuta diventare il popolo di Israele.
La salvezza dalla carestia e la riconciliazione sono gli obiettivi di tutta la storia di Giuseppe e i suoi fratelli.
Un commentatore ha scritto su questo brano che in esso incontriamo da un lato un grande realismo e d’altro lato una grande speranza. Realismo, perché come già abbiamo detto di cattiverie e di odio in questa storia ce n’è in abbondanza.
Tutta la Bibbia è molto realista sulla natura umana: dalla disobbedienza di Adamo ed Eva, al fratricidio di Caino su Abele e poi tutta la storia di Giuseppe emerge chiaramente che l’essere umano non è certo buono ed innocente.
La Bibbia ci insegna che dobbiamo fare i conti con la malvagità o almeno l’egoismo umano, a partire dal nostro.
Ma c’è anche speranza, perché in questo complesso insieme di egoismo e di malvagità, Dio non rinuncia ad agire. Arriva persino a servirsi del male che i fratelli hanno progettato per portare avanti il suo piano di bene e di salvezza.
La storia di Giuseppe, come la storia di ciascuno e ciascuna di noi e la storia umana, non è in bianco e nero, ma è piena di sfumature. Presunzione, invidia che diventa odio, odio che diventa voglia di eliminare, addirittura di uccidere, riempiono questo racconto.
Leggendo tutta questa storia ci verrebbe forse da dire: ma guarda come sono questi patriarchi! Da Giacobbe e Esaù e le loro liti fin dal grembo materno, fino a Giuseppe e i suoi fratelli, sembra proprio che Dio abbia scelto la peggior umanità che c’era!
Sì, Dio ha scelto non la peggiore umanità, ma l’umanità così com’era, esseri umani così come erano per portare avanti i suoi progetti. Ha scelto e sceglie l’umanità così come è per portare avanti i suoi progetti. l’evangelo di questo brano è che nonostante la malvagità e la miseria umana non sono i cattivi progetti umani a trionfare, ma i buoni progetti di Dio.
Dunque c’è speranza; non c’è illusione, non c’è in questa storia e nella Bibbia una illusione infantile sulla bontà dell’umanità, questo no, c’è un sano realismo che tiene conto del peccato umano. Ma c’è speranza e questo è ciò che conta: dietro le quinte della nostra piccolezza, delle nostre invidie, dei nostri rancori, della nostra malvagità, Dio agisce per portare avanti i suoi progetti. Per questo c’è speranza.


Questo è il grande messaggio della storia di Giuseppe.
Ma c’è ancora un dettaglio che vorrei sottolineare: Giuseppe potrebbe sembraci l’eroe di questa vicenda e di certo è il personaggio positivo della storia, a partire dal fatto che lui è la vittima della cattiveria dei fratelli. Ma anche lui non è perfetto: quando faceva i suoi sogni in cui sognava che tutti (fratelli e genitori) si inchinavano ai suoi piedi, Giuseppe era molto orgoglioso e piuttosto presuntuoso.
E anche qui Giuseppe potrebbe apparirci il “buono” che perdona i “cattivi”. La sua bontà non è però tanto una qualità umana, ma è la fiducia di chi riconosce che Dio è all’opera. Giuseppe è così uno strumento del progetto di bene di Dio, che si oppone al progetto di male portato avanti dai fratelli.
Giuseppe non è certo perfetto, ma riconosce che Dio è all’opera. Questa è in qualche modo la sua fede.
Giuseppe perdona i fratelli, nel senso che rinuncia a vendicarsi, cosa che avrebbe potuto fare facilmente visto il potere che aveva nel paese di Egitto. Ma rinuncia a vendicarsi e perdona i fratelli, perché riconosce che questo è il progetto di Dio.
Anzi: perdona perché riconosce che Dio ha perdonato: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio?», dice ai fratelli.
Giuseppe non si mette al posto di Dio, ha capito che il progetto di Dio porta alla riconciliazione e non vi si oppone. Non si oppone perché non può opporsi, non può negare il perdono che Dio stesso ha dato. Se lo facesse, prenderebbe il posto di Dio. Se lo facesse sarebbe una misera vendetta umana, che pesca dentro ai sentimenti più negativi come il rancore e la voglia di vendetta.
Ma Dio ha deciso altrimenti. E allora: «Non temete», dice Giuseppe. «Non temere, non temete» sono parole che nella Bibbia spesso pronuncia Dio stesso;
«Non temere» è un’espressione che ritorna in momenti decisivi della storia biblica, da quando Dio rinnova la sua promessa ad Abramo (Genesi 15), alle molte parole del profeta Isaia quando annuncia il ritorno di Israele dall’esilio in Babilonia; lo dice l’angelo che annuncia la nascita di Gesù a Maria e lo dice Gesù stesso risorto quando incontra le donne al sepolcro.
«Non temere» è parola divina per eccellenza, parola che annuncia grazia e consolazione.
Giuseppe stesso si fa annunciatore di parole di consolazione: “Così li confortò e parlò al loro cuore”.


Questa antica storia ci insegna dunque a essere molto realisti e a tener conto della malvagità umana, ma ancor più ci insegna a nutrire grande speranza nei progetti di Dio, che agisce dietro e dentro le azioni umane, addirittura a volte trasforma il male in bene per portare avanti i suoi progetti di salvezza e riconciliazione.
Che il Signore ci aiuti riconoscere la sua azione nella storia e voglia servirsi anche di noi per portare avanti i suoi progetti.

lunedì 3 luglio 2017

Predicazione di domenica 2 luglio 2017 su Luca 15,1-3.11-32 a cura di Marco Gisola (Tempio di Piedicavallo)

Luca 15,1-3.11-32
1 Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3 Ed egli disse loro questa parabola:
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". Ed egli divise fra loro i beni. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. 16 Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi'". 20 Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa. 25 Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. 27 Quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Il padre gli disse: "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato"».


Questa parabola è un testo molto bello e a cui siamo molto affezionati, è la parabola della misericordia di Dio per eccellenza. Un racconto semplice, ma se guardiamo bene non elementare. Semplice perché la grazia di Dio è descritta e rappresentata in modo davvero eloquente nella figura del padre che corre incontro al figlio, che prima ancora lo vede da lontano - cosa che ci fa quasi sembrare che lo stesse aspettando - che lo abbraccia… Insomma perdono come accoglienza: accoglienza immeritata e incondizionata. Accoglienza del figlio che si sarebbe accontentato di vivere d’ora in poi come un servo, cioè come un salariato, un dipendente dell’azienda (diremmo oggi) del padre e invece viene accolto come figlio a tutti gli effetti, come figlio come era prima.
Accoglienza come reintegrazione nella stessa identica situazione e relazione che aveva lasciato prima di andare a sperperare tutti i suoi averi. Accoglienza senza rimproveri, senza punizione, senza predicozzo del tipo “ora ti riprendo in casa però, d’ora in avanti fai quello che dico io…!”, accoglienza senza se e senza ma, accoglienza gratuita, dunque grazia. In questa immagine il testo è molto semplice, immediato.
Racconto semplice ma non banale e non superficiale. Racconto che tiene conto della complessità della realtà umana e delle complesse conseguenze del perdono. Infatti a “complicare” - nel senso di rendere complesse - le cose c’è l’altro fratello. Il racconto sarebbe più semplice se il figlio fosse soltanto uno, quello che se ne va e poi decide di tornare indietro e viene riaccolto dal padre. Per raccontare la misericordia di Dio, per rappresentare la misericordia di Dio sarebbe bastata la relazione Padre-Figlio. La grazia di Dio è già tutta lì.
Se Gesù aggiunge il personaggio del secondo figlio, significa che sa che la realtà umana e la realtà del perdono è complessa; dico complessa non nel senso di difficile, ma nel senso che riguarda molti aspetti della nostra vita e delle nostre relazioni. C’è anche il fratello di cui tener conto. Il perdono di Dio riguarda Dio e me, ma non riguarda mai soltanto Dio e me. Riguarda anche me e gli altri, e gli altri sono rappresentati dal fratello. E riguarda anche la relazione tra Dio e mio fratello.
La storia dunque non è solo una, ma sono due. Anzi tre. C’è la relazione tra il figlio minore – quello che se ne va di casa - e il padre; quella tra il figlio maggiore, che rimane a casa a lavorare, e il padre; e quella tra i due fratelli, che nel racconto non si parlano mai, anzi sembra che non si incontrino neppure. E infatti la storia non è finita: finisce la parabola, ma non finisce la storia. c’è un pezzo di storia ancora da scrivere.

1. la prima storia, la prima relazione è quella centrale, quella tra il padre e il figlio minore, che va via di casa e poi torna e viene riaccolto. Accoglienza come metafora del perdono. Come accennavo prima, il perdono è rappresentato dal fatto che il figlio che si sarebbe accontentato di essere trattato come un servo pur di avere un tetto e qualcosa da mangiare in cambio del suo lavoro, viene invece riaccolto come figlio. Non viene declassato. Il figlio minore ci sta anche un po’ simpatico: a occhi moderni è uno che vuole cavarsela da solo, che vuole cercare la sua autonomia, che si mette in gioco anche per diventare autosufficiente, per diventare grande. Agli occhi della parabola è invece uno che pecca di presunzione, pensando di vivere senza il padre e la sua protezione.
Ma nonostante il figlio abbia fatto un enorme errore, abbia peccato di orgoglio, abbia pensato di poter fare a meno del padre (ovvero di Dio), viene riaccolto come prima. Nonostante la colpa è trattato come era trattato prima, cioè da figlio e non da servo. Questa è la grazia. La grazia non cancella la colpa o l’errore, cancella le sue conseguenze. “Nonostante tutto” e “come prima”: queste sono le due espressioni che ci raccontano che cosa è la grazia secondo questa parabola.

2. E fin qui la storia corre liscia. Ma c’è il fratello. E il fratello non è contento del fatto che il padre abbia riaccolto il fratello nonostante tutto e lo tratti come prima, anzi che faccia addirittura una festa per lui, anziché fargli una sonora ramanzina. Per noi è forse più facile metterci nei panni del figlio minore. È consolante pensare di poter essere riaccolti dopo che abbiamo fatto qualche sciocchezza, o dopo aver fatto un grosso errore. Pensare che Dio ci riaccolga quando sbagliamo è molto consolante.Ma come la mettiamo quando ci mettiamo nei panni del fratello maggiore e vediamo che Dio riaccoglie nostro fratello che – magari – non sopportiamo tanto volentieri? O che ha fatto un errore che ci sembra molto grave e che noi sicuramente non avremmo fatto…?
La grazia di Dio è anche per mio fratello. Anche per quel fratello che non mi è per nulla simpatico, anche per quello che ha fatto una cosa che a me sembra terribile. Qui c’è la prova del nove della nostra fede nella grazia. È facile credere alla grazia di Dio finché essa è per me, finché sono io a essere riaccolto, perdonato, salvato. Ma la grazia è anche per mio fratello che sbaglia più di me. Anzi è sopratutto per mio fratello o mia sorella che sbaglia più di me. Perché “dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata”. Perché il padre dona il suo perdono a chi ne ha bisogno. E dona più perdono a chi ne ha più bisogno. Il fratello maggiore ha fatto bene a rimanere a casa, ha fatto bene a comportarsi bene, a lavorare sempre insieme al padre senza avere grilli per la testa. Ha fatto la cosa giusta. Ma chi fa la cosa giusta deve accettare che chi fa la cosa sbagliata ritorni a casa e sia ri-accolto e sia di nuovo considerato e trattato come fratello, come prima. Il fratello che ha sempre fatto la cosa giusta deve accettare anche lui suo fratello che ha sbagliato, come lo ha accettato il padre.
Fuor di metafora: Dio ci chiede di accogliere e accettare e amare chi lui accoglie, accetta, ama, spogliandoci dei panni del giudice e indossando quelli del fratello. Il fratello minore aveva capito il suo errore, si era “convertito”, se vogliamo usare questa parola. Il figlio maggiore ha ancora bisogno di essere convertito. Ha bisogno di conversione perché sta rifiutando suo fratello, lo sta disconoscendo come fratello: dato che ha sbagliato, dato che ha fatto una sciocchezza non è più mio fratello, pensa il fratello maggiore.
Il padre lo invita invece a riconoscerlo di nuovo come fratello, ad abbracciare il fratello come ha fatto lui e a partecipare alla festa; questo invito è l'appello alla conversione. La conversione consisterebbe riconoscere che quell’essere umano che ha sbagliato è ancora tuo fratello. La parabola è molto profonda in questo: chi ha toccato il fondo e è arrivato a disperare di se stesso riesce a riconoscere il proprio errore e a tornare indietro, a convertirsi. Chi è sicuro di sé e dall’alto di questa sicurezza giudica l’altro, non riesce a fare il passo che lo porterebbe dentro la festa, dove potrebbe ritrovare suo fratello.

3. E così abbiamo già toccato il terzo punto, la terza storia, la terza relazione. Quella che non troviamo nella parabola, che è quella tra i due fratelli. Non la troviamo proprio perché il maggiore rifiuta di partecipare alla festa, si sente vittima di un’ingiustizia e quindi rifiuta di incontrare il fratello minore.
Questa è la storia che non è ancora scritta. Il lieto fine della storia non è ancora scritto. C’è un primo lieto fine che è il ritorno e il ritrovamento del figlio da parte del padre. Ma non c’è il secondo lieto fine, quello che sarebbe il grande lieto fine e che renderebbe completa la gioia del padre: l’incontro e l'abbraccio tra i fratelli.
Nella nostra esistenza quotidiana siamo a volte il fratello che ha sbagliato, che ha toccato il fondo e si è reso conto del suo errore e torna indietro. Torna indietro perché sa che il padre lo riaccoglierà almeno come servo, ha almeno questa fiducia. E invece la parabola ci dice che, quando ci capita di fare grossi errori, il padre ci riaccoglie come figli e fa festa per noi e con noi. A volte siamo invece come il fratello che è rimasto a casa e si è sempre comportato bene. In tal caso, la parabola ci dice che la festa è anche per noi, che siamo anche noi invitati a festeggiare per il fratello ritrovato. E che faremmo un grosso errore a non volerlo come fratello solo perché ha sbagliato più di noi.
L’invito alla festa del perdono è per tutti, perché ha sbagliato di più e per chi ha sbagliato di meno. Ma è il padre che dà la festa, è il padre che invita. Se pensiamo di poter decidere noi chi sta dentro e chi sta fuori, finirà che rimarremo noi fuori, come il fratello maggiore.
Se invece riconosciamo fratelli e sorelle tutti e tutte coloro che il padre ha invitato, allora sarà una bellissima festa e nessuno rimarrà fuori.

lunedì 19 giugno 2017

Predicazione di Domenica 19 Giugno 2017 su Matteo 9,35-10,7 a cura di Daniel Attinger

Matteo 9,35-10,7

Annunciate: il Regno è vicino!
9,35 Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
36 Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai. 38 Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse».
10,1 Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità.
2 I nomi dei dodici apostoli sono questi:
il primo, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; 3 Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo d'Alfeo e Taddeo; 4 Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.
5 Questi sono i dodici che Gesù mandò, dando loro queste istruzioni:
«Non andate tra i pagani e non entrate in nessuna città dei Samaritani, 6 ma andate piuttosto verso le pecore perdute della casa d'Israele. 7 Andando, predicate e dite: "Il regno dei cieli è vicino"
  

Sorelle e fratelli carissimi,
Quindici giorni fa, abbiamo celebrato la festa della Pen­tecoste che ricorda il do­no dello Spirito santo, che è la forza che anima la Chiesa e ci conforma a Cristo stes­so. Ora il Cri­sto è per definizione colui che è stato inviato nel mondo per portarvi la salvezza, cioè la rivelazione dell’amore di Dio per tutte le sue creature. Allo stesso modo, lo Spirito santo man­da noi nel mondo per­ché diventiamo testimoni, là dove vi­viamo, di questo amore di Dio. È ciò che ci ricordano le let­ture di oggi.
Nella lettera ai Romani, Paolo ricorda che la salvezza è legata alla fede, e che la fede dipende dall’ascolto della Paro­la di Dio, e quindi da uomini e donne capaci di annunciare con le parole, certo, ma anche e soprattutto con la loro vita, la gioiosa notizia dell’amore di Dio. A niente serve parlare del­l’amo­re di Dio, se chi ne parla è scorbutico! La nostra parola sarà vera, se illustra o commenta il nostro modo di vivere.
Nell’evangelo di Matteo, che è il testo sul quale mi fer­merò oggi, ci vien detto da una parte che Gesù percorre le città e i villaggi della Galilea per an­nunciarvi l’evangelo del Regno, e poi, dopo che ha scelto i Dodici, li manda a fare, an­ch’essi la stessa cosa: devono proclamare che il Regno dei cieli è vicino.
La Chiesa dunque, noi, discepoli di Gesù, dobbiamo es­sere missionari. Non nel senso abituale di missione intesa come viaggio in terre pagane per proclamarvi l’E­vangelo Si tratta molto di più di essere, là dove siamo, dei testimoni viventi dell’E­vangelo. A questo riguardo è significativo che Gesù non dica nel nostro testo: “An­date per tutto il mondo e annunciate l’Evan­gelo”, come farà alla fine dell’Evangelo; qui sottolinea invece che i disce­poli non devono uscire da Israele: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Sa­maritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore per­dute della casa d'Israele”. Annunciare l’E­vangelo a casa nostra è anche missione!
Nel testo che abbiamo ascoltato vorrei sottolineare es­senzialmente due cose.
La prima è questa: appena dopo aver detto ai suoi disce­poli: “La messe è gran­de, ma pochi sono gli operai. Pregate dunque il Signore della messe che mandi degli operai nella sua messe”, Gesù dà dei poteri ai discepoli che ha scelto e li manda. Da ciò noi impariamo che pregare perché Dio mandi degli operai nella sua vigna, impli­ca che accettiamo di diven­tare noi stessi quegli operai. In altri termini, chiedere a Dio di suscitare delle vocazioni nella sua Chiesa, significa dire a Dio: “Eccomi, manda me!”, come fece Isaia quando Dio gli apparve nel tempio di Gerusalemme.
So bene che vi è qualcosa di praticamente impossibile se vogliamo essere reali­sti. Abbiamo tutti (o quasi) raggiunto un’età in cui non possiamo più fare missione attiva, se posso dire. Ma forse non è ciò che Gesù ci chiede qui, a Biella. La Parola di Dio è sempre Evangelo, anche per una comunità piccola in cui vi sono soprattutto persone anziane. Anche quando ci chiama ad essere portatori di Evangelo, non ci ca­rica di un peso insop­portabile: vuol suscitare in noi la gioia della salvezza. Ma come?
Permettetemi di ricordarvi che qui, a Biella, non siete gli unici cristiani. Vi sono altri evangelici, vi sono poi gli altri cristiani, cattolici o ortodossi – perché la comunità ortodos­sa di Biella non è indifferente! – con i quali possiamo im­parare a vivere la gioia dell’Evan­gelo. Non rinchiudiamoci nella no­stra iden­tità “valdese” e “evange­lica”. All’amore che sapre­mo vivere con questi altri cristiani, quelli che non cono­scono il Cristo e la miseri­cordia di Dio, scopri­ranno che possono anch’essi rientrare in quel popolo che Dio ama.
La seconda cosa che vorrei ritenere dall’Evangelo che abbiamo ascoltato è che fra i Dodici che Gesù ha scelto non vi sono, se posso dire così, dei “santi”: Pietro, al momento giusto, rinnegherà il Signore, Giacomo e Giovanni, sono quelli che in un momento di col­lera vorranno far scendere il fuoco della collera di Dio sui Samaritani, perché non li hanno accolti, Bartolomeo – probabil­mente lo stesso che l’evangelo secondo Giovanni chiama Natanaele – è un incorreggibile campanilista: è lui che dichiara, a proposito del villaggio vicino al suo: “Può forse venire qualcosa di buono da Naza­reth?” Se pensiamo ora a Tommaso, l’evangelo di Giovanni ci ricorda che era particolarmente incredulo: credeva solo a ciò che poteva toccare. Matteo poi era un esattore delle tasse, una specie di spremi­agrumi umano senza scrupoli di fronte alle sue vittime: per tutti il pubblicano era il tipo per eccel­lenza del peccatore. E non è finito! C’è anche Simone, il “Ca­naneo”; questo termi­ne non evoca forse gran che per voi, ma al tempo di Gesù era l’equivalente di “terrorista”. Infine c’è Giuda, del quale Matteo precisa fin dall’inizio che “fu colui che poi lo tradì”. Diamine! Gesù è decisa­mente mal accom­pagnato, eppure sono stati tutti scelti da Gesù stesso. Forse Gesù era privo di discernimento quando ha scelto i suoi di­scepoli? Certa­mente no! La sua scelta è esemplare!
Se Gesù ha scelto questi per essere i suoi discepoli – e il risultato, tutto somma­to, non è stato negativo: duemila anni dopo la Chiesa esiste ancora, suscita ancora delle vocazioni, converte ancora uomini e donne che, ad un tratto, trovano nel mes­saggio e nella vita di questo Gesù del quale parlano i cristiani e le Chiese, un senso nuovo alla loro vita –, se dun­que Gesù ha scelto questi uomini per essere i suoi discepoli, saprà anche cosa fare di noi, nono­stante ciò che siamo!
Non c’è dunque mai motivi per disperare. Ogni motivo invece è buono per ri­destare la forza del nostro impegno cristiano.
Allora ancora una parola: in questo contesto una cosa è particolarmente essen­ziale: la gioia! Due possono essere per la nostra vita di comunità le fonti di una gioia riscoperta: in primo luogo la condivisione della santa cena. Chia­mata in greco “euca­ri­stia”, la santa cena significa “rendimento di grazie”; se dunque è rendimento di grazie è perché suscita gioia, una gioia per la quale possiamo dire grazie a Dio. Sa­rebbe importante che la cena illumini ogni vo­stra dome­nica. In secondo luogo, la gioia nasce nelle feste – non nelle “so­lennità”, ma nelle feste giovanili, nelle feste contadine: là cioè dove ci si ritrova tra amici, dove c’è comunione. Se rimania­mo fra noi, la festa è atrofizzata e soffocata, rinchiusa nel nostro piccolo numero. Se condi­videremo le nostre feste con gli altri, allora ritroveremo la gioia di essere cristiani, amici del Si­gnore Gesù Cristo, che è benedetto ora e per i secoli dei secoli.

lunedì 17 aprile 2017

Predicazione della domenica di Pasqua di Resurrezione (16 aprile 2017) su Matteo 28,1-10 a cura di Marco Gisola

Matteo 28,1-10
1 Dopo il sabato, verso l'alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l'altra Maria andarono a vedere il sepolcro. 2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. 3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. 4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. 5 Ma l'angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. 6 Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. 7 E andate presto a dire ai suoi discepoli: "Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, ve l'ho detto».
8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli.
9 Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».


Secondo il Vangelo di Matteo, Maria Maddalena e l’altra Maria se ne stavano andando al luogo dove era sepolto Gesù “per vedere il sepolcro”. Non stavano andando a ungere il corpo di Gesù, come ci dicono invece i Vangeli di Marco e di Luca, perché, sempre secondo Matteo, il sepolcro di Gesù era sorvegliato da delle guardie.
Le guardie servivano a far sì che nessuno potesse andare a prelevare il corpo di Gesù e nasconderlo per poi poter dire che Gesù era risorto. Era quindi impensabile per Maria Maddalena e per l’altra Maria fare altro che non fosse mettersi lì davanti alla tomba e guardarla.
Accade a tutti, e sarà accaduto a tutti noi o quasi di andare al cimitero e mettersi a guardare una tomba di una persona cara e ripensare così a lei, ripensare al passato, alle cose fatte e vissute insieme. Forse lo stesso sentimento spingeva Maria Maddalena e Maria a recarsi alla tomba di Gesù.
Forse un po’ di malinconia, o tanta, le portava al sepolcro, con l’intenzione di mettersi lì davanti, ma non troppo vicino per non insospettire le guardie, e lasciare andare il ricordo indietro ai tempi in cui avevano camminato con Gesù, lo avevano ascoltato, avevano condiviso con lui il cibo, le discussioni e grandi speranze. Davanti a una tomba sembra proprio non esserci altro da fare che stare lì a guardarla, per guardare indietro.
Ma non solo davanti alle tombe; succede anche in molte altre situazioni di fermarsi e di stare lì a guardare con l’impressione di non poter fare nulla.
Erano andate a vedere una tomba Maria Maddalena e l'altra Maria. E hanno invece visto il risorto. Le donne vanno per vedere la tomba, ma poi – anche se qui non c’è il verbo vedere – vedono l’angelo; capiamo che lo vedono, perché il testo descrive il suo aspetto sfolgorante e la sua veste bianca.
Poi l’angelo le invita a vedere il luogo dove era sepolto Gesù, e infine vedono Gesù. E anche l’annuncio che le donne sono chiamate a portare ai discepoli contiene la promessa, che torna due volte, che i discepoli potranno vedere Gesù in Galilea.
In questo racconto il verbo “vedere” torna più volte e anche quando non c’è il verbo, Matteo ci fa capire che è molto importante dove si posa lo sguardo delle donne. Dalla tomba del loro amico e maestro, all’angelo, al luogo dove il corpo di Gesù giaceva, e poi ricevono la promessa che che potranno rivedere Gesù in Galilea e infine vedono, incontrano Gesù stesso.
Noi non abbiamo visto nulla di tutto ciò, né la tomba, né l’angelo, né il Risorto. Ma Maria Maddalena e l’altra Maria ci prestano i loro occhi, il loro sguardo diventa il nostro sguardo. Non lo sguardo degli occhi naturalmente, ma lo sguardo della fede.
A Pasqua risorge anche il nostro sguardo. Dal guardare una tomba, gesto carico di rassegnazione e di ricordi del passato, il nostro sguardo è portato a guardare il Risorto. Guardare una tomba è un’azione in cui si sta immobili, perché la tomba è per definizione il luogo dell’immobilità, dove la vita si è fermata. Guardare il Risorto invece mette in movimento.
Infatti dopo aver visto il Risorto, le due donne non stanno più lì a guardare – né la tomba, né altro – ma devono correre per annunciare quello che hanno visto. Così come i discepoli, che vedranno Gesù in Galilea, passeranno poi il resto del loro tempo a raccontare quello che hanno visto, ovvero che Gesù è risorto.
Ma non è tanto la visione del Risorto che mette in moto, bensì le parole del Risorto che mettono in moto. Poche persone hanno visto il Risorto (Paolo dirà più di 500, oltre i discepoli), moltissime, milioni e milioni hanno ascoltato le parole del Risorto, o meglio l’annuncio della Resurrezione.
La visione del risorto dura solo un tempo, mentre il messaggio che egli dà, la vocazione che egli rivolge, vale per tutti gli esseri umani e di tutti i tempi.
Il cuore del messaggio è ovviamente: “egli è risuscitato”. Questo annuncio fonda tutto il resto che viene detto, sia da Gesù, sia dall’angelo: le conseguenze pratiche del fatto che Gesù è risorto le troviamo nelle parole dell’angelo e di Gesù stesso.
L’annuncio, “egli è risuscitato”, è accompagnato da tre affermazioni, tre parole: l’incoraggiamento: “Non temete”. L’invio in missione, “andate a dire”, “andate ad annunziare”; e la promessa: “Gesù vi precede in Galilea”.
La prima parola, la prima conseguenza della resurrezione di Gesù è: “non temete”, è un invito a non avere paura, né della morte e nemmeno della vita, né degli altri e nemmeno di se stessi. Non avere paura significa non restare immobili, come le donne davanti alla tomba, ma fidare nell’intervento di Dio e credere che Dio stesso ci spinge ad agire per cambiare le cose.
E nel caso in cui – come capita a volte – una situazione è davvero immutabile, il “non temete” rimane un invito a non rassegnarsi comunque, perché il Signore continua a darci nuove mete, a chiamarci sempre su nuove strade dove troveremo sempre qualcosa da fare e qualcosa da cambiare.
La risurrezione di Cristo non è affatto un evento che riguarda solo la morte o solo l’aldilà, è un’azione di Dio che – come accade con le donne e poi con i discepoli – cambia la vita delle persone che ci credono, trasforma il loro sguardo, che non guarda più indietro, ma guarda avanti, senza paura.
La seconda parola e seconda conseguenza: “andate ad annunziare” è una vocazione. Chi crede e vive la risurrezione di Cristo è chiamato anche a dire, a comunicare la speranza che crede e che vive. Le donne corrono ad annunciarla, e il loro correre ci pone una domanda e ci chiede per cosa noi corriamo e cosa andiamo a dire al nostro prossimo.
Abbiamo una notizia straordinaria da dare: Gesù è risorto e con lui risorge la speranza, persino davanti alla morte. Se siamo credenti nella resurrezione di Cristo siamo portatori di buone notizie e di speranza, non di brutte notizie e di rassegnazione. Davanti alle brutte notizie, che non mancano mai, l’evangelo della resurrezione ci aiuta a non disperarci, ma a sperare e a lottare.
E ci invia a dire questa buona notizia a chi ne ha bisogno. La resurrezione di Cristo ci rende testimoni di speranza.
La terza parola, “Gesù vi precede in Galilea”, è la promessa. La Galilea è il luogo dove tutto è iniziato, dove Gesù ha chiamato i suoi discepoli, ha iniziato a predicare il regno di Dio e a fare i primi segni. Gesù riporta i suoi discepoli ai luoghi degli inizi.
Il messaggio della Pasqua è quindi che si può ricominciare, si può ricominciare in modo nuovo perché più nulla sarà come prima. Tutti noi abbiamo bisogno di questa possibilità di ricominciare, dopo i nostri fallimenti, dopo le rotture, dopo i conflitti, dopo le ferite che la vita a volte ci porta. Gesù Risorto ci dona questa possibilità.
Gesù dice anche a noi “non temete”, dice anche a noi “andate ad annunciare”, e precede anche noi verso nuove mete dove ci chiama a raggiungerlo, per ricominciare con lui.
Che il Signore mostri a ciascuno di noi, e alla nostra chiesa, dov’è che egli ci precede e dove ci prepara il nostro nuovo inizio, affinché anche noi non stiamo fermi a guardare noi stessi, ma andiamo dove lui ci chiama, senza paura, con speranza e fidando nella sua promessa di resurrezione.

sabato 15 aprile 2017

Predicazione del Venerdì Santo (14 aprile 2017) su Luca 23,33-43 a cura di Marco Gisola

Luca 23,33-43

33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra.
34 Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte.
35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!»
38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI.
39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».


Con questo culto siamo al centro, al cuore dell’evangelo: Gesù muore per noi, muore lui, innocente, per noi colpevoli. Gesù, innocente, condivide la sorte dei colpevoli per salvare i colpevoli. Su questo brano vorrei condividere con voi tre pensieri:

1. Le parole di Gesù «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» ci vogliono subito dire quale è, in Luca, il significato principale della sua morte: il perdono. La morte di Gesù è l’evento attraverso cui Dio perdona i colpevoli, cioè è un vero perdono di chi veramente ha sbagliato, di chi veramente ha fatto del male. Qui Gesù non sta parlando in generale, sta parlando di chi e sta perdonando chi in quel momento lo sta uccidendo…!
Nel racconto della crocifissione dn Luca il tema del perdono è centrale. Gesù perdona fino alla fine; al contrario di quel che ci dicono Marco e Matteo, secondo Luca Gesù non prega con le famose parole del salmo 22 “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”, non sembra provare angoscia o rabbia o paura, Gesù è pienamente in sé e svolge il suo compito fino alla fine: anche morendo perdona.

2. Gesù resiste alla tentazione di scendere dalla croce. Questo racconto ha una analogia con quello delle tentazioni di Gesù su cui abbiamo riflettuto alcune settimane fa.
Chi sta crocifiggendo Gesù dice: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!»; «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!». Proprio come nel racconto delle tentazioni c’è la parolina “se” che esprime la tentazione cui Gesù è sottoposto.
Se sei Dio, fai questo e quest'altro, cioè fai quello che voglio io. Se vuoi che creda in te, fai quello che voglio io. Le tentazioni del diavolo erano di altro genere, ma anche lì c’era questa specie di ricatto: se sei il figlio di Dio, fai questo, fai quell’altro. Se non lo fai, non sei il figlio di Dio.
Salva te stesso, gli dicono qui. Ma Gesù non è venuto per salvare se stesso, è venuto per salvare altri, per salvare noi. È venuto a fare il contrario di quello che gli esseri umani (e il diavolo nel racconto delle tentazioni) gli chiedono: è venuto non a salvare se stesso, ma a dare se stesso, la sua vita, per salvare altri, non a salvare se stesso a scapito di altri, come in genere fanno gli esseri umani.
Perché lo insultano in questo modo? Perché chi crocifigge Gesù è convinto che Gesù sia un finto messia, cioè sia un bugiardo quando dice di essere il figlio di Dio. Perché pensano sa un finto messia? Perché secondo gli ebrei che hanno respinto Gesù il messia doveva essere potente, doveva essere forte e hanno creduto questo ancora fino alla domenica delle Palme, quando lo hanno accolto trionfalmente.
E per i romani, che non credevano nel messia, vale però lo stesso discorso: un re doveva essere un re forte e potente, altrimenti non era un re, era un impostore.
Gesù non cede alla tentazione della forza, rimane debole fino alla fine, per questo è (umanamente) sconfitto, crocifisso, punito per questa sua pretesa bugiarda.
Che Gesù non dicesse bugie, che Gesù era veramente il messia, ce lo dice solo la sua resurrezione il mattino di Pasqua, che però di nuovo non è per nulla evidente, non è una manifestazione di forza evidente a tutti (infatti alcuni crederanno che il corpo sia stato rubato).
Che Gesù è il figlio di Dio ce lo dice, paradossalmente, la croce. Pasqua conferma la croce, a risuscitare sarà il crocifisso, non qualcun altro.
La regalità di Cristo ci viene rivelata solo nella croce e poi nella Pasqua. Sulla croce c’è l’iscrizione che hanno fatto scrivere i romani (Giovanni ci dice Pilato stesso): “Questo è il re dei Giudei”.
Questa scritta è allo stesso tempo ironica e profetica. Ironica, perché scrivere sopra la testa di un uomo che viene crocifisso che è re è una grossa umiliazione. Ma anche profetica, perché chi crede in lui sa che Gesù è veramente re, anche se il suo regno non è di questo mondo. Pilato è involontariamente profeta e dichiara a tutto il mondo che Gesù è re…!
Gesù non cede alla tentazione, che noi gli poniamo, di usare la forza per dimostrare la sua messianicità, ma sceglie la via della debolezza, che chiede la nostra fede. Sia la croce, sia la Pasqua chiedono la nostra fede, la nostra fiducia, perché non sono evidenti. Non è la forza dell’evidenza quella che usa Gesù, è un’altra forza, quella del dono e del perdono. Una forza che vede e crede solo chi lo incontra.

3. Tra i tanti che lo insultano, c’è anche uno dei due cosiddetti ladroni. Potrebbero essere degli zeloti, cioè dei rivoluzionari che volevano ribellarsi con la forza contro i romani, oppure potrebbero essere criminali comuni, dei comuni ladri.
Dei due uno lo prende in giro come molte altre persone, anche lui lo invita a salvare se stesso. l’altro invece non solo non insulta Gesù, ma gli fa una domanda inconsueta che sembra dirci che lui ha capito chi Gesù è veramente: gli chiede: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!».
Il malfattore “buono” non chiede che Gesù scenda dalla croce, ma chiede di partecipare al suo regno e sembra capire che il regno passa attraverso la croce. “Regno” è stata la parola centrale della predicazione di Gesù e il malfattore sembra riconoscere che Gesù è portatore di un Regno nuovo e diverso da tutti i regni.
A riconoscerlo come re mentre sta per morire è un povero criminale, condannato a morte anche lui nel medesimo modo, un crocifisso come lui, riconosce nel Gesù crocifisso il re, cioè il messia, e gli chiede di far parte del suo regno.
Questo uomo, crocifisso insieme a Gesù, è l’ultimo essere umano che gli rivolge la parola, l’ultimo con cui Gesù ha un dialogo; il racconto proseguirà raccontando la morte di Gesù. Gesù pronuncerà ancora una frase, ma sarà rivolta a Dio, a cui dirà una parola piena di fiducia: “Padre nelle tue mani rimetto il mio spirito”.


L’ultimo dialogo di Gesù con una persona contiene una implicita confessione di fede, perché se l’uomo chiede di poter entrare nel suo regno è perché ci crede, e allo stesso tempo una preghiera, a cui Gesù risponde con la promessa: «oggi tu sarai con me in paradiso».
Paradiso è un parola che nella Bibbia troviamo soltanto tre volte (2 Corinzi 12:4; Apoc, 2,7); viene dalla lingua persiana, e indica un giardino. Con questa parola greca, la traduzione greca dell’AT chiama il giardino di Eden di Genesi 2.
Così evidentemente si immaginavano l’aldilà gli ebrei che credevano alla resurrezione.
C’è quindi un annuncio del regno che Gesù fa un attimo prima di morire. E a chi la fa? Non a un discepolo, ma uno sconosciuto, un ladruncolo (o uno zelota, la sostanza non cambia) che glielo chiede in una specie di preghiera.
Il re del regno di Dio, il messia figlio di Dio, accoglie nel suo giardino, promette il suo regno a un malfattore, che glielo ha chiesto.

Questo ci dice che non è mai tropo tardi, per chiedere a Gesù il suo perdono. E nessun uomo, nemmeno il più colpevole, è escluso dalla possibilità di chiederglielo. Come ci dice Luca, nemmeno un delinquente crocifisso accanto a Gesù è escluso dal chiedergli grazia e dall’ottenere la grazia di Dio.
La parola di oggi ci dice che non è mai troppo tardi per chiedere il perdono di Dio e che non c’è nessuno che ne è escluso a priori: questo è l’evangelo della settimana santa e di Pasqua.
Che il Signore ci dia di cogliere tutti i giorni che “oggi” - come dice Gesù al malfattore - è il momento giusto per chiedere a Dio di accoglierci nel suo regno. La risposta sarà anche per noi: “oggi sarai con me in paradiso”.