domenica 15 gennaio 2017

Predicazione di domenica 15 gennaio 2017 su Giovanni 2,1-12 a cura di Daniel Attinger


Il primo segno di Gesù

Giovanni 2,1-12

letture: Osea 2,21-25; Apocalisse 21,9-14

1 Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù. 2 E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 Gesù le disse: «Che c'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta». 5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». 6 C'erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 7 Gesù disse loro: «Riempite d'acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all'orlo. 8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l'acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».
11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.
12 Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni.


Tradizionalmente, dai primi secoli del cristianesimo, sono stati associati alla festa dell’Epi­fania che avete ricordato domenica scorsa tre misteri, o tre manifestazioni:
– la manifestazione di Cristo al mondo pagano, attraverso l’apparizione della stella e la visita dei magi d’Oriente,
– la manifestazione a Israele, attraverso il battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista e la voce celeste che lo proclama: “mio figlio, amato”,
– e la manifestazione ai discepoli, attraverso il miracolo avvenuto durante le nozze a Cana; quello del dono di un’abbondanza di vino, testo che si conclude, come abbiamo sentito con le parole: “Gesù fece questo primo dei suoi segni in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2,12).
Ecco perché ho scelto di centrare la mia predicazione su questo miracolo. Faccio però subito notare che parliamo solitamente del “miracolo di Cana”, mettendo così l’accento sulla straordinarietà dell’evento, e ci chiediamo magari come Gesù abbia fatto per cambiare l’acqua in vino, o addirittura se possiamo credere in un tale miracolo che, per di più, offende la sensibilità degli astemi! L’evangelo di Giovanni però non parla di “miracolo”; usa sempre, per parlare dei prodigi compiuti da Gesù, del termine “segno”. Ora, lo sappiamo, un segno è un indicatore: indica qualcos’altro. È ciò che ricorda un celebre proverbio cinese: “Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito!”. Interrogarci sul come dell’atto di Gesù è fuorviante; dobbiamo invece interrogarci su che cosa questo segno indica. E l’evangelo ce lo rivela subito: indica la “gloria” del Cristo. Ma in che senso questo gesto è portatore di una tale rivelazione?
Senza pretendere di esaurire i significati di questo episodio così ricco di significati che occorrerebbe molto più tempo per scoprirne tutti i sensi, vorrei accennare solo a tre dimensioni particolari di questo evento, che sono anche tre ingredienti della gloria di Cristo.
Anzitutto, questo racconto parla della partecipazione di Gesù a una festa. Cana è oggi una città di circa 20000 abitanti, ma allora era un villaggio forse appena più grande di Nazareth, dal momento che a Cana si disprezzavano i Nazareni: “Può forse venire qualcosa di buono da Nazareth?” (Gv 1,46) aveva chiesta Natanaele quando Filippo gli aveva parlato di Gesù. Nel villaggio, c’è festa per due giovani che si sono sposati. Come avviene ancora oggi nei villaggi dell’Oriente, quando una famiglia è in festa, tutto il villaggio partecipa alla festa. Così, a questa festa era stata invitata Maria, la madre di Gesù, ma anche Gesù e i suoi discepoli. Il gesto che Gesù compie, su richiesta della madre, di provvedere ad un tratto a fornire un’enorme quantità di vino (si tratta di circa 600 litri di vino!) mostra che Gesù vuole che la festa possa continuare nella gioia; Gesù non viene a guastare le nostre feste con la serietà di colui che annuncia cose importanti. Per lui, oggi, è importante che gli sposi possano far festa con i loro commensali. Poco importa come Gesù abbia potuto cambiare l’acqua in vino: l’importante è l’offerta di un vino a profusione… e di un vino eccellente fino alla fine, perché la festa sia riuscita e la gioia sia piena. In questo Gesù rivela qualcosa della sua gloria: essa consiste nel trovare il modo di ren­dere gli esseri umani felici e gioiosi. Dio non è un guastafeste; Dio si rallegra quando ci vede nella gioia, perché il nostro Dio è un Dio gioioso. Ce lo ricorda quella parabola dei talenti in cui i servi che hanno messo a profitto i beni ricevuti sentono il Signore dichiarare: “Bene, servo buono e fedele … entra nella gioia del tuo Signore!” (Mt 25,21.23). Ecco una dimensione di Dio che noi, protestanti, abbiamo forse un po’ tendenza a dimenticare; rischiamo di prenderci troppo sul serio! Accogliamo quindi questo sorriso di Dio manifestato a Cana: il nostro è un Dio che ama la gioia!
Ma vi è un’altra manifestazione in questo racconto: prima di procedere al dono del vino, Gesù dà ordine ai servitori di riempire di acqua sei recipienti che servivano per la purificazione dei Giudei. Se Giovanni sente il bisogno di precisare che questi recipienti avevano un ruolo cul­tuale, ci dev’essere un motivo. Non si tratta solo di indicare la grandezza di queste giare, dal momento che essa viene specificata: due-tre misure, cioè tra 70 e 100 litri ciascuna. Con il suo gesto Gesù intende dire che ora non c’è più bisogno di acqua per rendersi puri davanti a Dio, l’acqua non serve più; ciò che invece conta è la gioia dei commensali: essa è espressione della purezza che si credeva di ottenere attraverso le abluzioni. Ma quella gioia, non è solo quella provocata dal vino, è invece la gioia che viene dal Cristo: è lui, con la sua presenza, con la sua parola, e le sue azioni … anzi con la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione che ci rende puri e ci permette di stare alla presenza di Dio nella consapevolezza di trovare in lui non un giudice che fa paura, ma un padre ricco di tenerezza.
Ma vi è ancora una terza manifestazione, più difficile da afferrare, ma essenziale al nostro episodio. In Giovanni, Maria, la madre di Gesù, appare solo qui e alla fine dell’evangelo, quan­do Gesù è sulla croce. Questo lascia sottintendere che esista una relazione tra questi due episo­di, tanto più che qui come là, il nome di Maria non è pronunciato, ma si parla solo della “madre di Gesù” e, fatto più notevole ancora, in entrambe le scene Gesù si rivolge alla madre chiaman­dola “Donna!”. “Che c’è fra te e me, o donna?” e, sulla croce, vedendo sua madre e il discepolo amato, Gesù dichiara: “Donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26). Infine, notiamo che è a Cana, du­rante quelle nozze, che Gesù accenna per la prima volta alla sua ora, di cui sappiamo, per il resto dell’evangelo, che è proprio l’ora della croce. Allora quale relazione esiste tra quel matri­monio di Cana e la morte di Cristo sulla croce?
Per comprenderla è importante rilevare che qui Gesù partecipa a un matrimonio, ma stra­namente, non si parla affatto della sposa, e lo sposo è solo appena nominato. In realtà, le due figure importanti dell’episodio sono Gesù e sua madre, come al momento della morte di Gesù. Qui, a Cana, Gesù non si rivolge solo a Maria chiamandola “donna”, cosa tutto sommato piut­tosto strana sulle labbra di un figlio, ma Gesù sembra anche non riconoscere alcun legame fa­miliare con Maria: “Che c’è fra te e me?”. Sembra che attraverso questo procedimento l’evan­gelista intenda innescare un discorso simbolico, come se dicesse: Non fermatevi alla relazione madre-figlio; guardate piuttosto a quell’altra relazione: quella che esiste tra l’Uomo – quello ve­ramente autentico, come Dio lo vuole: Gesù – e la Donna – quella che Dio cerca fin da princi­pio per farne la sua Sposa: quella di cui parla Dio nella profezie di Osea che abbiamo ascoltato, quella di cui parla anche l’altro testo che abbiamo letto nell’Apocalisse –.
Ebbene, proprio questo sposalizio avviene sul Golgota; è là che l’Uomo – così Pilato ha presentato Gesù alla folla: “Ecco l’Uomo!” (Gv 19,5) –, il nuovo Adamo si unisce alla Donna-madre, la nuova Eva; e da questa unione nasce il primo figlio, il discepolo amato: “Donna, ecco tuo figlio!”, che è figura di ogni cristiano. Certamente, la croce rimane un orrido supplizio, ma nella fede Giovanni ha saputo vedervi la sorgente da cui nasce la Chiesa, la Sposa dell’Agnello. E noi, figli di queste nozze, diventiamo in questo modo parte della gloria stessa di Cristo!
Allora, nonostante la nostra debolezza e piccolezza, non cessiamo di rendere grazie a Dio e al Figlio suo che ci ha amati fino a dare per noi la sua vita. A Lui, lode e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

lunedì 9 gennaio 2017

Predicazione di domenica 8 gennaio 2017 su Matteo 2,1-12 (Culto dell'Epifania) a cura di Massimiliano Zegna

Matteo 2,1-12
 
1 Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode. Dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: 2 «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
3 Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5 Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
6 "E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele"».
7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; 8 e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch'io vada ad adorarlo».
9 Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra. 10 Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. 12 Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un'altra via.

Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode. Dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
"E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele
"».
Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch'io vada ad adorarlo».
Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra. Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un'altra via.

L'arrivo dei Magi nel brano dell'Evangelo di Matteo è una pagina stupenda che ha dato origine a interpretazioni belle e fantasiose. In essa sono racchiuse molte ed importanti vicende che meglio fanno comprendere la storia di Gesù Cristo dal momento della nascita fino a quella che è chiamata l'Epifania ossia la manifestazione alle genti, a tutto il mondo della venuta del figlio di Dio.
Essendo la data dell'Epifania il 6 gennaio che si è celebrata quest'anno venerdì scorso, dopo essermi consultato con il pastore Marco Gisola, ho pensato di ricordare questo avvenimento nella domenica successiva, ossia oggi 8 gennaio, utilizzando le letture proposte da “Un giorno, una parola” appunto di venerdì scorso del lezionario comune riveduto che è una raccolta di testi per il culto compilati negli Stati Uniti da un comitato ecumenico di cui fanno parte protestanti e cattolici e adottato ufficialmente dalle principali denominazioni protestanti di tutto il mondo.
Del resto la questione delle date è abbastanza relativa in quanto la vera nascita di Gesù secondo studi più approfonditi storicamente risale tra il 7 e il 5 avanti Cristo, anche perché lo stesso regno di Erode il grande avviene tra il 37 e il 4 avanti Cristo. Anche la stessa data del 25 dicembre per la nascita di Gesù è stata stabilita in tempi successivi e così nel mondo occidentale si è deciso per convenzione di celebrarlo in questa data mentre da parte dei cristiani ortodossi si celebra il 6 gennaio per la nascita di Gesù e in tempi successivi per l'Epifania (quest'anno è il 19 gennaio). A noi non importa però verificare le date esatte in quanto la nostra lettura dei Vangeli si basa su criteri che vanno al di là degli avvenimenti storici.
Il fatto che Gesù nacque a Betlemme è frutto della profezia di Michea che nel capitolo 5 ai versetti da 1 a 4 si legge: “Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni. Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire, partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli di Israele. Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all'estremità della terra. Sarà lui che porterà la pace".
Dalle parole di Matteo che richiama quelle del profeta Michea è richiamato il primo segnale di umiltà che si esprime in Gesù Cristo. Non nascere in una grande città, come poteva essere per un re, ma nella mangiatoia di un piccolo paese come poteva essere per un pastore. Eppure allora che non c'erano i moderni mezzi di comunicazione per cui un avvenimento così grande sarebbe stato diramato in tutto il mondo dalle televisioni, dai giornali, da internet vi era però una stella e dei messaggeri importanti.
La stella può essere visibile da tutto il nostro pianeta e non solo e i Magi arrivavano dall'oriente probabilmente dalla Mesopotamia, dall'Iraq ed erano dei Magi, degli scienziati, degli astronomi che scrutavano il cielo con i mezzi di allora. Hanno visto comunque un segnale importante che era un segnale rivolto appunto non solo alla gente che viveva nei territori di Giuda e di Israele ma a tutte le genti del pianeta, e come diceva il profeta Michea “egli sarà grande fino all'estremità della terra”.
Questo avvenimento provoca turbamento in Erode che era il potente dell'epoca chiamato appunto il Grande.
Quindi anche Erode conosceva il passo biblico in cui si dice che da Betlemme uscirà dominatore in Israele, grande fino all'estremità della terra.
Ecco due atteggiamenti contrapposti nei confronti della nascita di Gesù: da un lato i Magi quando videro la stella si rallegrarono di grandissima gioia e partirono dall'Oriente per andare ad adorarlo e a porgere i loro doni; dall'altro Erode che quando seppe della nascita di un bimbo che temeva potesse diventare suo rivale nel regno decise di fare strage di tutti i bimbi che erano nati in quel periodo.
Ma i Magi ebbero un sogno premonitore e non tornarono da Erode per informarlo su dove si trovava il bimbo che avevano visto.
Un altro importante segnale per comprendere la venuta dei Magi e l'epifania di Gesù è il versetto 4 del capitolo 60 del profeta Isaia in cui si legge: “Alza gli occhi e guardati attorno: tutti si radunano e vengono da te; i tuoi figli giungono da lontano, arrivano le tue figlie, portate in braccio”.
Nell'Evangelo di Luca l'annuncio della nascita di Gesù avviene in un modo diverso ma altrettanto significativo: in Matteo vi sono i Magi che partono da Oriente e giungono fino a Betlemme, in Luca vi sono i pastori.
Desidero leggere i passi dell'Evangelo di Luca che riguardano la nascita di Gesù al capitolo 2 versetti 8 – 20
In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia"».
E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!»
Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato loro annunciato”.
Ed ora vorrei, come faccio solitamente, leggere un brano di una predicazione sul testo di Matteo che il pastore Salvatore Ricciardi aveva fatto
Gli scienziati venuti dall’Oriente. racconta Matteo, si inginocchiano davanti a Gesù, e lo adorano. Mettono ai piedi di Gesù la loro scienza, e poi ripartono. Tornano ai loro paesi, alle loro pergamene, ai loro cannocchiali, alle loro osservazioni, ai loro calcoli. Resta però difficile pensare che, dopo aver riconosciuto nel bambino di Betlemme il re dell’universo, e dopo averlo adorato, essi possano ancora conservare una visione assolutamente sacrale, idolatrica, della loro scienza. Essi hanno compreso che tutto va sottoposto al potere di quel bambino che è il Signore, che è il criterio, il metro di giudizio della scienza e di tutto quel che accade nel mondo. I Magi trovano in Gesù, e solo in lui, il senso, e forse anche il limite della loro ricerca. Non voglio dire che la sottomissione a Gesù debba costituire una limitazione alla cultura. Voglio dire che in Gesù va scoperta una cultura del limite e che con l’inerme Gesù, che da adulto si è voluto assimilare ai più deboli del mondo, va confrontato ogni delirio di onnipotenza.
I Magi ci fanno pensare che la scienza può (e spesso non è) neutrale, ma corre il rischio di essere asservita al potente di turno, politico o religioso che sia. Essi sono rimasti però uomini liberi, perché hanno trovato in Gesù, e in lui soltanto, il metro della loro vita e della loro ricerca. Ci dia il Signore di comprendere il senso della loro scelta”
Che cosa rappresentava allora la stella apparsa sopra i cieli che hanno portato i Magi e i pastori a Betlemme. Questa stella è l'Evangelo che ancora oggi conserva la sua validità e la sua indicazione di pace e di fratellanza. Oggi è un messaggio che è ancora molto lontano e quasi impossibile. Spesso ci chiediamo. Come possiamo influire noi piccoli esseri umani nei confronti dei potenti della terra che per dimostrare la loro potenza si misurano in base alle guerre che stanno provocando.
Quanti bimbi innocenti come quelli sterminati da Erode dovranno morire per far terminare gli odi e la sete di potere?
Probabilmente ci vorranno ancora molti anni, ci vorranno ancora molte lacrime in tutto il mondo dove si combatte ma fino a quando vi saranno persone come noi in questa piccola chiesa che si riuniranno per adorare il Signore, che ha voluto dimostrarci che si può essere grandi ed umili contemporaneamente, la speranza ci sarà. A volte sembrerà un lumicino ma non dobbiamo perderci d'animo perché questo lumicino può diventare una fiaccola più grande se sapremo, come avviene nelle gare di staffetta, consegnarlo ad altre persone. Grazie Signore per avere la forza di trasmettere questo messaggio dell'Evangelo. Amen




mercoledì 4 gennaio 2017

messaggio di apertura della marcia della pace Biella-Oropa del 31 dicembre a cura di Marco Gisola

I messaggi rivolti ai partecipanti alla marcia della pace Biella-Oropa del 31 dicembre 2016 (uno all'apertura e due nelle due tappe della marcia) sono stati curati dal gruppo ecumenico che ha preparato la giornata ecumenica per il creato nel mese di settembre. Il messaggio di apertura è stato a cura del past. Marco Gisola. Poiché il tema della giornata era la nonviolenza, il testo scelto è stata la parola di Gesù sull'amore per i nemici, tratta dal Sermone sul monte.


Matteo 5,43-48
Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.


Amate i vostri nemici”: Queste parole di Gesù non sono un invito a un ingenuo buonismo. Queste parole di Gesù sono un invito alla conversione, nel senso letterale del termine “conversione”, e cioè: cambiamento di mentalità.
Gesù invitando all’amore per i nemici, vuole che eliminiamo dalla nostra mente e dal nostro cuore l’idea, il concetto di “nemico”.
La storia ci insegna che per intraprendere una guerra, un attacco o un aggressione bisogna prima che chi vuole fare la guerra, chi vuole attaccare o aggredire qualcuno si convinca che quel qualcuno sia un suo nemico. Prima si costruisce l’idea del nemico e poi, allora, si può fare la guerra, perché c’è un nemico da combattere. È accaduto così con gli ebrei: prima di arrivare alla tragedia della Shoah nel secolo scorso, si è costruita per secoli l’idea che essi fossero dei nemici, che per l’ideologia nazifascista sono diventati “i nemici” per eccellenza. È accaduto così migliaia di volte nella storia e accade ancora oggi.
Spesso c’è anche una tappa intermedia: prima di indicare una persona o un gruppo di persone come “nemico” o “nemici”, li si bolla spesso come “diversi”, cosicché l’essere “diverso” è la prima tappa sulla strada per diventare un “nemico”. Il diverso è un potenziale nemico, e quindi dall’essere “diverso” all’essere “nemico” il passo è breve.
Gesù dice “Amate i vostri nemici”. Che cosa vuole dirci Gesù con queste parole? A mio parere, non vuole parlare ai nostri sentimenti, non dobbiamo intendere “odio” e “amore” come sentimenti. Dobbiamo piuttosto intenderli come modi di vedere il prossimo, per questo ho usato la parola conversione: Posso vedere il mio prossimo appunto come un nemico – o come un diverso, che come dicevamo è un potenziale nemico – oppure no.
La strada che Gesù ci indica è quella di non guardare all'altro, al prossimo come a un nemico; e non è solo la strada che Gesù ci indica, ma è la strada che Gesù ha praticato, non considerando nemici nemmeno coloro che lo stavano uccidendo.
Ma, ripeto, non è ingenuo buonismo. Gesù sa che esistono persone giuste e persone ingiuste, azioni giuste e azioni ingiuste. Infatti dice che Dio “fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”, dunque è chiaro che vi sono malvagi e buoni, giusti e ingiusti.
Vi sono azioni e idee che vanno condannate, perché contrarie all’evangelo. Ma condannare un’azione (per esempio il recente attentato di Berlino) è ben diverso dall’usare questo evento tragico per costruirsi l’idea di un nemico (per esempio: i musulmani sono nostri nemici).
Inoltre, la Parola di Dio ci insegna a distinguere tra il peccato e il peccatore. Questa distinzione ci aiuta a evitare di costruirci troppo facilmente l’idea del nemico.
Scegliere di non vedere il prossimo come un nemico è il primo passo verso una mentalità nonviolenta. La nonviolenza non è rinunciare a rivendicare i propri diritti, tutt'altro: è un metodo (ed è prima di tutto appunto una mentalità, un modo di vedere il prossimo) che intende rivendicare i propri diritti attraverso metodi che non usano la violenza, cioè che non mirano a distruggere l’altro perché non lo considerano un nemico.
In realtà, l’obiettivo che ci propone la Parola di Dio va ancora oltre, perché l’obiettivo è la riconciliazione, ovvero la pace. Cristo è morto e risorto perché noi fossimo riconciliati con Dio e chiede a noi di essere ministri di riconciliazione tra gli esseri umani (2 Corinzi 5).
È un obiettivo molto alto, che non sempre si raggiunge, o forse raramente si raggiunge, ma che da cristiani non possiamo non tentare di raggiungere: la riconciliazione, ovvero trasformare i nemici in amici.
L’amore per il nemico, ovvero iniziare noi stessi, noi per primi, a non considerarlo più un nemico, è il primo passo per trasformarlo in amico. Obiettivo molto difficile, lo so. Ma è l’obiettivo di Dio. E Gesù ci chiede: “siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste”, ovvero ci chiede di volere ciò che Dio vuole, di fare nostri gli obiettivi di Dio. Gesù sa che ci sta chiedendo una cosa difficile. Ma sa anche che è proprio di questo che abbiamo bisogno per vivere bene e per vivere in pace.

martedì 3 gennaio 2017

Predicazione di domenica 1 gennaio 2017 su Colossesi 3,12-17 a cura di Marco Gisola

Colossesi 3,12-17
Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell'amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti.La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui.


Queste parole di Paolo si trovano quasi alla fine della sua lettera ai Colossesi, sono quindi una delle ultime cose che l’apostolo scrive a questa comunità. È, come avete sentito, una serie di esortazioni, di indicazioni che l’apostolo dà alla sua chiesa.
Vorrei dividere in tre parti questo brano per vedere insieme a voi che cosa Paolo dice alla chiesa di Colosse; potremmo dire: che cosa Paolo chiede ai Colossesi di fare o di essere per essere insieme una chiesa, cioè un luogo dove l’evangelo è ascoltato e vissuto.

1. la prima indicazione è di rivestirsi “di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza”, di “sopportarsi” gli uni gli altri e “perdonarsi” a vicenda. E ancora, scrive Paolo, “al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell'amore che è il vincolo della perfezione”.
Non sono solo esortazioni a comportarsi bene o a essere buoni. L’apostolo chiede alla sua comunità, in pratica, di comportarsi come si è comportato Gesù.
A prima vista sembrano saggi consigli molto umani, quelli che Paolo dà qui alla sua comunità. In effetti, chiunque potrebbe consigliare ad altri di vivere con misericordia, con benevolenza, con umiltà, con mansuetudine, con pazienza, chiunque potrebbe invitare a vivere sopportandosi gli uni gli altri e perdonandosi a vicenda.
Ma non possiamo non leggere queste parole senza Gesù, come del resto emerge subito dopo. Non sono virtù umane quelle che consiglia l’apostolo, ma invita la comunità a vivere le relazioni al suo interno nel modo in cui Gesù ha vissuto le relazioni con le persone che ha incontrato.
Sono dunque le relazioni, quelle di cui Paolo si preoccupa in questa lettera. Paolo sa che la chiesa nasce dall’ascolto della Parola e nasce e vive per opera dello Spirito Santo,
ma sa anche che la Parola e lo Spirito creano relazioni di fraternità nella chiesa, che non è un’associazione culturale o ricreativa (per quanto bene facciano le associazioni culturali e ricreative nella nostra società...)
La chiesa non dipende dalla nostra bontà o dalla nostra buona volontà, dipende dalla Parola che lo Spirito ci aiuta ad ascoltare e a vivere. Ma ascoltare insieme la Parola e l’azione dello Spirito sulla comunità, crea relazioni comunitarie, che a noi è chiesto di coltivare.
Queste relazioni tra noi, che non ci siamo scelti, che siamo tutti diversi e diverse, che abbiamo su molte cose opinioni e posizioni diverse, queste relazioni tra noi sono un dono che il Signore ci fa e che ci è chiesto di coltivare attraverso la pratica della misericordia, della benevolenza, dell’umiltà, della mansuetudine, della pazienza, qualche volta anche della sopportazione e sempre attraverso la pratica del perdono e sopratutto, come dice Paolo, l’amore.
Dobbiamo anche essere consapevoli che – oggi più di ieri - queste relazioni sono la prima testimonianza che diamo della nostra fede. Se qualcuno dovesse voler provare a fare un pezzo di strada con noi e non trovasse buone relazioni tra di noi, potrebbe anche trovare l’apostolo Paolo in persona a predicare da questo pulpito, potrebbe anche trovare i migliori biblisti a tenere gli studi biblici, ma se non trovasse l’amore e tutte le altre cose che Paolo elenca, probabilmente se ne andrebbe in fretta altrove.


2. La seconda indicazione è al v. 16. Paolo scrive: La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente. Poiché non è la nostra buona volontà che fa la chiesa, abbiamo bisogno di ascoltare abbondantemente la Parola di Cristo, che è in grado di convertire la nostra volontà e orientarla verso la volontà di Dio.
Senza Parola non c’è la chiesa. Se è vero quello che dicevo poco fa, che oggi le persone desiderano andare a pregare in luoghi dove sono ben accolte, dove c’è un clima caloroso e fraterno e non dove si litiga sempre, è vero anche che non bastano le buone relazioni per fare la chiesa.
Ci possono essere relazioni fondate sull’amore e sull’aiuto reciproco in un gruppo di amici, nell’associazione di volontariato o nel gruppo di trekking del CAI, ottime relazioni che non fanno ovviamente di questi gruppi una chiesa.
La chiesa c’è dove c’è la Parola. Ce lo ha insegnato la Riforma, che in questo 2017 che oggi inizia ricorderemo molte volte. Come qualunque essere vivente ha bisogno di acqua per vivere, la chiesa per vivere ha bisogno della Parola, altrimenti muore.
Se una chiesa fosse ricca di riti molto coinvolgenti, ricca di cultura e ricca di impegno sociale, ma fosse povera della parola di Dio, sarebbe una chiesa più di nome che di fatto. Se invece una chiesa è ricca della Parola ascoltata, meditata e pregata e questa Parola genera voglia di conoscere, e quindi cultura, genera riti ricchi della Parola stessa e di risposta alla Parola nella preghiera, genera forza e entusiasmo per dare la propria testimonianza nella società in cui si vive, allora sì che sarebbe chiesa di nome e di fatto.
Da anni diciamo che la nostra chiesa è in crisi e forse nessuno ha la ricetta giusta per uscire dalla crisi. Nemmeno io, ovviamente, ma sono persuaso che non ne usciremo puntando di meno sulla Parola, ma ne usciremo, forse, solo mettendo sempre di più la Parola al centro della nostra vita di chiesa e di singoli. Non con meno Parola, ma solo con più Parola possiamo sperare di avere un futuro.


3. E infine c’è l’ultimo versetto, il versetto della domenica: Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui.
Qualunque cosa facciate…, fate ogni cosa… L'apostolo è convinto che Gesù – per dirla con parole molto terra terra – c’entri in tutto ciò che facciamo e diciamo: “parole o opere...”.
La venuta di Gesù, che abbiamo celebrato a Natale, mette fine alla più grande tentazione della religione: relegare Dio nelle cose della religione, nelle cose di chiesa, nelle mura della chiesa.
Tentazione presente in ognuno di noi, perché tutti noi siamo tentati dall’idea che vi sono cose, vi sono ambiti in cui Dio non c’entra. Che cosa c'entra Dio quando faccio la spesa, quando devo chiamare un idraulico perché il rubinetto perde o nell’assemblea condominiale?
L'apostolo ci dice che Gesù c’entra anche lì, perché in tutto ciò che facciamo possiamo vivere quelli che l’apostolo chiamava i “sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza”… di sopportazione e perdonando, oppure no, oppure lasciar prevalere l’egoismo, la rabbia e l'orgoglio.
In ogni cosa che faccio – dalla spesa all’assemblea condominiale – posso far prevalere sentimenti di giustizia e la ricerca della pace, oppure fregarmene degli altri e pensare solo a me stesso.
Fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù” possiamo interpretarlo come: fate ogni cosa secondo la volontà di Gesù, fate ogni cosa come la farebbe Gesù.
Ogni cosa che fai e che dici, guarda il prossimo che hai davanti come colui per cui Gesù è nato, è vissuto ed è morto e risorto. Il prossimo che hai davanti – chiunque egli o ella sia – non è nulla di meno di questo: colui o colei per cui Cristo è morto e risorto.
Questo è il nostro culto quotidiano, questo è il nostro adorare e celebrare il Signore: rivedere nel prossimo colui o colei per il quale Cristo è morto. In questo modo Gesù è presente in tutto ciò che facciamo. Nel prossimo che grazie a Gesù diventa nostro fratello, nostra sorella, perché Cristo è venuto ed è morto ed è risuscitato per lui o per lui tanto quanto per me.
Nel nome del Signore Gesù” non vuol dire che dobbiamo nominare Gesù in ogni cosa che facciamo. Vuol dire che dobbiamo ricordarci che Gesù c’entra con qualunque persona veniamo in relazione.
Di questo dobbiamo essere grati. L’apostolo due volte parla di ringraziamento in questo brano, anche nell’ultima frase che abbiamo appena commentato: “fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui”.
Fai ogni cosa nel nome di Gesù, ringraziando, ci dice Paolo. Possiamo essere riconoscenti per i molti doni di Dio, riconoscenti per i fratelli e le sorelle che il Signore ci mette accanto, riconoscenti che in Gesù riceviamo un senso e uno scopo per la nostra esistenza. Senza riconoscenza la nostra vita è povera di gioia.
Che il Signore ci aiuti a vivere questo anno che si apre oggi, curando le relazioni tra di noi e con il nostro prossimo, facendo abitare abbondantemente la Parola di Cristo tra di noi, facendo ogni cosa nel nome del Signore Gesù che è sempre presente nel suo Spirito e nel nostro prossimo.
E ringraziando Dio che ci ha donato tutto questo.

lunedì 28 novembre 2016

Predicazione di domenica 27 novembre (prima domenica di Avvento) su Matteo 21,1-9 a cura di Massimiliano Zegna

Matteo 21, 1-9

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: “Andate nella borgata che è di fronte a voi; troverete un'asina legata, e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li mandera”.
Questo avvenne affinchè si adempisse la parola del profeta:
Dite alla figlia di Sion: Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un'asina, e un asinello, puledro d'asina”
I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l'asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e la stendevano sulla via.Le folle che precedevano e quelle che seguivano, gridavano: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!”


Prima di iniziare questa predicazione nella Prima domenica di Avvento vorrei spiegare il perché della scelta di questo brano tratto dall'Evangelo di Matteo. In realtà seguendo Un giorno, una Parola” le famose letture bibliche giornaliere preparate ogni anno, a partire dal 1731, dalla chiesa evangelica dei Fratelli Moravi prevedeva come testo di predicazione il capitolo 23 versetti 5 – 8 del profeta Geremia. In questo brano che abbiamo letto anche stamane si legge “Ecco, i giorni vengono” dice il Signore, “in cui io farò sorgere a Davide un germoglio giusto, il quale regnerà da re e prospererà, eserciterà il diritto e la giustizia nel paese”.
Avevo cominciato a fare alcune letture di commento a questo brano ma mi sembrava che l'interpretazione in chiave neotestamentaria fosse troppo tirata per i capelli rispetto alla drammatica e complessa vicenda di Geremia. C'era qualcosa che non mi convinceva in questo accostamento tra Vecchio e Nuovo Testamento pur ritenendolo un libro profetico e quindi che avrebbe predetto in qualche modo che cosa sarebbe avvenuto con la nascita di Gesù Cristo.
Ho preferito allora abbandonare la ricerca e dedicarmi ad un libro che, secondo me, in modo più diretto aveva stabilito un trait d'union tra la parola antica del Vecchio testamento e la Buona Novella che caratterizza il Nuovo.
E questo brano l'ho trovato in un'altra lettura per questa prima Domenica d'Avvento proposta da “Un giorno, una parola” e che riguarda l'inizio del capitolo 21 dell'Evangelo di Matteo in cui si parla dell'entrata di Gesù a Gerusalemme a cavallo di un'asina e affiancato ad un puledro. Questo brano mi è sembrato il più adatto per celebrare questa prima domenica di avvento anche se normalmente viene letto durante la domenica delle Palme.
Tale brano viene spesso considerato un brano minore dell'Evangelo mentre secondo me è uno dei più significativi e belli contenuto in tutti e quattro Evangeli seppur con qualche lieve differenza.
La prima considerazione che vorrei fare è il richiamo forte all'Antico Testamento con la lettura di un brano del profeta Zaccaria al capitolo 9 versetto 9. Matteo richiama questi versetti: “Esulta grandemente o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell'asina”.
Questo il brano di Zaccaria riportato da Matteo. Ma Zaccaria prosegue al versetto 10: “ Io farò sparire i carri da Efraim, i cavalli da Gerusalemme e gli archi di guerra saranno distrutti. Egli parlerà di pace alle Nazioni, il suo dominio si estenderà da un mare all'altro, e dal fiume sino alle estremità della terra”.
Gesù allora vuole rendere reale la profezia di Zaccaria e arriva a Gerusalemme in groppa ad un'asina.
Sicuramente questa immagine è ben lontana da quella di chi vorrebbe considerare Gesù un re come quelli che abbiamo conosciuto nella storia oppure un capo rivoluzionario come forse volevano gli zeloti ossia i nazionalisti di Israele.
I re della storia arrivano in groppa di cavalli belli, bianchi, neri o color marrone. Sono preceduti da armate che preparano il suo cammino e sterminano chi gli si oppone.
L'umiltà invece è la caratteristica di Gesù che pur sapendo di essere figlio di Dio vuole dimostrare che la sua non è una missione espansionistica basata sullo sterminio dei nemici ma una missione di pace basata sulla fratellanza degli uomini.
Per questo motivo arriva in groppa ad un'asina che è un animale mite, mansueto, l'animale del contadino. Un animale però fortemente intelligente in contrapposizione al luogo comune del significato che si dà al somaro.
Proprio sul giornale “Il Biellese”di martedì scorso dal titolo: “Ardito, salvato l'asino della valle Cervo” ho letto un articolo che mi ha commosso in quanto avevano segnalato la situazione drammatica di un asino chiuso dentro una stalla da molto tempo al buio in mezzo ai suoi escrementi. Il proprietario era un anziano signore che non riusciva più a seguirlo e ad accudirlo. Sono arrivati dei volontari del “Rifugio degli asinelli” di Sala biellese per portarlo nel grande terreno dove vivono numerosi asini in gran parte provenienti da zone in cui venivano maltrattati o abbandonati. La mansuetudine degli asini serve anche per l'onoterapia che è appunto una cura attraverso il contatto con gli asini. Leggo su “La Stampa” in un articolo di Daniela Raspa di qualche anno fa che “Nel Rifugio degli asinelli Onlus di Sala Biellese ci si prende cura degli asini maltrattati, provvedendo alla loro protezione e sicurezza permanente. Fra queste docili bestiole si scelgono poi quelli più adatti all'onoterapia per bambini diversamente abili, procedendo all' addestramento. Si può anche adottare un asinello a distanza o richiederne l'affidamento, per dare il proprio contributo a questo nobile progetto”. La onoterapia (che è appunto la terapia che viene fatta con gli asini; onos in greco vuol dire appunto asino) coinvolge sia bambini che adulti: gli adulti imparano a prendersi cura degli asini portandoli in giro e spazzolandoli. Questo contatto vuol dire tantissimo per le persone diversamente abili perché l’asino - dicono gli addetti del rifugio -non ti giudicherà mai per come sei e le persone che hanno delle difficoltà psicologiche si sentono rassicurati da questa presenza che non ti mette mai alla prova. È un’iniezione di fiducia!

Ritornando all'Evangelo di Matteo mi ha colpito un brano della predicazione di Franco d'Amico. Ecco alcune sue frasi

Gesú entra a Gerusalemme dimostrando la sua regalità, e vuole spronare discepoli e non-discepoli a prendere posizione sulla sua persona. Matteo ci dice che la folla lo acclama come figlio di Davide, ma molto probabilmente questa folla è la folla dei pellegrini che si recano a Gerusalemme per festeggiare la Pasqua, non la folla degli abitanti di Gerusalemme, che invece vorranno il suo sangue e la sua morte. A Gerusalemme si preferisce la liberazione di Barabba, che non teme di affrontare in armi gli occupanti stranieri.
Gesú arriva a Gerusalemme, scaccia i mercanti dal Tempio, quasi a prenderne possesso, ma la notte si ritira a Betania, non mostra alcuna mira politica, non si scaglia contro i Romani, non promette liberazione dagli occupanti stranieri.
Penso che anche noi saremmo caduti nell’equivoco di scambiare Gesù per un liberatore politico, e avremmo condannato come ambiguo il suo ingresso a Gerusalemme. Proiettare su Gesú la soddisfazione dei propri bisogni è uno sbaglio che facciamo di continuo anche noi.
C'è da chiedersi perché mai Gesù sia in possesso di una forza di attrazione e di coesione tali da attirare l’osanna della folla che cammina con lui.
Come si spiega il suo forte magnetismo che faceva accorrere la gente come se in città stesse per entrare un comandante reduce da una spedizione vittoriosa? Apparentemente non c'è spiegazione. Gesù manca di quei requisiti che sono segni di potere e di autorità. Non ha né il piglio del tribuno né lo sguardo del dominatore. E non dispone di una guardia del corpo. Anche come inviato da Dio, non ha nulla che possa evocare l'immagine tradizionale di Dio.
Come mai questo è un testo per il nostro avvento, tempo di preparazione al Natale?
Gesù entra in città disarmato, inerme, fragile della stessa fragilità che aveva rivelato nascendo a Betlemme.
Tra Betlemme e Gerusalemme corre una linea di fedeltà e di coerenza.
Paradossalmente proprio la mitezza, la fragilità, la povertà di Gesù esercitano un fascino straordinario in grado di accendere nei cuori semplici un fervore di gioiosa adesione perché propongono un altro volto di Dio.
Avvento significa venuta, arrivo. E l’arrivo di Gesú è sempre un avvento. L’arrivo di Gesú a Gerusalemme è un avvento vero, anzi l’unico avvento a Gerusalemme secondo l’evangelista Matteo”

Capiamo quello che sta succedendo a Natale? - si chiede e ci chiede Franco D'Amico -
Dio irrompe nella storia e nella vita di ciascuno di noi.
E nella vita di ognuno Dio viene entro le pieghe della vita quotidiana, nei modi meno vistosi, con discrezione: richiede di essere riconosciuto e accolto.
"Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20).
E‘ nell‘attenzione interiore, cioè nella preghiera, che si percepisce l‘arrivo di Dio, si colgono le ispirazioni dello Spirito, e i criteri coi quali discernere il disegno di Dio sulla propria vita”.


Un'altra predicazione di cui mi piace riportare qualche brano è quella di David Buttita avvenuta nella chiesa valdese di Firenze.
Anche in questo caso riporto alcune frasi significative;

Il simbolo dell’asino, come ha detto il professor Cardini in uno dei suoi libri, negativo per il nostro mondo, positivo per il mondo semitico, configura due modi diversi di intendere la vita. Il re di Israele è l’uomo di pace che ascolta il suo Dio e si preoccupa del suo popolo e per queste cose è considerato un buon re, come si può leggere nei giudizi di merito presenti nella bibbia ebraica sui re di Israele e di Giuda che si basano su questi parametri principali.
Gesù non a caso quindi sceglie l’asinello, la soma dal verso stonato, la soma del contadino che sale e scende fra le colline riarse della terra di Israele, la soma del profeta. Non a caso Gesù si rifà a questa tradizione.
Lo vedremo poi nei giorni che seguiranno quanto egli rifiuti a costo della sua vita di essere il re che brandisce la spada, che vuole imporre con la forza la sua regalità. Eppure gli zeloti e i partigiani nazionalisti del suo popolo, oppresso dall’invasore romano, lo vorrebbero, come ogni altro re, armato e pronto ad uccidere per ristabilire il regno di Israele.
Lo vorrebbero così anche i Romani perché con la loro mentalità, dove solo il potere delle armi conta, risulta incomprensibile quest’uomo che li spiazza, che non li vuole morti, che non li caccia da Gerusalemme, che si fa arrestare urlando di non usare la forza per salvarlo ai suoi discepoli e in particolare a Pietro nel Getzemani.

Anche per noi quindi questo asinello può e deve diventare un simbolo positivo, nel mondo cristiano d’occidente per quanto vi è stata una forte commistione far archetipi culturali indoeuropei e semiti, l’asinello è diventato anche un simbolo positivo. Così lo ritroviamo dipinto da Giotto nella fuga in Egitto, lo ritroviamo nell’invenzione del presepio di Francesco d’Assisi...
Gesù lo ha scelto, questo ci deve bastare, egli ha dichiarato pubblicamente ai due discepoli di aver bisogno di un asinello. L’umile bestia da soma è nei piani della salvezza che Gesù ha voluto donare, il testo da questo punto di vista è molto chiaro. Anche gli animali, e anche i meno belli, più famosi per i loro calci ben assestati che per le loro prestazioni atletiche, stanno nei piani della salvezza di Dio...

Non montiamoci la testa, il Signore solo lui, può usarci perché possiamo essergli utili, egli solo lui può usarci e addomesticarci per annunciare al mondo il regno della pace e della felicità. Egli, solo lui, sa servirsi di noi, qualunque sia la cosa che sappiamo fare, come ha saputo servirsi dell’asino affinché egli, il nostro salvatore, possa entrare nelle città del mondo e nel cuore della gente con la cavalcatura del profeta della pace.
E’ per grazia che siamo salvati, non per le nostre doti, non per i nostri meriti, ma perché ubbidienti portiamo sulle nostre spalle il messaggio di Gesù in ogni luogo”.
Mi piace questo finale di David Buttita e vorrei solo aggiungere quanto ho già detto in precedenza. L'asino è simbolo di mitezza e di mansuetudine ma anche di intelligenza e di aiuto per gli altri. Anche noi dobbiamo essere così: pacifici ma intelligenti, mansueti ma decisi a difendere quello in cui crediamo, buoni ma sicuri delle nostre capacità, grazie all'aiuto di Dio, di cambiare in meglio la realtà in cui viviamo.

domenica 20 novembre 2016

Predicazione di domenica 20 novembre 2016 a cura di Marco Gisola

Apocalisse 21,1-7

  Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».
 
E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi mi disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: «Ogni cosa è compiuta. Io sono l'alfa e l'omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell'acqua della vita.  Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio.

Nel nostro calendario liturgico questa domenica è l’ultima domenica dell’anno ec­clesiastico, perché domenica prossima sarà la prima domenica di Avvento, che segna per noi l’inizio dell’anno liturgico che segue le tappe della vita di Gesù e quindi comincia con l’attesa della sua nascita. Oggi dunque si conclude un cammino che abbiamo iniziato un anno fa e che ci ha accompagnato dall’avvento verso il Natale, poi attraverso i vari momenti del ministero di Gesù, verso la passione e la Pasqua, poi fino a Pentecoste e poi fino a oggi; e dato che questa storia non ha una fine, la domenica di oggi si chiama anche “domenica dell’eternità”. L’anno liturgico si conclude dando uno sguardo a quello che ancora deve venire, al Regno di Dio, che è la nostra meta ultima, la cui caratteristica è appunto l’eternità.
Per questo il testo che è indicato per la predicazione di oggi è questa bellissima visione tratta dal libro dell’Apocalisse. È appunto una visione; nell’apocalisse l’autore racconta proprio le visioni che egli ha avuto, racconta lo sguardo che lui ha potuto gettare nel regno e racconta gli accadimenti che preparano la sua venuta. E racconta queste visioni a dei cristiani che hanno bisogno di consolazione e incoraggiamento perché minacciati dalle persecuzioni. Non sono dunque visioni in cui rifugiarsi per smettere di pensare ai problemi presenti, ma sono visioni che devono infondere coraggio e speranza per affrontare e superare i problemi, le difficoltà, le sofferenze. Il regno di Dio non è una bella favola da ascoltare quando si vuole uscire dalla realtà, ma al contrario, è la realtà futura che ci attende e che ci è promessa, che dà senso a questa nostra realtà presente e ci aiuta a viverla, a viverne anche gli aspetti meno gioiosi e più dolorosi.
Che cosa ci viene detto di questo regno? La prima cosa che ci viene detta è che è una novità, completamente nuova e diversa dalla realtà che stiamo vivendo ora. Il regno di Dio che attendiamo sarà una cosa totalmente nuova, che non possiamo immaginarci. L’apocalisse ci dice che in questo regno nuovo non ci sarà più dolore e non ci sarà più ciò che nella vita dà forse il dolore più grande, ovvero la morte dei nostri cari. Questa promessa è dunque una grande consolazione per chi vive situazioni di dolore estremo e di lutto. Non è un caso che questo testo venga letto spesso ai funerali, perché è un testo che parla esplicitamente della morte e del dolore e dice chiaramente che nel regno di Dio morte e dolore non ci saranno più. Chi vive veramente nella disperazione, può ascoltare e ricevere questo brano biblico come una promessa molto concreta di un futuro veramente diverso.
Questo testo biblico, come molti altri, ma forse in modo più chiaro di altri, ci dice che è il futuro che dà senso al nostro presente, è il futuro di Dio, cioè che Dio ci ha promesso, che da senso al nostro presente – proprio al nostro, al mio e al tuo presente. C’è, ovviamente, un futuro prossimo, che ci costruiamo noi e per cui vale la pena lavorare e lottare, per esempio per lasciare un mondo meno sporco e meno ingiusto ai nostri figli. Ma poi c’è un futuro che non ci costruiamo noi e che dà senso alla nostra vita, il futuro che Dio costruisce per noi, che è quello di cui parla l’Apocalisse. E se il regno di Dio è prima di tutto novità, ciò significa che noi ora apparteniamo ancora al vecchio mondo, alla vecchia terra, alle cose che passano, che sono provvisorie; e che anche la chiesa, che pure è radunata e voluta Dio, appartiene al vecchio, è provvisoria, destinata a passare insieme a tutte le altre cose vecchie.
Anche noi siamo provvisori. È provvisorio tutto ciò che facciamo, è provvisorio il bene che facciamo, per il quale dunque non dovremmo inorgoglirci; è provvisorio il male che facciamo, che è rimesso al giudizio e soprattutto al perdono di Dio. È provvisoria la nostra felicità, è provvisoria la nostra infelicità; la felicità è superata da una felicità nuova e l’infelicità è sconfitta da una felicità nuova.
Il motivo dell’assenza di dolore e la novità più grossa di questa visione, di questo annuncio del regno, è che Dio stesso sarà presente in esso insieme agli esseri umani. E sarà lui ad asciugare le loro lacrime: «egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».
I cristiani della fine del primo secolo erano incoraggiati e ricevevano speranza da questa fiducia nella nuova creazione, nel regno di Dio, perché ciò annunciava loro che anche le per­secuzioni che stavano subendo, per quanto fossero brutali, erano provvisorie e giustizia sarebbe stata fatta nel regno di Dio, dove tutto sarà nuovo. E lo stesso vale per noi perché non solo le persecuzioni, ma anche tutte le altre sofferenze scompariranno nella nuova creazione, alla presenza di Dio.
Scompariranno anche le incomprensioni, le inimicizie, i rancori, le gelosie; scompari­ranno i tanti dubbi che per forza di cose circondano la nostra stessa fede, scompariranno le mille domande che ci facciamo su tutte le ingiustizie che accadono intorno a noi, perché per tutti giustizia sarà fatta. Il nuovo di Dio, il futuro di Dio dà dunque senso al vecchio e al presente che viviamo ogni giorno. Ma sbaglieremmo se noi pensassimo a questo nuovo come a qualcosa di esclusivamente futuro. È vero che l’apocalisse descrive un regno totalmente futuro. Ma nel Nuovo Testamento c’è un altro brano che parla del “nuovo” di Dio e che non riguarda il futuro ma il presente: è il brano di 2 Corinzi 5,17: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove”.
Chi “è in Cristo” è una nuova creatura. Essere in Cristo è un tipico modo di dire di Paolo, vuol dire essere nella fede, vivere una vita nella fiducia e nella certezza dell’amore di Dio, dell’amore che Dio ha rivelato in Cristo. Il futuro è già arrivato in Cristo. Non è arrivato in modo definitivo, non ha trionfato in modo definitivo, e infatti il dolore e il lutto ci sono ancora, perché il nuovo è entrato nel vecchio nella persona di Gesù, che si è fatto uomo e quindi debole come noi. Il nuovo non è arrivato nella potenza trionfante di cui ci parla l'apocalisse, che parla del compimento del regno, ma nella debolezza di Gesù, che è l’inizio del regno.
C’è l’inizio del nuovo e l’inizio del regno, c’è quindi ancora contemporaneamente anche ancora il vecchio, con il suo dolore. Ma c’è già anche l’inizio del nuovo, l’inizio che conosciamo solo nella fede e che sperimentiamo – in mezzo a tutta la nostra debolezza – quando la speranza ha la meglio sulla disperazione, quando la giustizia ha la meglio sull’ingiustizia, quando la riconciliazione ha la meglio sul conflitto.
Il nuovo e il vecchio si intrecciano nella nostra esistenza di tutti i giorni, ma il nuovo del futuro di Dio è promesso ed è una certezza.
In questo brano dell'Apocalisse prende parola anche Dio: E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi mi disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: «Ogni cosa è compiuta. Io sono l'alfa e l'omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell'acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio.
Io faccio nuove tutte le cose”, dice Dio; io faccio, non voi; Dio fa, non noi. E lo ribadisce dicendo: «Ogni cosa è compiuta. Io sono l'alfa e l'omega, il principio e la fine. Tutto è compiuto e Dio sta all’inizio e alla fine di tutto, della storia del mondo e anche all’inizio e alla fine della storia di ciascuno e ciascuna di noi.
Tutto è compiuto, ma dove e quando? In Cristo tutto è compiuto, nella morte e resurrezione di Gesù tutto è compiuto. Il nostro futuro è già stato scritto nel passato, in quel momento preciso della storia in cui Dio ha rivelato la sua grazia nella croce e nella resurrezione di Gesù. Per questo la promessa del futuro di Dio è certa e possiamo confidare in essa. Per questo il nuovo è già iniziato ed è in mezzo a noi.
Infine Dio dice al “veggente” dell’Apocalisse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere». Ciò che è vero, il vero e bello evangelo di Gesù Cristo va scritto, la vera e bella notizia del trionfo della vita sulla morte, la vera e bella novità che le nostre lacrime saranno asciugate da Dio in persona va messa nero su bianco e va annunciata e comunicata.
Che il Signore ci aiuti a credere nel nuovo del suo regno, a viverlo nella nostra vita di ogni giorno e a scriverlo per il nostro prossimo con le nostre parole e le nostre azioni.