martedì 27 settembre 2016

Predicazione di domenica 25 settembre su Romani 14,7-9 a cura di Massimiliano Zegna

Romani 14,17-19

perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione.


Vorrei cominciare questa mia predicazione con la lettura di alcuni brani della prefazione che ha fatto Martin Lutero all'Epistola ai Romani veramente molto interessante e importante.

In questa epistola cogliamo il pensiero centrale del Nuovo Testamento, il Vangelo nella sua espressione più pura. Sarebbe bene che un cristiano non imparasse soltanto l’epistola a memoria, parola per parola, ma che la meditasse continuamente come pane quotidiano dell’anima. L’epistola non può mai venire letta e meditata con sufficiente attenzione. Più la si legge, più la riteniamo preziosa e più la si gusta. Perciò anch’io voglio renderle un servizio, per quanto Dio mi concede, e con questa prefazione introdurne la lettura, sì che ognuno la possa intendere bene. Fino ad oggi questa lettera è stata molto oscura con commenti e ogni genere di chiacchiere, mentre essa stessa è una luce capace di illuminare tutta la Sacra Scrittura.
Anzitutto dobbiamo conoscere la lingua usata nell’epistola, dobbiamo sapere che cosa san Paolo intenda con parole come legge, peccato, grazia, fede, giustizia, carne, spirito e simili, altrimenti si legge l’epistola senza trame vantaggio. La parola legge non va intesa qui in senso umano, quasi che nell’epistola venisse insegnato quali opere si debbano o non si debbano fare, come avviene nelle leggi umane, secondo le quali si cerca di adempiere la legge con opere, senza parteciparvi col cuore. Dio giudica secondo i sentimenti del cuore. Perciò la sua legge esige la dedizione del cuore e non si appaga delle opere, e condanna le opere compiute senza dedizione del cuore, come ipocrisia e menzogna.

Anche quando osservi esteriormente la legge con opere per paura di punizione o per desiderio di ricompensa, fai ogni cosa senza vero piacere e senza amore per la legge, ma piuttosto di malavoglia e per costrizione, e preferiresti agire diversamente, se non vi fosse la legge. Ciò significa che tu sei in fondo al cuore nemico della legge. Che cosa importa che insegni agli altri a non rubare, se poi nel cuore sei un ladro, e lo saresti volentieri apertamente, se tu lo potessi? Sebbene poi anche l’opera esterna non si farà attendere a lungo in simili ipocriti. Così dunque ammaestri gli altri, ma tu stesso non sai quello che insegni e neppure hai rettamente inteso la legge, perché essa accresce il peccato, come dice san Paolo al capitolo 5 (v. 20). Esigendo essa ciò che l’uomo non è in grado di compiere, lo rende maggiormente nemico della legge”

Fede – scrive ancora Martin Lutero - è una fiducia viva e audace nella grazia di Dio, tanto certa di questa che morrebbe mille volte piuttosto che dubitarne. E una tale fiducia e conoscenza della grazia divina rende lieti, baldanzosi, e giocondi dinanzi a Dio e a tutte le creature per l’opera dello Spirito Santo nella fede. Perciò l’uomo diviene volonteroso, senza costrizione, e lieto nel fare del bene a ognuno, nel servire ognuno, nel sopportare ogni cosa, nell’amore e nella lode di Dio che ha manifestato in lui tale grazia. È quindi impossibile separare le opere dalla fede, come è impossibile separare dal fuoco calore e splendore. Perciò guardati dai tuoi falsi pensieri e dalle chiacchiere vane, che vogliono essere intelligenti, dare giudizi sulla fede e le opere buone mentre sono sommamente stolti. Chiedi a Dio che operi la fede in te, altrimenti qualunque cosa tu voglia o possa immaginare e fare, rimarrai eternamente senza fede”


Dopo aver letto alcuni commenti riguardanti questo brano dell'epistola di Paolo ai Romani mi sono reso conto della grande attualità di questo scritto che segna il passaggio in contesti religiosi e multiculturali diversi.

Scrive don Sergio Carrarini, parroco di Verona, in un interessante commento ecumenico all'epistola che “per compiere questo passaggio (simile a quello che hanno dovuto fare gli ebrei diventati cristiani) anche noi dobbiamo superare la vecchia mentalità, legata alla legge e alle pratiche religiose, per cogliere l’essenziale della fede (ciò che è irrinunciabile) e metterlo come punto di partenza di una nuova sintesi teologica, di una nuova prassi religiosa più in sintonia con la cultura moderna.
Per dialogare in verità con altre culture e religioni bisogna sfrondare ciò che non è importante, ciò che è incrostazione del passato, e mantenere saldo ciò che è fondamentale. Ci faremo aiutare da Paolo in questa “potatura” radicale della nostra tradizione religiosa, per rinvigorire la pianta della Chiesa e farla rifiorire nell’annuncio del vangelo agli uomini d’oggi”.

Nei versetti 17-19 del capitolo 14 che abbiamo letto vi sono frasi significative che vanno al di là del problema su cosa mangiare o non mangiare.
Per restare sul tema del mangiare oggi vi è più consapevolezza grazie alla medicina e all'educazione alimentare di ciò che fa meglio alla nostra salute e al nostro corpo ed alle differenze fra ciascuno di noi: c'è chi è diabetico, chi intollerante al glutine, chi non tollera il lattosio.
Su questo sarà il nostro medico o le nostre letture consapevoli, che servono a capire quali sono gli alimenti più consoni al nostro corpo. E questo riguarda la tolleranza o l'intolleranza alimentare
Però poi Paolo pone un problema riguardante il rapporto fra diverse concezioni religiose e modi di porsi rispetto al cibo.
Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro a se stesso, però se pensa che una cosa è impura, per lui è impura”
La mia riflessione riguarda questo aspetto innanzitutto: vi sono tradizioni alimentari varie fra popoli diversi per motivi religiosi o culturali. Ad esempio per gli ebrei e gli islamici è considerato impuro il consumo di carne di maiale, per gli induisti è vietato cibarsi di carne bovina.
Quindi per questi popoli se una cosa di questo tipo è impura va bene così. Però la comprensione e la tolleranza significano che per altre sensibilità umane o religiose è invece possibile cibarsi di qualunque tipo di carne ovina, bovina, equina. L'importante è che non vi siano veti incrociati o regole assolute o peggio ancora imposizioni. Sarebbe infatti grave se i cristiani imponessero ai musulmani o agli ebrei di mangiare carne di maiale o vice versa se i musulmani vietassero ai cristiani di mangiare quello che a loro aggrada. Poi è chiaro che quando si ospita a casa propria una persona, si fa in modo di chiedere che cosa preferisca mangiare unitamente alla disponibilità che vi è nella propria cucina.
Simile discorso vale per ogni tipo di integralismo alimentare. Se uno è vegetariano o vegano fa bene a seguire la propria dieta ma sarebbe inopportuno che imponesse a tutti di seguire il suo stesso comportamento alimentare. Viceversa se uno è carnivoro non deve imporre ad un altro le proprie abitudini alimentari. Io uso come metro di misura quello che mi insegnava mia nonna secondo cui la cosa importante è mangiare un po' di tutto quel che piace senza esagerare nelle quantità.
Una cosa importante è invece valorizzare come proprio in questi giorni sta facendo il Salone del Gusto e Terra Madre a Torino quello di scegliere gli alimenti più genuini di tutto il mondo per una conoscenza reciproca di sapori nuovi a beneficio dei produttori e dei consumatori e soprattutto per la salute.
Anche se contemporaneamente bisogna aiutare i bambini che muoiono di fame e di sete e accanto alla nostra giusta ricerca dell'alimentazione migliore dobbiamo aiutare chi è privo di qualunque tipo di alimentazione.
Ben vengano le campagne contro gli sprechi alimentari e gli aiuti verso chi ha poco da mangiare. Positive sono le campagne di sostegno per chi ha perso casa e lavoro a causa del terremoto anche attraverso raccolte fondi a questo scopo.

La questione cibo diventa per l'apostolo Paolo anche l'occasione per questa importante riflessione: “il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione”.

La parola pace è dunque scritta due volte in queste tre brevi frasi e diventa essenziale per la tolleranza reciproca.
Del resto guardate oggi cosa conduce la guerra. Oltre al terrorismo e agli attentati non vi neppure più la consapevolezza di che cosa si vuole ottenere da parte delle grandi o piccole potenze. E' indicativa una delle ultime stragi di civili in Medio Oriente. Si è tentato di compiere una tregua fra i bombardamenti per permettere gli aiuti umanitari. Poi durante la tregua si sono fatte piovere bombe su chi era già colpito dalla guerra. “E' stato un tragico errore” hanno detto ma nessuno si è presa la responsabilità di quanto accaduto. E probabilmente anche i grandi della terra non riescono neppure più a fermare e capire chi sta da una parte e chi dall'altra del conflitto per contrastare il terrorismo e la guerra. Confusione produce confusione. Guerra produce altre guerre. Violenza produce altra violenza.
A questo punto ci chiediamo noi, poveri puntini nell'universo, che cosa possiamo fare per interrompere queste stragi continue che ormai non ci procurano neppure sgomento perché siamo abituati a leggere parecchi numeri di morte che non ci fanno neppure impressione.
Io penso che possiamo fare anche noi qualcosa, come si dice, “nel nostro piccolo, della nostra piccola chiesa”.
Anche il solo fatto di essere convinti della giustezza della nostra vita alla ricerca della pace può essere di stimolo l'uno verso l'altro a credere nel cambiamento.
Poi sarà difficile vedere noi la fine delle guerre ed il trionfo della pace però potremo dire di aver portato il nostro granellino di speranza.
Qualcuno di voi sa che io sto aiutando gli studenti della terza media di Mosso nella loro impresa di salvaguardia dell'Isola di Budelli in Sardegna. Queste ragazze e ragazzi continuano a commuovermi per la loro caparbietà dimostrando che anche un pugno di piccole donne e uomini di una classe di una scuola media in uno sperduto paesino di montagna può avere qualche ruolo nel mondo.
E così la scorsa settimana questi ragazzi sono andati in Sardegna, hanno visitato Budelli, hanno riportato sulla spiaggia rosa una sacchetto di sabbia che qualche turista pentito ha deciso di restituire dopo averla trafugata. Inoltre hanno portato a casa un sacchetto di rifiuti per capire come mai erano stati buttati in quel posto meraviglioso.
Qualcuno dirà che sono solo gesti simbolici e che non cambieranno le cose. Io credo però che questi ragazzi stanno comprendendo come si può contribuire alla edificazione di una società nuova. E tutti noi abbiamo la possibilità di portare un nostro sacchetto di sabbia nel terreno che riusciamo a coltivare con l'aiuto di Dio.



giovedì 1 settembre 2016

Predicazione di Massimliano Zegna di domenica 28 agosto 2016 su Luca 17,11-19 (traduzione della predicazione tenuta in piemontese)

Dall'Evangelo secondo Luca (capitolo 17 versetti 11-19)

Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontani da lui, e alzarono la voce, dicendo: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!” Vedutili, egli disse loro: “Andate a mostrarvi ai sacerdoti”.
E mentre andavano, furono purificati. Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo; ed era un samaritano. Gesù, rispondendo, disse: “I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio tranne questo straniero?” E gli disse: “Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato”.


Sarebbe piaciuto molto al nostro Tavo Burat questo racconto dei dieci lebbrosi che si trova soltanto nell' Evangelo di Luca.
Lo dico con una certa sicurezza perché Tavo in modo evangelico amava tutto quanto era considerato piccolo, minoritario, emarginato, debole.
E poi come Gesù anche Tavo amava viaggiare e conoscere cose e persone nuove. Ci sono due letture che in genere si possono dare agli Evangeli specialmente nei brani dove vi sono parabole in cui l'interpretazione non è sempre chiara e comprensibile per le nostre orecchie che leggiamo questi testi duemila anni dopo.
La prima lettura è quella di carattere letterale ossia quanto viene scritto può essere interpretato parola per parola senza alcuna interpretazione. La seconda lettura che è quella che sosteniamo noi cristiani valdesi protestanti, quella storico critica ossia una interpretazione derivata dal fatto che gli usi e i costumi sono naturalmente modificati rispetto a chi ha scritto i testi duemila anni fa.

Noi riconosciamo però che l'intera Bibbia ha avuto una ispirazione divina e proprio dalla Sacra Scrittura dobbiamo attingere evitando quelle che sono state interpretazioni successive soprattutto da parte della chiesa cattolica ufficiale.
Quanto sto dicendo potrebbe sembrare contradditorio: i protestanti dicono di aver fede nella “Sola Scriptura” (che significa di avere come base di riferimento soltanto i testi biblici) e poi dicono di adottare il metodo storico critico nell'interpretazione dei testi.
Secondo me non vi è contraddizione in quanto la lettura attenta di un testo antico non significa non tenere conto dei mutamenti che vi sono in ogni società, in ogni popolo e in ogni epoca. Significa semplicemente depurarlo da ogni descrizione paesaggistica, temporale o di costume ma cogliere sempre i significati essenziali.
All'epoca di Gesù ad esempio non c'erano né i computer, né gli aerei, né le automobili, né i telescopi però tutto quanto abbiamo oggi ci allontana o ci avvicina a Dio?

Secondo me può essere sempre più difficile avere fede perché si è distratti da tutto quanto succede nel mondo, giorno dopo giorno, e perché ci sono troppi idoli e vitelli d'oro da adorare. E per idoli non intendo solo i famosi personaggi del nostro tempo (cantanti, attori, artisti, calciatori ecc.) ma mi riferisco anche alla ricchezza fine a stessa che fa accumulare oggetti di puro valore materiale senza più tener conto di quanto giorno dopo giorno si può assimilare in termini di nuove conoscenze.

Prima dicevo di quanto è cambiato il mondo grazie ai computer, alle automobili, agli aerei, ai telescopi però se qualcuno si fermasse agli oggetti in sé potrebbe acquistare auto sempre più veloci, computer sempre più innovativi, telescopi sempre più potenti ma se non apprezza quello che recano in sé questi nuovi oggetti ossia la possibilità di visitare con un'auto sempre più nuovi territori, la possibilità attraverso il computer di avere sempre più nuove conoscenze, non riuscirebbe a vivere tutte le opportunità che ci può dare il mondo attuale.
Però anche scienziati che hanno fatto scoperte meravigliose di nuovi pianeti e di nuovo mondi nell'universo si fermano quando si arriva al punto di scoprire chi è Colui che ha dato vita o acceso il motore di tutto questo.
Quando studiavamo il catechismo e ci dicevano che Dio poteva conoscere tutto e tutti rimanevamo meravigliati ma tutto questo era avvolto nel mistero. Al giorno d'oggi possiamo comprendere qualcosa in più e possiamo capire come si possa avere più monitor accesi contemporaneamente con le immagini provenienti dai cinque continenti oppure dialogare attraverso internet e i social network con persone di ogni parte del mondo.
Per me la scienza e la conoscenza ha significato un modo nuovo e straordinario di approcciarmi a Dio.
Ma ritornando al passo evangelico che volevo trattare oggi forse questo è un brano la cui interpretazione letteraria coincide con quella simbolica perché il racconto appare chiaro e lineare ancora oggi nella sua semplicità.
I lebbrosi sono uomini e donne colpiti da una gravissima malattia
nota sin dall’antichità: la lebbra è una malattia infettiva cronica che colpisce la pelle e i nervi del corpo, può procurare gravissime mutilazioni e attaccare anche gli organi interni. Il batterio della lebbra, difficile da debellare, si trasmette per via respiratoria o per contatto. Oggi si può curare ma è stata a lungo un terribile flagello per l’umanità.

Conosciuta sin dall’antichità, questa malattia infettiva è stata considerata nel passato come una forma di punizione divina a causa delle terribili mutilazioni e deformazioni che procura al corpo. Secondo le antiche religioni, infatti, i peccati dell’animo si ripercuotevano sul corpo, causandone così l’abbrutimento. Poiché erano ritenuti perseguitati dalle divinità, i soggetti affetti da lebbra venivano anche emarginati dalla società.
Nel Medioevo dopo l’esplosione di violente epidemie si decise, per limitare la diffusione di questa e di altre malattie contagiose, di isolare le persone malate. Furono allora costruiti i primi lazzaretti; dove venivano reclusi appestati e lebbrosi, mentre tutte le persone che presentavano deturpazioni del volto o del corpo dovevano indossare campanelli o sonagli per permettere agli altri viandanti di accorgersi per tempo della loro presenza e di allontanarsi al loro passaggio.
Fu solo alla fine dell’Ottocento che il medico norvegese Gerhard Hansen riuscì a identificare la causa della lebbra.

La lebbra ha ancora una certa diffusione, soprattutto nell’America Meridionale. L’Organizzazione mondiale della sanità parla di 4.000 morti e di mezzo milione di contagiati nel 2003. Per dire con certezza che il paziente ha la lebbra è importante ricorrere alla biopsia, cioè prelevare una piccola parte della pelle e al microscopio cercare il bacillo di Hansen. Nonostante questo sia stato individuato come causa della malattia sin dalla fine dell’Ottocento, soltanto nel 1945 furono scoperte le prime cure per la lebbra. La guarigione, se avviene, richiede tempi molto lunghi; è importante assumere diversi farmaci e a lungo.

Anche nel racconto evangelico i lebbrosi dovevano far sapere della loro presenza pur fermandosi lontano da lui ma alzando la voce per segnalare la loro presenza dissero: “Gesù. Maestro, abbi pietà di noi”.
Dopo che Gesù disse loro di recarsi dal sacerdote furono tutti purificati ma solo uno tornò indietro per ringraziarlo. E questi era l'unico straniero, il samaritano.
I samaritani erano una mescolanza di israeliti e di diversi popoli venuti in Israele dopo la caduta di Samaria che era la capitale delle dieci tribù. Samaria era caratterizzata dall'idolatria. Essi avevano conservato i loro usi pagani pur pretendendo di servire il Signore. Possedevano la legge di Mosè e avevano costruito un tempio sul Monte Garizim. La Samaria era una provincia nel centro della Palestina tra la Giudea e la Galilea all'epoca di Cristo. E infatti Gesù nel brano letto stava passando sui confini della Samaria e della Galilea nel recarsi a Gerusalemme. Non è la prima volta che Gesù si reca in Samaria. Al capitolo dieci (versetti dal 25 al 37) vi è una delle parabole più note dell'Evangelo di Luca quella del buon samaritano in cui si narra di un uomo che percorrendo la strada che da Gerusalemme va' a Gerico si imbatte in briganti che lo spogliano lo feriscono e lo lasciano a terra mezzo morto. Passa un sacerdote lo vede e passa sul lato opposto, passa un Levita (un servitore del tempio) e anche lui lo vede e passa sul lato opposto.
Poi arriva il Samaritano considerato uno straniero, un eretico e un miscredente, si ferma, ne ha pietà fascia le sue piaghe versando olio e vino. Poi lo porta sulla sua cavalcatura e lo conduce ad una locanda e si prende cura di lui. Poi dà perfino dei denari all'oste e gli dice che se l'uomo avesse avuto bisogno di qualcosa in più al suo ritorno avrebbe pagato la differenza.

Questa vicenda mi ha fatto venire in mente il tragico episodio in cui recentemente una donna viene uccisa a Roma dopo essere stata strangolata e bruciata. E nessuno si è fermato.

E' veramente una brutta situazione quando si ha bisogno di aiuto e nessuno ti ascolta.

Il significato della parabola è chiaro, perché Gesù ha parlato di che cosa vuol vogliono dire le parole della Legge: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua e il tuo prossimo come te stesso”. E a chi gli aveva chiesto chi fosse il prossimo, Gesù gli ha raccontato appunto questa parabola per dirgli che delle tre persone che avevano incontrato il malcapitato, chi aveva interpretato la legge di Dio nel modo giusto non era né il sacerdote né il levita ma quello che era considerato uno straniero e un miscredente.
Nel caso dei dieci lebbrosi non si dice di che località fossero gli altri nove lebbrosi ma l'unico che è tornato per ringraziarlo era proprio quello considerato il miscredente e lo straniero.
Il significato è chiaro in quanto Gesù ama le persone considerate più deboli ed anche più lontane dal luogo in cui si vive normalmente.
Questo non significa amare solo gli estranei o coloro che vivono con altre fedi religiose ma è un insegnamento anche per chi oggi si dice cristiano. Il messaggio secondo me è quello di amare non solo i nostri genitori, i nostri parenti, i nostri amici, coloro che hanno la nostra fede religiosa, quelli che parlano la nostra lingua o i nostri dialetti. Il modo per amare di più quelli che vivono normalmente insieme a te è proprio quello di amare anche quelli che sono più lontani.

Anche Tavo Burat quando faceva la sua predicazione in piemontese metteva sempre in rilievo che non riteneva la nostra lingua migliore delle altre ma invitava tutti ad esprimersi nel proprio modo di parlare per far sì che la comprensione fosse condivisa nel modo più semplice e migliore possibile.
Tavo conosceva molte lingue e in particolare il francese ma non invitava a conoscere il solo piemontese ma ad aggiungere ad esso altre conoscenze linguistiche (magari le più piccole o minoritarie come il gaelico) senza dimenticare le proprie radici.
La sua battaglia era contro ogni tipo di omologazione ma questo non significava perdere di vista l'universalità del messaggio evangelico.
La fratellanza è sempre stata la caratteristica del linguaggio cristiano e quando l'uomo giungerà in mondi ancora sconosciuti bisognerà estendere le proprie conoscenze magari a Marte, Venere, Saturno ammesso che vi siano esseri animati con cui possiamo dialogare o inanimati che possiamo conoscere ed ammirare.
Anche il Padre Nostro, la preghiera che Gesù ci ha insegnato, dice “Padre Nostro che sei nei cieli”, lasciando intendere che possono esserci più sistemi solari e quindi più mondi.
Partiamo però dalla terra, dalla regione in cui viviamo, amiamo le nostre montagne, amiamo i nostri cari e le persone che ci circondano ma non dimentichiamo mai che Gesù è vissuto in Medio Oriente per insegnarci che l'amore non ha confini; ha scelto di vivere in una delle terre più travagliate per farci capire che nell'ultima parte della Bibbia vi è una nuova Gerusalemme, ossia quella che oggi è una terra insanguinata ma domani, come si legge nel penultimo capitolo dell'Apocalisse “Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria. Di giorno le sue porte non saranno mai chiuse (la notte non vi sarà più)”.

Care sorelle, cari fratelli facciamo in modo che le porte delle nostre anime non siano mai chiuse per nessuno. Amen

lunedì 1 agosto 2016

Predicazione di domenica 31 luglio 2016 su Romani 9,1-8.14-16 a cura di Marco Gisola

Romani 9,1-8.14-16

Romani 9,1-5
Dico la verità in Cristo, non mento - poiché la mia coscienza me lo con­ferma per mezzo dello Spirito Santo - ho una grande tristezza e una sofferenza conti­nua nel mio cuore; perché io stesso vorrei essere anatema, separato da Cristo, per amore dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne, cioè gli Israeliti, ai quali ap­partengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promes­se; ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen!

Nei capitoli 9, 10 e 11 della lettera ai Romani, Paolo affronta un tema molto delicato: il rapporto con il popolo di Israele. Ma non il rapporto tra cristiani ed ebrei, bensì il rapporto tra Dio e gli ebrei.
Paolo affronta questo argomento dicendo ben due volte che dice la verità. Segno che forse ha ti­more di non essere creduto? Paolo parla della sua tristezza e della sofferenza “conti­nua” che ha nel cuore pensando al suo popolo, al popolo ebraico, che chiama “i miei fratelli”.
Paolo non si sente un “ex”, non si sente uscito dal popolo ebraico, ma si sente un ebreo che ha creduto nel messia da tempo promesso ad Israele. La sua sofferenza è do­vuta al fatto che non tutti gli ebrei hanno creduto nel messia Gesù di Nazaret, e il suo affetto è dovuto al fatto che agli Israeliti “appartengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse; ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo”.
Paolo sa bene che Dio si è rivelato a Israele attraverso tutte queste cose, sa che le pro­messe di Dio, del Padre di Gesù, hanno accompagnato la vita e la fede di Israele e che tutto questo non si può cancellare.
Le promesse sono state compiute in Cristo e Cristo stesso “secondo la carne”, è ebreo. Il messia di Israele non poteva che venire da Israele. Da Israele per Israele e non solo per Israele ma per tutta l'umanità.
Più avanti, al cap. 11, Paolo dirà che “i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili” (11,29), un’affermazione che era stata dimenticata dai cristiani e che è stata rivalutata nel rappor­to e nel dialogo tra cristiani ed ebrei dopo la tragedia della Shoah, lo sterminio tentato dai nazisti (cristiani) contro gli ebrei.
Nei secoli c’è stato odio dei cristiani nei confronti degli ebrei, troppo odio, di cui la Shoah è stata solo il drammatico epilogo, anzi non l’epilogo, perché l'antisemitismo è ancora molto presente.
Sarebbe stato più saggio fermarsi da un lato alla tristezza di Paolo, tristezza comprensibile perché molti ebrei non hanno creduto in Cristo, e dall’altro all’affetto di Paolo nei confronti degli ebrei; se ci fossimo fermati a questo, molte tragedie non sarebbe successe.
Paolo arriva a dire che vorrebbe piuttosto essere lui stesso separato da Cristo per amore dei suoi fratelli! Invece a questo affetto pian piano nel cristianesimo si è sostituito l’odio verso Israele e la discriminazione degli ebrei, perché si è imposto il pensiero che la chiesa avesse semplicemente sostituito Israele nell’amore di Dio.
Ecco quindi il primo pensiero: quando pensiamo a Israele (come popolo, non come Sta­to, che è un'altra cosa), ricordiamoci dell’affetto che Paolo provava per i suoi fratelli, e accanto alla tristezza o al dispiacere perché non hanno creduto in Cristo, proviamo an­che – duemila anni dopo Paolo – a manifestare riconoscenza al popolo a cui Gesù apparteneva per tutto ciò che esso ci ha dato e ci dona ancora nella riflessione sull’AT.
 
Romani 9:6-8
6 Però non è che la parola di Dio sia caduta a terra; infatti non tutti i discendenti d'Israele sono Israele; 7 né per il fatto di essere stirpe d'Abraamo, sono tutti figli d'Abraamo; anzi: «È in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza». 8 Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza. 
 
Dopo questa premessa, Paolo affronta poi il tema da un punto di vista teologico e entra in quel terreno su cui bisogna muoversi molto delicatamente, che è quello della elezio­ne da parte di Dio.
Israele è il popolo eletto, lo abbiamo ascoltato in Esodo 19, ma non basta essere di­scendenti di Abramo per essere eletti – dice Paolo - perché non è il sangue, o la discen­denza a garantire l’elezione, ma è la promessa.
Questo Paolo lo dice per Israele, ma vale esattamente anche per noi cristiani. Al san­gue e alla discendenza si è sostituita nel cristianesimo l’idea di appartenenza, ma il ri­sultato è stato spesso lo stesso: appartenere alla chiesa come appartenere al popolo di Israele è stato ritenuto sufficiente a garantire la salvezza.
Ma Paolo dice che per Israele – e dunque anche per i cristiani – non è l'appartenenza che fa la salvezza, ma è la promessa di Dio.
Non siamo salvati perché apparteniamo a una chiesa cristiana o perché siamo battezzati, siamo salvati perché Dio lo ha promes­so e mantiene le sue promesse.
Siamo salvati perché Dio ci rivolge ogni giorno la sua Parola che è la sua promessa, compiuta nel dono che Cristo ha fatto di sé. Perché ogni giorno ci chiama dal peccato alla grazia, dall’odio o dall’invidia alla riconciliazione, dalla schiavitù alla libertà.
Dio chiama, e chiamando promette: promette che più forte del nostro peccato è la sua grazia, promette che più forte del nostro odio e della nostra invidia è la sua riconcilia­zione, promette che più forte della nostra schiavitù è la libertà che egli ci dona.
Ascoltare questa Parola e ricevere la promessa che la Parola ci annuncia è la prima cosa che dobbiamo fare, anzi: che possiamo fare, è il primo dono della grazia. Da questo ascoltare e da questo rice­vere nasce il nostro credere, la nostra fede.
Nessuna appartenenza, nessun gruppo, nessuna chiesa possono fare quello che fa la Pa­rola ascoltata, accolta e creduta.
non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza”. Siamo figli di una promessa, il nostro essere figli non dipende da una qualche realtà o qualità umana, ma dalla decisione di Dio.
Anche perché guardando alla nostra realtà umana che cosa vediamo? Vediamo colpa, laddove Dio promette perdono; vediamo odio e invidia laddove Dio promette riconcilia­zione; vediamo schiavitù, laddove Dio promette libertà. Ma il nostro perdono, la nostra riconciliazione e la nostra libertà stanno solo nella promessa di Dio e sono veri, reali e possibili solo perché Dio li promette.

Romani 9,14-16
14 Che diremo dunque? Vi è forse ingiustizia in Dio? No di certo! 15 Poiché egli dice a Mosè: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione». 16 Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia.

Ed ecco poi un terzo punto: Paolo è chiaro: tutto dipende dalla decisione di Dio: “Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia”. Que­sto vuol dire che Dio è arbitrario? c’è quindi ingiustizia in Dio?
Noi in genere quando affrontiamo il tema delle elezione – o della predestinazione – fo­calizziamo la nostra attenzione sui chiamati. E le domande che ci poniamo sono: chi è eletto? Quanti sono i predestinati? Chi e quanti sono i non eletti?
E perché gli uni sì e gli altri no? Noi vogliamo sapere chi è dentro e chi è fuori, chi è di qua e chi è di là. Domande che non hanno risposta, che vorrebbero costringere Dio in una logica umana.
Paolo invece focalizza la sua attenzione su chi elegge, su Dio, che agisce liberamente e sovranamente, chiamando chi meno ci aspetteremmo. E proprio la dottrina dell’elezio­ne infrange tutte le barriere, abolisce tutte le distinzioni tra dentro e fuori.
L’idea dell’elezione non vuole creare una barriera tra una certa quantità di eletti e una certa quantità di non eletti, ma anzi vuole abolire le barriere: la decisione di Dio in Cristo abolisce la barriera tra ebrei e pagani, come abolisce ogni barriera umana, re­ligiosa o non.
L’idea dell’elezione è quella che elimina ogni garanzia umana di salvezza e sposta tut­to sull’azione di Dio. E quindi manda in crisi chiunque si ritenga possessore esclusivo della verità e della misericordia di Dio. Dio ha eletto Israele, è vero, ma non è vincola­to solo a Israele.
E la stessa cosa vale per i cristiani: Dio non è vincolato ai cristiani, tanto meno ai cristiani di una o dell’altra chiesa, Dio è libero di chiamare chi e come vuo­le.
«Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compas­sione» dice Dio a Mosè (Esodo 33,19). la libertà di Dio è totale; ad alcuni questa idea fa paura, come se la libertà di Dio fosse un capriccio; ma è la nostra libertà che a volte diventa capricciosa, non quella di Dio. La libertà di Dio è grazia, e per questo – è il caso di dire “grazie a Dio” - è lui a decidere della salvezza e non noi.
L’idea dell’elezione non mira a dividere l’umanità in due parti, ma vuole semplice-mente sottolineare che l’iniziativa è di Dio, solo ed esclusivamente di Dio. Questo esclude che qualcuno possa dire chi e quanti sono gli eletti e chi e quan­ti sono i non eletti.
Credere nel Dio che elegge e che salva nella sua libera grazia, significa smettere di porsi queste domande e quindi smettere di fare conti e alzare barriere.
Significa anzi lasciare cadere ogni preoccupazione e vivere semplicemente nella fidu­cia nella promessa di Dio, sapendo che la sua libertà coincide con la sua misericordia.
Questo ci è sufficiente per credere, per essergli grati e per cercare di essere testimoni del suo amore.

mercoledì 13 luglio 2016

Predicazione di domenica 10 luglio 2016 su Atti 2,41-47 a cura di Massimiliano Zegna

Atti degli Apostoli 2,41-47

41 Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.
42 Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. 43 Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. 44 Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45 vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

Nel leggere questi brani degli Atti degli Apostoli viene in mente come doveva essere la comunità cristiana ideale in cui “tutti i credenti erano assieme e avevano ogni cosa comune e vendevano le proprietà ed i beni e distribuivano quelli a tutti secondo il bisogno di ciascuno”.
Ma già all'epoca di Luca, l'autore degli Atti degli apostoli, vi era difficoltà a seguire questo modello radicale ed infatti al capitolo quinto vi sono delle trasgressioni a queste regole nella storia di Anania e Saffira (versetti 1 – 10).
In tempi successivi nel Medio Evo fu Benedetto da Norcia, fondatore del monachesimo occidentale, a dotarsi del motto “Ora et labora” e a stabilire la regola dei tre voti di ubbidienza, povertà e castità. In questo caso questo modello di vita ad imitazione della prassi delle prime comunità cristiane veniva però vissuto all'interno delle mura di un monastero.
A questo punto ci viene da chiedere qual è il modello giusto da seguire: quello dei primi cristiani che sembravano professare una sorta di comunismo primitivo in cui la proprietà privata era un furto oppure quello benedettino in cui per salvarsi dalle tentazioni di un mondo perverso ci si chiudeva fra le mura di un convento per riuscire a condurre una vita coerente e lontana dalle insidie mondane?
Anche i primi valdesi a cominciare dal fondatore Valdo avevano scelto una strada che imitava quella dei primi cristiani: predicare liberamente l'Evangelo di Cristo. Valdo vendette i suoi beni per tradurre la Bibbia in lingua volgare e poi si mise a viaggiare per l'Europa predicando l'Evangelo. Poi vennero Lutero, Calvino, Zwigli ed altri che introdussero la Riforma protestante e la nostra chiesa valdese vi aderì.
La domanda che mi sono posto si rinnova: oggi qual è il modello giusto da seguire?
Lutero, qualche centinaio di anni dopo Valdo ha cercato di vivere la radicalità dell'Evangelo ma anziché chiudersi dentro le mura di un monastero ha portato nel mondo il messaggio evangelico: l'obbedienza diventa responsabilità politica, la povertà diventa sobrietà nella vita quotidiana, la castità diventa l'amore di due persone nel matrimonio.
Ma anche tutto questo può essere in parte superato nel mondo oggi se si ha come metro di misura la Legge e non più il vangelo opera dello Spirito Santo ossia la buona notizia come la possibilità di ciò che la nostra comunità potrà essere per grazia di Dio soltanto, solamente per mezzo dell'opera di Dio.
Immaginiamo che la nostra comunità si appoggi su un tavolo a quattro gambe che sono le parole che abbiamo letto nel capitolo e nei versetti letti negli Atti degli apostoli. Queste sono le quattro gambe
  1. Essere perseveranti nell'insegnamento degli apostoli;
  2. La comunione fraterna;
  3. spezzare il pane;
  4. pregare;
E adesso vorrei rileggere dando un significato attuale alla lettura del brano letto degli Atti degli apostoli.

Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati. Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano la proprietà ed i beni e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati”.

Penso innanzitutto che la lettura dell'Evangelo debba essere fatta non come una imposizione ma come un atto di gioia.
Scusate se faccio un esempio personale ma credo sia giusto anche raccontarsi quello che la vita di tutti i giorni insegna a ciascuno di noi. Sia per necessità che per scelta io e mia moglie Anna abbiamo deciso di rinunciare alle cose che avevamo (mobili, oggetti personali vari ecc.) per andare ad abitare in un alloggio a Biella già ammobiliato dalla persona che ci abitava prima di noi, prendendoci cura delle cose che questa persona possedeva (dalle piante ai quadri, alla cucina ai divani). Nel momento in cui abbiamo rinunciato alle cose che avevamo, abbiano capito che non ci faceva star meglio il possesso di molte cose ma l'usufruire di cose che c'erano già e che potevamo condividerle fino a quando avremmo abitato in quella casa.
La gioia della condivisione, abbiamo allora pensato non riguarda solo mobili od oggetti di cui parlavo nel caso personale, ma anche i talenti che ognuno di noi ha. E qui mi riferisco a tutto quello che può essere utile in una comunità: c'è chi sa fare il muratore e può costruire delle case come hanno fatto i nostri avi valdesi che da paesi delle Valli con un carro bestiame avevano attraversato mezza Europa per giungere in Germania e fondare una città come Dornholzhausen vicino a Francoforte. Lì vi erano altri che sapevano fare o hanno imparato a fare gli imbianchini, gli idraulici, gli stuccatori, i mobilieri. Altri hanno imparato a fare i camionisti, gli infermieri, gli insegnanti, i domestici. Altri ancora hanno studiato diventando amministratori, giornalisti, artisti, scrittori. Altri hanno preferito la cura delle piante (giardinieri), delle persone (casalinghe), degli animali (veterinari). Altri ancora sono diventati pastori o diaconi.
Ho parlato di quattro gambe del tavolo. La prima gamba vuol dire essere perseveranti nell'insegnamento degli apostoli. Questo significa soprattutto l'amore nei confronti di Dio, di noi stessi e del prossimo.
L'amore per Dio è credere in tutto quello che Dio ha compiuto per il nostro bene: dalla creazione dei mondi a tutto ciò che esiste nei mondi stessi; dalle creature inanimate (sassi, terra, acque) alle piante, ai fiori che contribuiscono alla nostra vita, alle creature animali.
Francesco d'Assisi con le sue lodi al creato, con il suo chiamare le creature animate e inanimate per nome ha messo in rilievo con prosa antica concetti moderni. Ecco alcne frasi del suo “Cantico delle creature”:

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so' le laude, la gloria e 'honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle, in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor'aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”.

In questo antico poema vi è una grande modernità perché oggi vi è maggiore sensibilità nei confronti dell'intero creato. Infatti l'idea di una divisione netta tra regno animale, vegetale oggi appare in parte superata anche nel dibattito interconfessionale cristiano proprio perché si vuole dare al creato stesso un valore unitario e non frammezzato.
E questo ha il significato di considerare apprezzabile l'intero creato e non solo parte di esso. Rileggendo il “Cantico delle creature” si nota appunto quanto tutto quello che si legge non sia superato. Superato appare solo il linguaggio anche se quando fu scritto rappresenta il primo poema scritto in italiano.
Quindi dicevo amore nei confronti di Dio creatore innanzitutto, che ci ha insegnato, attraverso Gesù Cristo, ad amare noi stessi ed il nostro prossimo. Ciò che sta succedendo nel mondo di oggi sembra un ritorno al passato a quando i nostri avi valdesi erano perseguitati per la lettura della Bibbia e degli Evangeli. Valdo fu scomunicato per voler predicare liberamente l'Evangelo e questo succedeva per mani di altri cristiani che la pensavano diversamente. Quindi quello che sta succedendo oggi è spaventoso perché i terroristi di oggi uccidono bestemmiando il nome di Dio, in quanto la bestemmia non è solo aggiungere al nome di Dio un epiteto dispregiativo ma bestemmia è anche aggiungere al nome di Dio un aggettivo apparentemente positivo come la parola grande, e poi compiere un atto che va contro la volontà di Dio. Uccidere un altro uomo per il semplice fatto che questi crede in un'altra confessione religiosa non è un atto che esegue la volontà di Dio ma una bestemmia nei confronti di Dio stesso perché Dio non chiederebbe mai di uccidere in nome suo un'altra creatura.
Chi ha letto lo stesso Corano può essere colpito dal fatto che ogni capitolo inizia così: “Nel nome di Dio misericordioso e compassionevole”
L'amore per il prossimo si ferma solo a chi è più vicino a te, come un fratello, una sorella, un congiunto, un parente oppure si estende a tutti gli uomini del creato?
Mi pare che l'Evangelo di Cristo non si limiti alla richiesta di amare gli amici e i famigliari ma si estenda a tutti gli uomini e le donne.
La seconda gamba del tavolo è la comunione che può avere un significato di comunione spirituale innanzitutto, ma può essere anche un tentativo di mettere in comune i nostri beni oppure tutti i nostri talenti. E qualcosa stiamo già facendo. Vorrei fare degli esempi concreti. Il pastore Marco Gisola oltre a venirci a trovare nelle nostre case o nelle case di chi non può più partecipare al culto, prepara le predicazioni per le domeniche in cui è presente al culto. Alcuni di noi preparano le predicazioni nelle domeniche in cui il pastore è presente in altre comunità. Altri partecipano agli incontri in cui vi sono più comunità in assemblea. Altri ancora preparano il caffè o i pasti quando ci sono le ragazze e i ragazzi che organizzano con il pastore il loro culto. Ed anche la sola partecipazione al culto è un'azione importante visto che la presenza spesso si limita al numero delle dita delle nostre mani. Quindi non dobbiamo pensare a quanto si faceva duemila anni fa perché sarebbe impossibile portare indietro le lancette anche solo di dieci anni fa. Quindi ogni ricerca di un significato letteralistico sarebbe impossibile ed anche ingiusto. Occorre dunque cogliere quello spirito di aiuto innanzitutto che già esiste nella nostra comunità cercando di ampliarlo e poi estendere il nostro aiuto alle possibilità di incidere nel mondo che ci circonda. Pensandoci bene potremmo scoprire che qualche possibilità possiamo ancora avere anche se qualcuno di noi ha gli anni che cominciano a pesare. Credo però che a tutte le età si possa contribuire a fare qualcosa. Io stesso mi sono reso conto di non poter fare magari le dieci cose che potevo svolgere quotidianamente anni fa ma limitarmi a due o tre che riesco a fare adesso
Se però quelle due o tre cose vengono fatte con spirito comunitario possono avere una validità comunque.
La terza gamba del tavolo è lo spezzare il pane ed in questo caso non è solo un atto materiale ma anche quello nuovamente di condividere quello che si ha. Quando partecipiamo alla santa cena non solo mangiamo il pane e beviamo il vino in ricordo dell'ultima cena di Gesù, ma cerchiamo di assimilare tutto ciò che ci è stato insegnato dall'Evangelo.
Dobbiamo interrogarci se stiamo facendo tutto il possibile per seguire gli insegnamenti degli apostoli e di Gesù. Anche in questo caso possiamo pensare a quanto possa essere bello poter compiere delle azioni secondo le nostre possibilità e capacità che possano lasciare un segno della nostra esistenza su questa terra. I segni possono essere innumerevoli come più volte ho cercato di dire. Ognuno di noi ha svolto una professione o svolto un compito a seconda della sua possibilità o capacità. Anche chi è handicappato, invalido, menomato può lasciare un segno nei confronti anche di chi è un'atleta, un presidente di uno Stato, uno scienziato di fama mondiale, un teologo, uno scrittore, un compositore.
E comunque se qualcuno di noi pensa di essere non visibile a qualcun altro ci sarà Dio che lo vedrà e saprà apprezzare anche quelle che a noi possono apparire come delle piccole qualità. In molti passi dell'Evangelo possiamo scoprire che Gesù Cristo non si è lasciato influenzare dalla potenza di alcuni ma ha saputo gradire l'umiltà di persone povere ma forti nella loro fede ricca.
La quarta gamba del tavolo è la preghiera e qui qualcuno potrebbe dire che questo lo potrebbero fare tutti eppure non è così e non è questione di quantità ma di intensità della preghiera.
Quante volte purtroppo abbiamo recitato il Padre Nostro senza a pensare alle parole che venivano pronunciare. Quante volte noi lo abbiamo pronunciato pensando che non sarebbe servito a nulla.
Spesso purtroppo lo abbiamo pronunciato solo quando disperati abbiamo voluto chiedere aiuto a Dio per qualcosa che non riuscivamo a fare o per qualcosa che desideriamo ottenere.
Dobbiamo invece pregare Iddio non solo quando siamo in difficoltà o quando abbiamo bisogno ma anche per ringraziare per quello che ci viene dato giorno per giorno e di quanto saprà darci anche dopo la nostra morte corporale.
Pregare significa credere e credere significa amare. E pregare ed amare dobbiamo essere capaci di farlo sempre di più e sempre più convinti. E ringraziare Dio per il suo amore nei nostri confronti!

Predicazione di Domenica 3 luglio 2016 su Romani 6,1-14 a cura di Marco Gisola

Romani 6,1-14

1 Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? 2 No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?
3 O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4 Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. 5 Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. 6 Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; 7 infatti colui che è morto è libero dal peccato. 8 Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, 9 sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10 Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio. 11 Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù.
12 Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze; 13 e non prestate le vostre membra al peccato, come strumenti d'iniquità; ma presentate voi stessi a Dio, come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di giustizia a Dio;
14 infatti il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia.

1. Paolo, in questo primi versi del capitolo 6, parla del battesimo e questo testo è molto importante per la comprensione paolina del battesimo. Ma non è il battesimo il tema centrale di questo brano, il tema è la nuova vita del credente. Paolo parla del battesimo perché il battesimo è il segno o il sacramento che significa o annuncia l’evento centrale della salvezza, cioè la morte e la resurrezione di Gesù: Gesù è morto e risorto per te e il tuo battesimo ne è il segno, ne è l’annuncio, ne è la testimonianza. Un conto è dire: Gesù è morto e risorto per tutti, per l'umanità. Un altro conto è dire Gesù è morto e risorto per te. Come scrive Paolo Ricca nel libro che stiamo leggendo insieme, tu sei stato battezzato sul Golgota, nel luogo e nel momento in cui Gesù è morto per te. Il tuo battesimo significa che quella morte e la resurrezione che è seguita due giorni dopo sono accadute anche per te.
Sapete che nella nostra visione riformata non è che nel battesimo accade qualcosa di speciale, tanto meno non diremmo che si viene salvati attraverso il battesimo. Piuttosto possiamo dire che il battesimo è il segno, la testimonianza e l’annuncio della salvezza per chi riceva il battesimo. Gesù è morto e risorto per te anche senza il tuo battesimo, ma il tuo battesimo lo esprime e lo annuncia. Milioni di credenti sono stati e sono battezzati e questo fatto è il segno che il segno della salvezza è posto su molti e su ognuno, significa che la salvezza è per molti e per ognuno, è universale e personale contemporaneamente.
2. ma il tema di questi versetti non è principalmente il battesimo, bensì la vita del credente, semplificando potremmo dire che la domanda è: che cosa significa per noi che Cristo è morto e risorto per noi? Il testo di Paolo è molto complesso, perché la questione è complessa. Tra l’altro ho preferito leggere tutti i primi 14 versetti di questo capitolo, anziché soltanto i vv. da 3 a 8 indicati da lezionario, perché mi sembrava difficile tagliare il ragionamento che Paolo qui porta avanti, continuando ciò che aveva detto due versetti prima, alla fine del cap. 5:
Paolo scriveva: “dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata” (5,20) e qui riprende questa questione chiedendosi: Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso? Dunque: siamo nella grazia o siamo nel peccato? O siamo in tutti e due? La questione è complessa e una delle ragioni per cui questo testo è complesso è perché in esso si incrociano due punti di vista, quello di Dio e quello umano.
Alcune affermazioni sono molto nette e affermano la grazia di Dio: “siamo stati sepolti con lui”, il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui”, e affermano che il peccato e il “vecchio uomo” appartengono al passato, come se il peccato, appunto, non ci riguardasse più.
Le affermazioni nette che esprimono la salvezza avvenuta sono il punto di vista di Dio: Dio ci salva nella sua grazia e dunque ai suoi occhi siamo salvati, questo è un fatto, che per noi è un dono, è opera di Dio che non può essere annullata. Per questo Gesù è morto, per compiere questa opera di salvezza, per compierla completamente, non un pezzettino, non a metà e nemmeno al 99 per cento. La salvezza è un 100%, nulla di meno, perché per nulla di meno Cristo è morto.
Altre affermazioni invece sono inviti, esortazioni rivolti al credente: “Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale”, oppure frasi che mettono davanti a una scelta: “non prestate le vostre membra al peccato, come strumenti d'iniquità; ma presentate voi stessi a Dio, come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di giustizia a Dio”. Queste frasi rappresentano il nostro punto di vista. E se il punto di vista di Dio è quello della certezza della salvezza, il nostro punto di vista è quello della lotta contro il peccato.
La salvezza è grazia nel senso che siamo graziati, ovvero ci è risparmiata la condanna, ma la colpa rimane. Non siamo certo senza colpa, non siamo senza peccato, ma anzi dobbiamo quotidianamente lottare contro questa colpa e contro questo peccato. Possiamo prestare le nostre membra al peccato come strumenti di iniquità oppure possiamo presentarle a Dio, come strumenti di giustizia. Le membra sono il nostro corpo, e spesso questo brano è stato interpretato in senso sessuale, ma per Paolo il corpo è molto di più, il corpo è la nostra intera persona, le nostre azioni, le nostre relazioni, le nostre scelte.
Possiamo scegliere bene o scegliere male, scegliere ciò che è sbagliato o scegliere ciò che è giusto. Questo vuol dire Paolo. Questa è la nostra realtà quotidiana, la nostra lotta quotidiana, lotta con noi stessi, con la parte egoista di noi stessi, con la parte che non vuole vedere il prossimo come prossimo, che non vuole vedere il prossimo come fratello o sorella, ma come avversario o nemico. Questa lotta è un fatto ed è così che viviamo il peccato dal nostro punto di vista umano. Ed è altrettanto un fatto che questo peccato contro cui lottiamo è stato vinto una volta per tutte da Gesù nella sua morte e resurrezione, anche se noi continuiamo a subirne gli effetti. Sono due fatti tutti e due veri, e guai se ne dimentichiamo uno dei due.
Se dimentichiamo il nostro peccato cadiamo nell’illusione di essere perfetti, di essere senza peccato e quindi nell'orgoglio e nella presunzione. Se dimentichiamo la grazia, il nostro peccato ci schiaccia e rischiamo di disperare della salvezza, cioè di non crederci più, di considerarla impossibile. Dobbiamo quindi tenere insieme queste due realtà: la realtà del nostro peccato e la realtà della nostra salvezza. Solo così evitiamo sia la presunzione di essere innocenti, sia la disperazione del colpevole.

3. Più volte in questo brano ritorna l’idea che il credente sa certe cose: all’inizio nella domanda retorica “O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?più avanti quando Paolo scrive: Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui. E poi ai vv. 8-9 quando scrive “Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più”. Qui non usa solo il verbo sapere, ma anche il verbo credere.
Paolo scrive ai cristiani di Roma, che non conosce, perché non è una comunità che ha fondato lui e non ci è mai stato anche se desidera tanto andarci, scrive loro perché sappiano e perché credano. Il sapere del cristiano non è un sapere fine a se stesso, un sapere per la soddisfazione di sapere, ma un sapere per credere. Che cosa, dunque, desidera Paolo che i cristiani di Roma credano?
Se riprendiamo l’immagine dei due punti di vista quello di Dio - ovvero della grazia - e il nostro - ovvero quello della lotta contro il peccato, potremmo dire che Paolo desidera che i cristiani di Roma credano nel punto di vista di Dio, senza ovviamente perdere il loro. Perché il peccato si vede, la lotta contro il peccato che è dentro di noi la conosciamo, perché la portiamo avanti ogni giorno e a volte ci fa stare male. Ma la grazia? Il fatto che questo peccato contro cui lottiamo è già stato sconfitto sulla croce e non può vincere? Questo non è per nulla evidente, anzi cozza contro la realtà che viviamo e vediamo ogni giorno.
Per questo è necessario crederci. Per questo è necessario sapere e credere che, come scrive Paolo, “il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia”. “Non avrà più potere su di voi” è il futuro, il futuro del Regno. Per ora ha potere su di noi e dobbiamo impiegare tutte le nostre forze per opporci a esso. Ma questo peccato – di cui Paolo parla come se fosse quasi una persona – non vincerà, perché Cristo lo ha vinto.
Questa Parola di oggi ci invita a credere che siamo qualcos'altro rispetto a quello che sappiamo e vediamo di noi stessi. Noi ci percepiamo come essere fragili e come persone colpevoli, e lo siamo. Ma non siamo solo questo. Siamo persone che tentano di camminare in novità di vita e di essere strumenti di giustizia, ma che raramente ci riescono. Ma non siamo solo questo.
Non siamo solo questo. Siamo anche ciò che Cristo ci ha resi: peccatori perdonati, colpevoli graziati. Il Signore ci aiuti a credere questo e questa certezza sia più forte di tutte le altre.